“Non ero altro che una donna che partorisce”: Voci dimenticate delle mamme rifugiate in Norvegia
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa di profondo, qualcosa che tocca le corde dell’umanità e della maternità in un contesto spesso invisibile: l’esperienza delle donne rifugiate che affrontano gravidanza, parto e post-parto in un paese come la Norvegia.
Sappiamo che la Norvegia è famosa per la sua assistenza sanitaria materna di alta qualità, un fiore all’occhiello, vero? Eppure, c’è un “ma”. Un “ma” grande come una casa, che riguarda l’equità. Perché, vedete, non tutte le donne vivono questa esperienza allo stesso modo. E oggi ci concentriamo proprio su quelle donne il cui vissuto, le cui necessità specifiche legate al loro essere rifugiate, spesso non vengono pienamente colte né a livello nazionale né locale.
Immaginate di arrivare in un paese nuovo, magari dopo un viaggio difficile, portando con voi non solo le vostre speranze ma anche traumi e incertezze. E poi, scoprite di essere incinta, o lo siete già. È un momento di gioia immensa, certo, ma anche di vulnerabilità estrema. Come ci si orienta in un sistema sanitario sconosciuto? Come si comunica senza padroneggiare la lingua? Dove si trova quel supporto emotivo e pratico che di solito viene dalla famiglia, dagli amici, dalla propria comunità?
Un approccio diverso: dare voce a chi vive l’esperienza
Per capire davvero cosa provano queste donne, abbiamo deciso di non limitarci a osservare dall’esterno. Abbiamo adottato un approccio di Ricerca-Azione Partecipata Femminista. Che paroloni, eh? In pratica, significa che abbiamo coinvolto attivamente donne che hanno vissuto sulla loro pelle la migrazione e il parto in Norvegia, alcune delle quali lavorano come doule multiculturali. Loro sono diventate co-ricercatrici, portando la loro esperienza diretta, sia personale che professionale. Abbiamo anche collaborato con ostetriche, centri di accoglienza per rifugiati e altre figure chiave. Volevamo che la ricerca fosse radicata nella realtà, che parlasse con le donne, non solo delle donne.
Abbiamo intervistato dieci donne provenienti da Eritrea, Siria, Libano, Kuwait, Liberia, Congo e Somalia. Donne con storie diversissime: alcune arrivate da poco, altre da più tempo; alcune con istruzione formale, altre analfabete; alcune sole, altre con la famiglia. Ognuna con la sua unica, preziosa storia.
Identità intrecciate: non solo “donne rifugiate”
Quello che è emerso con forza è che non si può parlare di “donne rifugiate” come un blocco unico. Le loro identità sono un intreccio complesso di esperienze: il loro background culturale, il livello di istruzione, la situazione familiare, il percorso migratorio, lo status socio-economico. Tutto questo plasma le loro esigenze durante la gravidanza, il parto e il dopo.
Pensateci: arrivare in Norvegia e dover subito inserirsi nel Programma Introduttivo per Rifugiati, che richiede tempo ed energie. Farlo mentre si è incinte, magari soffrendo di nausee e stanchezza, e dovendo contemporaneamente gestire la casa e forse altri figli… è un carico enorme. Una mamma ci ha raccontato:
“Ero incinta di tre mesi. Ero così stanca, esausta. Volevo solo dormire… Era pesante. Portare i bambini a scuola, prepararmi, correre a casa dopo le lezioni, preparare la cena… Era dura.”
Per chi non aveva istruzione, frequentare questi corsi era fondamentale, nonostante tutto. Imparare la lingua non è solo un obbligo, è una necessità vitale: “Senza la lingua sei sorda”, ci ha detto una partecipante.

Chi invece aveva un’istruzione superiore tendeva a rimanere incinta più tardi, dopo essersi un po’ ambientata, aver imparato la lingua tramite studio o lavoro. Ma per tutte, la lontananza dalla famiglia si faceva sentire tantissimo durante la gravidanza. “Molte diventano depresse e sono molto sole… Hai bisogno di qualcuno che ti stia vicino e ti sostenga. Anche se hai un marito, non hai necessariamente la tua famiglia intorno.”
Le barriere nel sistema sanitario: lingua, supporto e familiarità
Le difficoltà incontrate durante la gravidanza si ripresentavano puntualmente al momento del parto e nel postpartum. Tre temi ricorrenti emergevano come macigni:
- La lingua: Non poter comunicare efficacemente con medici e ostetriche è fonte di ansia, incomprensioni e decisioni subite passivamente. Molte donne si affidavano a reti informali (amici, connazionali, social media) per cercare informazioni, a volte rischiando di riceverne di inesatte. L’uso degli interpreti, quando c’era, era spesso incostante, fatto al telefono (immaginate la difficoltà!) e non sempre adeguato a spiegare procedure complesse o a creare un rapporto di fiducia. “Andare dall’ostetrica era molto difficile… Non conosciamo la zona, dipendevamo da una persona di contatto che ci portasse avanti e indietro.”
- Il supporto sociale: L’assenza della rete familiare tradizionale (madri, sorelle, suocere) durante il travaglio e il parto era vissuta come una profonda solitudine e fonte di stress. “Non dimenticherò mai il giorno in cui sono andata in ospedale per partorire… Da noi è tradizione che tua madre o tua suocera vengano con te. Io ho dovuto andare da sola perché mio marito doveva restare a casa con i bambini.” Il supporto di una doula multiculturale, per chi ha avuto la fortuna di incontrarla, si è rivelato preziosissimo, un’ancora di salvezza in un mare di incertezze.
- La familiarità con il sistema: Molte donne non conoscevano i servizi disponibili (come le cliniche materne o le visite a domicilio post-parto) o ne avevano un’idea distorta, basata sul passaparola. La paura del sistema, inclusi i servizi di protezione dell’infanzia, portava alcune a non esprimere le proprie difficoltà per timore di essere giudicate o che i figli venissero loro tolti. “Ad essere onesta al 100%, fa paura contattare i servizi sanitari… Hanno l’obbligo di segnalare ai servizi per l’infanzia… Se dici che sei stanca o hai bisogno di supporto, significa che qualcun altro deve prendersi cura di tuo figlio. E allora entrano in gioco i servizi per l’infanzia.”

“Solo una donna che partorisce”: L’invisibilità dell’esperienza completa
Il titolo originale dello studio, ‘I was ‘only’ seen as a birthing woman’, cattura perfettamente il nocciolo del problema. Spesso, queste donne vengono viste quasi esclusivamente attraverso la lente della loro funzione riproduttiva, tralasciando la complessità delle loro vite, delle loro sfide come rifugiate, come madri in un contesto nuovo, come donne con bisogni emotivi, sociali e culturali specifici.
L’approccio “universale” del sistema sanitario norvegese, pur partendo da ottime intenzioni, finisce per non essere abbastanza flessibile. Fornire a tutte lo stesso tipo di assistenza non significa garantire equità, se non si tiene conto delle diverse condizioni di partenza e dei bisogni specifici. È qui che entra in gioco il concetto di intersezionalità: non possiamo considerare separatamente l’essere donna, l’essere rifugiata, l’appartenere a una certa classe sociale o etnia. Queste dimensioni si intersecano e creano esperienze uniche di disuguaglianza e bisogno.
Adattarsi a un nuovo paese è già di per sé un processo enorme. Farlo mentre si affronta la maternità, senza la rete di supporto consueta, con la pressione di imparare una lingua e inserirsi nel mondo del lavoro o dello studio, diventa un percorso a ostacoli che impatta profondamente la salute e il benessere. “L’ultima gravidanza è stata difficile a causa della lingua, del nuovo paese… Posso dirla in un altro modo: tutte le cinque gravidanze precedenti da una parte, e l’ultima dall’altra.”

Cosa possiamo fare? Verso un cambiamento reale
Questa ricerca non vuole solo mettere in luce i problemi, ma indicare una strada per il futuro. È chiaro che c’è bisogno di un cambiamento, sia nelle politiche che nelle pratiche.
- Adottare un approccio intersezionale: Riconoscere e affrontare attivamente come le diverse dimensioni dell’identità delle donne (status di rifugiata, background, classe, ecc.) influenzano le loro esigenze sanitarie.
- Migliorare il supporto linguistico e comunicativo: Garantire interpreti professionisti, culturalmente sensibili e presenti in modo continuativo, non solo sporadico. Fornire informazioni chiare e accessibili nelle lingue madri.
- Rafforzare il supporto sociale: Riconoscere l’importanza del supporto emotivo e pratico, magari potenziando programmi come quello delle doule multiculturali ed estendendoli a tutto il percorso (gravidanza, parto, postpartum).
- Adattare i servizi: Rendere i servizi più flessibili e culturalmente appropriati, tenendo conto delle diverse esigenze e background. Questo include anche i gruppi post-parto e le informazioni sui servizi disponibili.
- Coinvolgere le dirette interessate: Assicurare la partecipazione attiva e la rappresentanza delle donne con background rifugiato nella progettazione e implementazione delle politiche e dei servizi che le riguardano. La loro voce è fondamentale.
In conclusione, l’obiettivo non è solo garantire che le donne rifugiate in Norvegia partoriscano in sicurezza – cosa ovviamente essenziale – ma assicurare che la loro intera esperienza di maternità sia vissuta con dignità, supporto e rispetto per la loro complessa identità. Non sono “solo donne che partoriscono”, sono persone con storie, sfide e bisogni unici. Solo riconoscendo e valorizzando questa complessità potremo parlare davvero di equità nella salute materna.
Fonte: Springer
