Ernia del Disco: Il Viaggio del Paziente in Danimarca – Sorprese e Ritorno al Lavoro!
Ah, il mal di schiena! Chi di noi non ha mai sperimentato quella fitta fastidiosa, a volte invalidante? Spesso, dietro questo dolore comune, si nasconde un problema specifico come l’ernia del disco lombare (LDH). Ma una volta che il nostro medico di base sospetta un’ernia e ci indirizza verso cure specialistiche, cosa succede davvero? Quali percorsi prendiamo e, soprattutto, come influenzano la nostra capacità di tornare al lavoro?
Recentemente mi sono imbattuto in uno studio affascinante condotto in Danimarca che ha cercato di rispondere proprio a queste domande. E credetemi, i risultati sono piuttosto sorprendenti e offrono spunti di riflessione anche per noi qui in Italia. L’obiettivo era chiaro: analizzare i percorsi di invio primario (cioè la prima destinazione specialistica dopo il medico di base) e l’esito sul ritorno al lavoro per i pazienti che sperimentavano per la prima volta un mal di schiena dovuto a ernia del disco lombare.
Il Labirinto delle Visite Specialistiche
Immaginate di avere accesso ai dati sanitari di un’intera nazione! È quello che hanno fatto i ricercatori danesi, utilizzando i registri nazionali per identificare tutti i residenti tra i 18 e i 65 anni che, nel 2017, sono stati inviati dalle cure primarie a quelle specialistiche per un nuovo episodio di mal di schiena, ricevendo poi una diagnosi di ernia del disco lombare (codice ICD-10 DM51X.X). Hanno incluso sia chi ha ricevuto subito la diagnosi specifica, sia chi inizialmente aveva una diagnosi più generica di “lombalgia non specifica” (DM54) che si è poi evoluta in ernia del disco entro un anno.
Perché concentrarsi sui casi “incidenti”, cioè le prime diagnosi? Per evitare che precedenti problemi o trattamenti confondessero le acque e per capire meglio l’impatto reale dei percorsi di cura sulla capacità lavorativa. Hanno raccolto dati demografici, il tipo di reparto specialistico a cui i pazienti sono stati inviati per primi (medico, chirurgico o pronto soccorso) e hanno seguito la loro situazione lavorativa per due anni grazie a un altro registro nazionale (DREAM) che traccia l’occupazione e i sussidi pubblici.
Alla fine, hanno messo insieme un gruppo enorme: 30.082 persone, circa lo 0,8% della popolazione danese in età lavorativa! Di questi:
- Il 17,8% (5.356 persone) è stato inviato inizialmente al pronto soccorso.
- Il 48,6% (14.628 persone) è stato indirizzato a un reparto medico (come neurologia, reumatologia o centri specializzati nella colonna vertebrale non chirurgici).
- Il 33,6% (10.098 persone) è stato mandato direttamente a un reparto chirurgico (neurochirurgia o ortopedia).
Sorprese Regionali: Non Tutti i Percorsi Portano a Roma (o a Copenaghen!)
E qui arriva la prima grande sorpresa: questi percorsi variavano enormemente da una regione all’altra della Danimarca! Ad esempio, nella regione della Danimarca Settentrionale, quasi la metà dei pazienti (49,5%) finiva direttamente in valutazione chirurgica, mentre nella Danimarca Meridionale solo il 15,1%. Al contrario, nella regione della capitale, Copenaghen, ben un terzo dei pazienti (33,3%) passava prima dal pronto soccorso.
Queste differenze sono notevoli e suggeriscono una mancanza di standardizzazione a livello nazionale. Perché così tanti accessi al pronto soccorso nella capitale? Forse per fattori organizzativi locali, come un sistema centralizzato di triage notturno. Sebbene il pronto soccorso sia fondamentale per escludere emergenze neurologiche (le famose “red flags”), un volume così alto sembra eccessivo e potenzialmente poco efficiente. Spesso, chi non ha emergenze viene dimesso e deve comunque tornare dal medico di base per essere inviato a una clinica specialistica, ritardando diagnosi e cure appropriate.
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Chirurgia Sì, Chirurgia No: Un Tasso Basso Ma…
Nonostante un terzo dei pazienti a livello nazionale venisse inizialmente valutato in un reparto chirurgico, il tasso complessivo di interventi chirurgici per ernia del disco è risultato piuttosto basso: solo il 6,4% (1.915 persone) dell’intero gruppo è finito sotto i ferri.
Interessante notare che i reparti chirurgici operavano più frequentemente pazienti che, prima del mal di schiena, avevano una capacità lavorativa alta (11%) o intermedia (14%), rispetto a quelli con bassa capacità lavorativa (solo il 4%). Eppure, proprio questi ultimi (quelli con bassa capacità lavorativa pregressa) erano quelli inviati più spesso (il 45% di loro!) per una valutazione chirurgica!
Questo solleva una domanda importante sull’appropriatezza e l’efficienza di questi invii diretti alla chirurgia. Sembra che molte risorse chirurgiche vengano impiegate per valutare pazienti che poi, di fatto, non vengono operati e magari vengono re-indirizzati a cure mediche specialistiche, allungando i tempi e sprecando risorse preziose.
La Buona Notizia: Si Torna al Lavoro!
Ma veniamo alla parte più incoraggiante. Nonostante le differenze regionali e i percorsi talvolta tortuosi, la prognosi per il ritorno al lavoro si è rivelata generalmente favorevole, specialmente per chi aveva già un buon impiego prima dell’episodio acuto.
Guardiamo i numeri:
- Tra chi aveva un’alta capacità lavorativa (lavorava almeno l’80% di una settimana standard) prima dell’ernia, il 71% ha mantenuto questo livello per i due anni successivi. Entro 6 mesi, un ulteriore 14% aveva recuperato, portando il totale all’85%!
- Per chi aveva una capacità lavorativa intermedia (20-80%), il 57% l’ha mantenuta, e un altro 27% ha recuperato entro 6 mesi, raggiungendo l’84%.
Dopo i primi sei mesi, il tasso di recupero rallentava parecchio.
Per chi partiva da una bassa capacità lavorativa (<20%), la situazione era più difficile: l'89% non ha mostrato miglioramenti significativi. Tuttavia, un piccolo ma importante 8% è riuscito a superare la soglia del 20% di ore lavorate entro sei mesi, con un altro 1-2% che ce l'ha fatta entro un anno e mezzo.
Questi dati suggeriscono che, per la maggior parte delle persone in età lavorativa, un episodio di mal di schiena da ernia del disco, sebbene doloroso e preoccupante, è in gran parte una condizione benigna da cui si recupera bene, almeno in termini di capacità lavorativa.

Cosa Ci Dice Tutto Questo? Verso Percorsi Più Intelligenti
Questo studio danese, pur con le sue specificità, ci lancia un messaggio forte: i percorsi di cura per l’ernia del disco variano troppo e non sempre sembrano ottimizzati. L’alto numero di invii al pronto soccorso e ai reparti chirurgici, a fronte di un basso tasso di interventi e di emergenze reali, suggerisce che si potrebbe fare di meglio.
Seguendo un po’ il paradigma del “Choose Wisely” (Scegliere con Saggezza), forse la maggior parte dei pazienti con sospetta ernia del disco, in assenza di gravi segnali d’allarme (come deficit neurologici progressivi, sindrome della cauda equina o dolore intrattabile), potrebbe essere inizialmente indirizzata verso una valutazione medica specialistica (fisiatrica, neurologica, reumatologica o centri della colonna vertebrale). Questo non toglie che debba esserci la possibilità di una valutazione chirurgica tempestiva quando serve (ad esempio, dopo 6-8 settimane di sintomi persistenti nonostante le cure conservative), perché sappiamo che la discectomia può essere molto efficace per pazienti selezionati nel ridurre il dolore e accelerare il ritorno al lavoro.
L’obiettivo dovrebbe essere trovare un equilibrio migliore tra i vari tipi di invio per ridurre gli accessi inappropriati al pronto soccorso e rendere più mirate le valutazioni chirurgiche, ottimizzando così l’uso delle risorse sanitarie.
Punti di Forza e Qualche Ombra (Come in Ogni Studio!)
Certo, ogni studio ha i suoi punti di forza e le sue debolezze. Qui la forza è l’enorme mole di dati nazionali, che rende i risultati piuttosto solidi, almeno per un sistema sanitario come quello scandinavo (gratuito e finanziato dalle tasse). Le debolezze? Si basa su diagnosi registrate (c’è sempre un margine di errore), non si sa il motivo esatto dell’invio a un reparto piuttosto che a un altro, e la classificazione della “bassa capacità lavorativa” potrebbe non cogliere tutte le sfumature. Inoltre, confrontare direttamente gli esiti tra chi va in chirurgia e chi no è difficile, perché i pazienti non sono inviati a caso, ma (si spera!) in base alla gravità e alle indicazioni cliniche.
In conclusione, questo viaggio nei dati danesi ci mostra un quadro complesso ma anche speranzoso. L’ernia del disco fa paura, ma spesso si risolve bene per quanto riguarda il lavoro. La vera sfida sembra essere quella di rendere i percorsi di cura più lineari, efficienti e standardizzati, per garantire a tutti la valutazione giusta al momento giusto, senza sprechi. Una lezione preziosa, non trovate?
Fonte: Springer
