Dietro le Quinte dell’Accoglienza: Voci e Sfide di Chi Aiuta i Richiedenti Asilo nell’Era della Policrisi
Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio un po’ diverso dal solito. Ci immergeremo nelle vite, nelle sfide e nelle emozioni di persone che svolgono un lavoro tanto fondamentale quanto spesso invisibile: il personale sanitario e amministrativo che lavora a stretto contatto con i richiedenti asilo. Ho avuto modo di approfondire uno studio qualitativo svizzero che getta luce su questo mondo, specialmente nel contesto attuale che gli esperti chiamano “policrisi”. Un termine un po’ tecnico, lo so, ma che descrive perfettamente l’intreccio di crisi che stiamo vivendo: dalla crisi dei rifugiati del 2015-2016, alla pandemia di Covid-19, alla guerra in Ucraina, fino ai cambiamenti climatici che spingono sempre più persone a lasciare le proprie case.
Immaginatevi in prima linea, ogni giorno, ad ascoltare storie difficili, a confrontarvi con sistemi complessi e a cercare di offrire aiuto e supporto in un mondo che sembra sempre più incerto. Non è facile, vero? Eppure, queste persone – infermieri, medici, psicologi, personale amministrativo – lo fanno. Ma a quale prezzo? E cosa li spinge ad andare avanti? Questo studio ci offre uno spaccato prezioso delle loro esperienze nel Cantone di Vaud, in Svizzera.
Un Tsunami Emotivo: Il Peso delle Storie e del Sistema
La prima cosa che emerge con forza dalle interviste è il carico emotivo enorme che questo lavoro comporta. Non si tratta solo di curare una malattia o sbrigare una pratica. Si tratta di ascoltare racconti di viaggi migratori terribili, di perdite inimmaginabili, di violenze subite. Un medico raccontava di un ragazzo a cui avevano dovuto amputare i piedi congelati dopo aver tentato di attraversare le montagne serbe, quasi sbranato dai lupi. Un’impiegata amministrativa parlava di una donna con segni di tortura sul corpo. Sono storie che ti entrano dentro, che scuotono.
E le emozioni che provano questi professionisti sono un vero e proprio vortice: rabbia, tristezza, disgusto, senso di ingiustizia, empatia, a volte persino senso di colpa. Si sentono “stupefatti” di fronte a ciò che gli esseri umani possono fare ad altri esseri umani.
Ma il carico emotivo non deriva solo dal passato dei pazienti. Anche il presente, incastrato nelle maglie del sistema d’asilo svizzero, è fonte di grande stress. I “casi Dublino” (quando un richiedente ha già fatto domanda in un altro paese europeo), l’aiuto d’urgenza (descritto come precario e disumano), le minacce di espulsione, i rifiuti delle domande d’asilo… tutto questo crea una situazione di attesa snervante e angosciante per i richiedenti, che spesso si sentono inutili, bloccati. Alcuni professionisti parlano apertamente di “tortura amministrativa”.
Questo genera in loro un profondo senso di impotenza. Sanno che il sistema ha un impatto negativo sui loro pazienti, ma non hanno il potere di cambiarlo. Si sentono frustrati perché la loro missione è curare, far stare meglio le persone, ma si scontrano con un sistema che sembra andare nella direzione opposta. A volte, i pazienti sono così assorbiti dalle preoccupazioni per la loro procedura d’asilo da non riuscire a concentrarsi sui problemi di salute, creando un disallineamento frustrante con le priorità del personale.
La guerra in Ucraina ha aggiunto un ulteriore livello di complessità e un senso di ingiustizia. L’introduzione del permesso S per i rifugiati ucraini, pur offrendo vantaggi significativi, è stata percepita da quasi tutti come iniqua rispetto al trattamento riservato ad altri richiedenti asilo. “È un buon permesso, vorrei solo che fosse per tutti”, ha detto un’infermiera, mentre altri hanno parlato apertamente di razzismo o di un fenomeno di identificazione (“gli ucraini sono più vicini a noi… è come se le vite eritree o afghane fossero meno preziose”).
Tutto questo peso emotivo – la tristezza, la rabbia, l’ingiustizia, l’impotenza – si accumula. Molti hanno raccontato quanto sia difficile gestire le emozioni, specialmente all’inizio o quando si susseguono consultazioni pesanti. Si sentono depositari delle sfortune altrui. Questa fatica emotiva può compromettere la loro capacità di lavorare al meglio, sfidando persino la loro empatia. “La sfida è restare molto umani senza stare troppo male dopo”, ha confessato un’infermiera.

Inevitabilmente, questo carico travalica i confini professionali. Quasi tutti ammettono la difficoltà nel separare lavoro e vita privata. Le storie li “accompagnano a casa”, influenzano il sonno, causano incubi. Alcuni piangono a casa per sfogarsi. Questo impatta anche le relazioni sociali e familiari: si sentono più irritabili, meno disponibili per i propri cari, e a volte i problemi quotidiani degli amici o familiari sembrano insignificanti a confronto. È come vivere un “esaurimento morale”.
Ostacoli Quotidiani: Non Solo Emozioni Forti
Oltre al fardello emotivo, ci sono sfide molto concrete, logistiche e sistemiche. Una delle difficoltà più sentite è la mancanza di partner nella rete sanitaria a cui indirizzare i pazienti. Medici di base, psichiatri, psicologi: la rete è satura. Questo costringe il personale a farsi carico di compiti extra, aumentando il senso di responsabilità e il carico di lavoro. A volte si trovano a gestire situazioni psichiatriche senza avere la formazione specifica, generando frustrazione. Si aggiunge poi una certa stigmatizzazione dei pazienti migranti, che rende ancora più difficile trovare collaborazioni: “sembra che non siano mai i primi della lista”.
Poi c’è il carico di lavoro in sé, descritto come enorme. Agende piene, email, lettere, coordinamento, pratiche amministrative… tutto si accumula. Questo è aggravato dalla percezione di essere sotto organico, anche se l’arrivo dei rifugiati ucraini ha portato a un raddoppio del team, cosa generalmente apprezzata. Il risultato? Ore di straordinario, ritardi nelle consultazioni, fatica, stress, rischio burnout. Il tempo manca non solo per i pazienti, ma anche per scambiarsi informazioni tra colleghi, per le riunioni, per la formazione.
Un’altra grande sfida è la barriera linguistica e culturale. Il personale sanitario lavora con interpreti comunitari, un aiuto prezioso ma che richiede tempo e a volte presenta delle criticità. Il personale amministrativo, invece, spesso non ha accesso agli interpreti e si arrangia con traduttori automatici, soluzione non ottimale. Le differenze culturali nella percezione della salute e della cura possono creare incomprensioni e ostacolare la relazione terapeutica, portando a volte a mancate visite. Con i pazienti ucraini, ad esempio, sono emerse difficoltà legate a un sistema sanitario molto diverso, con aspettative di accesso diretto a specialisti e un consumo di cure percepito come elevato rispetto agli standard svizzeri.
Infine, c’è il contesto della policrisi. Lavorare con i migranti significa essere costantemente immersi nelle crisi globali, viverle quasi in diretta attraverso i racconti dei pazienti. È come avere “una finestra sulle crisi del mondo”, molto più reale delle notizie in TV. Queste crisi si susseguono senza tregua, mettendo a dura prova la resilienza del personale. Sebbene molti vedano questa sfida come parte integrante del loro lavoro, l’aumento del carico e le preoccupazioni per il futuro, specialmente riguardo alla migrazione climatica (“Non è ancora iniziata, ma sta per arrivare, e sarà violenta”), pesano molto.

Trovare la Forza: Motivazione e Sistemi di Supporto
Di fronte a questo quadro complesso e faticoso, cosa permette a queste persone di andare avanti? Innanzitutto, una profonda motivazione intrinseca. Il senso del loro lavoro è fortissimo:
- Lavorare con i più vulnerabili.
- Contribuire all’equità sanitaria.
- Svolgere un ruolo quasi umanitario.
- Sentirsi utili, fare qualcosa di concreto per chi ha perso tutto.
Vedere i progressi dei pazienti, anche piccoli, è una grande fonte di soddisfazione e rinforzo. “Si è davvero sbocciato come un bel fiore. E fa bene”, racconta un’infermiera parlando di un paziente.
Un altro elemento motivante è la varietà del lavoro: non c’è routine, ogni giorno è diverso, si incontrano persone da tutto il mondo con storie straordinarie, si collabora con diversi partner. Questo lavoro porta anche benefici personali: fa crescere, apre la mente, aiuta a relativizzare i propri problemi e ad essere più grati per i propri privilegi. “È un lavoro pazzesco: assolutamente brillante, un vero arricchimento”, dice un’impiegata.
Accanto alla motivazione, ci sono le risorse personali e istituzionali. A livello personale, è fondamentale cercare di stabilire un confine tra lavoro e vita privata, anche se difficile. Il tragitto verso casa, gli hobby (sport, musica, lettura, viaggi), la famiglia e gli amici sono ancore importanti. L’esperienza pregressa e quella accumulata nel tempo, insieme a tratti caratteriali come l’adattabilità, aiutano. Piccoli rituali dopo consultazioni pesanti, come aprire la finestra o lavarsi le mani con acqua fredda, possono fare la differenza.
Ma la risorsa più citata in assoluto è il supporto dei colleghi. Il team è descritto come “favoloso”, unito, motivato. Poter parlare con un collega, sfogarsi, condividere le emozioni, prendere decisioni insieme allevia il carico e il senso di responsabilità. La solidarietà nel team aiuta a mantenere la prospettiva e l’equilibrio personale. Questa collaborazione è forte sia tra membri della stessa professione che tra professioni diverse (ad esempio, tra infermieri e personale amministrativo).

Le risorse istituzionali come le riunioni di staff, le sessioni di gruppo con psicologi (molto apprezzate, anche se non disponibili per il personale amministrativo), la disponibilità degli psicologi per colloqui individuali, i corsi di formazione continua e i recenti corsi di meditazione mindfulness sono visti positivamente. Anche gli orari di lavoro (senza notti o weekend) e la possibilità di part-time sono considerati un vantaggio.
Guardare Avanti: Cosa Serve per Migliorare?
Nonostante le risorse, emergono bisogni chiari e proposte concrete. C’è bisogno di più tempo: tempo per le pratiche amministrative, tempo per confrontarsi con i colleghi. C’è bisogno di più personale per alleggerire il carico.
Si chiede di ottimizzare le risorse esistenti: riunioni di staff più interdisciplinari, scambi più profondi con la gerarchia, sessioni di terapia psicologica individuale oltre a quelle di gruppo. Si desidera più formazione su temi specifici (esame clinico, procedure d’asilo, colloquio motivazionale, EMDR, transculturalità) e un accesso facilitato a percorsi formativi avanzati.
Riguardo ai corsi di mindfulness, pur apprezzati, alcuni sottolineano l’importanza di agire sulle cause dello stress lavorativo, non solo sui sintomi. C’è un forte bisogno di non sentirsi isolati, specialmente chi lavora in sedi periferiche, e di creare momenti di team building fuori dal lavoro per rafforzare i legami.
Verso la gerarchia, si chiede maggiore comunicazione, ascolto, supporto e riconoscimento. Si percepisce a volte una distanza tra i vertici e la realtà sul campo, aggravata da un certo turnover dei manager. Sentirsi più valorizzati, anche con feedback positivi o riconoscimenti salariali, farebbe la differenza.
Infine, le proposte toccano anche il miglioramento diretto della cura dei pazienti, cosa che avrebbe un riflesso positivo sul benessere del personale stesso. I medici chiedono attrezzature di base (ECG, test di laboratorio), si suggerisce di integrare psichiatri nel team o creare un’unità psicologica dedicata ai migranti. Si ribadisce l’importanza di considerare i determinanti sociali della salute e quindi di migliorare la collaborazione con EVAM (l’ente per l’assistenza sociale e l’alloggio) e di avere assistenti sociali nel team. Alcuni suggeriscono modifiche al sistema d’asilo stesso, per renderlo più umano ed equo.
Insomma, quello che emerge è il ritratto di professionisti appassionati e resilienti, ma sottoposti a pressioni enormi su più fronti. Il loro benessere è cruciale non solo per loro stessi, ma anche per garantire la qualità dell’assistenza che offrono a persone estremamente vulnerabili. Ascoltare le loro voci e rispondere ai loro bisogni, a livello individuale, istituzionale e sistemico, è fondamentale, oggi più che mai nell’era della policrisi.
Fonte: Springer
