Il Sorriso Inaspettato: Le Espressioni Positive Spontanee negli Adolescenti Autistici
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi ha davvero colpito e che getta una luce nuova su un aspetto affascinante e spesso frainteso: le espressioni facciali negli adolescenti autistici. Siamo abituati a pensare che interpretare le emozioni sul volto di una persona autistica sia complicato, quasi un enigma. Ma siamo sicuri che sia sempre così? E soprattutto, stiamo guardando nel modo giusto?
Gran parte di quello che pensiamo di sapere deriva da studi in cui si chiede alle persone di “fare una faccia” triste, felice, arrabbiata… insomma, espressioni “in posa” o imitate. Ma quanto sono rappresentative della vita reale, di quelle reazioni spontanee che abbiamo tutti i giorni? Poco, forse. Ed è qui che entra in gioco una ricerca davvero interessante che ho avuto modo di approfondire.
Lo Scenario: Emozioni Spontanee Davanti a YouTube
Immaginate un gruppo di adolescenti, alcuni autistici e altri no. Li mettiamo davanti a uno schermo e mostriamo loro una serie di brevi video presi da YouTube. Niente di strano, vero? Ma la scelta dei video non è casuale: alcuni sono divertenti o teneri (gattini, bambini che ridono…), altri decisamente disgustosi (gente che mangia cose improbabili… bleah!). L’obiettivo? Catturare le loro reazioni facciali spontanee, quelle vere, non richieste.
Abbiamo filmato tutto e poi, con un lavoro certosino, abbiamo analizzato ogni singolo movimento del volto, millisecondo per millisecondo. Dei codificatori esperti (che non sapevano chi fosse autistico e chi no, per evitare pregiudizi) hanno classificato la durata e la valenza (positiva o negativa) di ogni espressione. Un doppio controllo incrociato ha garantito l’affidabilità dei dati. Cosa abbiamo scoperto? Preparatevi, perché è qui che le cose si fanno intriganti.
La Sorpresa nei Dati: Durata e Valenza Inattese
Primo risultato: gli adolescenti autistici, in generale, hanno mostrato espressioni emotive (sia positive che negative) più lunghe rispetto ai loro coetanei non autistici. Già questo contrasta un po’ con l’idea diffusa di una minore espressività. Ma il vero colpo di scena riguarda la valenza.
Gli adolescenti autistici hanno prodotto espressioni facciali positive significativamente più lunghe. E la cosa più sorprendente è che questo accadeva anche quando guardavano i video disgustosi! Avete capito bene: di fronte a scene che tipicamente suscitano ribrezzo, i loro volti mostravano più a lungo segnali interpretati come positivi (tipo l’innalzamento degli angoli della bocca, simile a un sorriso). Questo schema non è stato osservato negli adolescenti non autistici, che reagivano in modo più “prevedibile” (faccia disgustata per video disgustosi, sorriso per video divertenti).

Perché è Importante? Implicazioni sulla Comunicazione
Questi dati sono potentissimi. Non ci dicono nulla sullo stato emotivo *interno* degli adolescenti (non possiamo sapere cosa provassero davvero guardando un ragno mangiato vivo!), ma ci dicono molto su come le loro espressioni vengono *percepite* dall’esterno, almeno da codificatori non autistici addestrati.
Pensateci: se una persona autistica reagisce a qualcosa di negativo con un’espressione che viene letta come positiva, cosa succede nella comunicazione sociale? È facile immaginare fraintendimenti, incomprensioni. “Come fa a sorridere mentre racconto questa cosa terribile?”. Questo studio suggerisce che parte delle difficoltà comunicative tra persone autistiche e non autistiche potrebbe derivare proprio da questi movimenti facciali che, pur non intendendo esserlo, vengono interpretati come positivi. Si parla di un possibile “bias positivo” nella percezione delle espressioni autistiche.
Scavando più a Fondo: Un Puzzle Complesso
Questa scoperta si inserisce in un filone di ricerca più recente che sta mettendo in discussione vecchie teorie. Se in passato si parlava di un “bias negativo” (più espressioni negative nell’autismo), studi più recenti, compreso questo, suggeriscono il contrario o almeno una maggiore ambiguità. Alcune ricerche che usano algoritmi di computer vision per analizzare i movimenti facciali hanno trovato differenze oggettive: per esempio, espressioni di rabbia prodotte da bambini autistici venivano più spesso classificate erroneamente come felicità dalla macchina, cosa che non accadeva con i bambini non autistici.
Altri studi hanno notato una maggiore “incoerenza” tra espressioni facciali e linguaggio del corpo nelle persone autistiche (ad esempio, sorridere mentre si battono i pugni per la frustrazione). È interessante notare che questa incoerenza riguardava principalmente volti positivi/neutri associati a comportamenti corporei negativi, e raramente il contrario. Ancora una volta, sembra emergere questo pattern di espressioni facciali che tendono al positivo percepito, anche in contesti negativi.
Potrebbe essere che i movimenti facciali specifici associati a certe emozioni siano organizzati in modo leggermente diverso, portando a espressioni che appaiono più ambigue o vengono “lette” più facilmente come positive da un osservatore esterno, che sia umano o artificiale. Forse un sorriso accompagna un sopracciglio aggrottato, e il sorriso, più evidente, “vince” nell’interpretazione finale del codificatore? Sono ipotesi affascinanti.
Cautele e Prospettive Future
Come ogni studio, anche questo ha i suoi limiti. I codificatori erano (presumibilmente) non autistici. Come avrebbe interpretato le stesse espressioni un codificatore autistico? È una domanda aperta e importante. Inoltre, il campione era relativamente piccolo e prevalentemente maschile. Servono ricerche future con campioni più ampi e bilanciati per genere.
Sarebbe anche interessante capire come il pubblico generico, non addestrato, percepisce queste espressioni spontanee. Ma la forza di questo lavoro sta nell’aver analizzato reazioni autentiche a stimoli comuni (chi non guarda video su internet?), aumentando la validità ecologica dei risultati.
Il messaggio chiave che mi porto a casa è questo: le espressioni facciali spontanee degli adolescenti autistici potrebbero essere più propense a essere percepite come positive, indipendentemente dal contesto. Questo non significa che provino emozioni diverse, ma che il modo in cui il loro volto si muove può portare a interpretazioni inaspettate e potenziali incomprensioni. È un invito a essere più cauti nell’interpretare le espressioni altrui e a considerare che la comunicazione è molto, molto più complessa di un semplice sorriso o di un cipiglio.
Fonte: Springer
