Libano e Rifiuti: Può la Responsabilità del Produttore Salvare la Situazione?
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un tema che mi sta molto a cuore e che riguarda un paese affascinante ma alle prese con sfide enormi: il Libano e la sua crisi dei rifiuti. Immaginate un mondo dove ogni anno produciamo sempre più spazzatura – si parla di arrivare a quasi 4 miliardi di tonnellate entro il 2050! Gran parte di questo problema colpisce i paesi del Sud del mondo, dove spesso mancano le infrastrutture per gestire tutto in modo sicuro. Il risultato? Discariche abusive, inquinamento di acqua e suolo, e un serio rischio per la salute.
In questo scenario complicato, si fa strada un’idea interessante: la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR). In parole semplici, significa che chi produce un bene (dal packaging di plastica ai dispositivi elettronici) si assume la responsabilità di gestirlo anche a fine vita. Un concetto che ha già preso piede con successo in Europa e in altri paesi sviluppati, spingendo verso riciclo, riuso e un’economia più circolare. Ma in Libano, nonostante una crisi dei rifiuti che va avanti da anni (ricordate il caos del 2015?), l’EPR è ancora un territorio inesplorato.
Mi sono chiesto: l’EPR potrebbe funzionare anche lì? Potrebbe essere una leva per migliorare finalmente la gestione dei rifiuti? Per capirlo meglio, ho dato un’occhiata a uno studio recente che ha intervistato direttamente i protagonisti: aziende del settore plastica ed elettronica, enti governativi, ONG ambientaliste. E quello che è emerso è un quadro complesso, fatto di ostacoli ma anche di spiragli di speranza.
Cos’è la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) e Perché è Importante?
Prima di addentrarci nella situazione libanese, facciamo un passo indietro. L’EPR non è solo una bella parola. È un principio fondamentale per la transizione verso un’economia circolare. L’idea è semplice: spostare il peso (anche economico) della gestione dei rifiuti post-consumo dalle municipalità (e quindi dai cittadini) ai produttori stessi. Questo li incentiva a:
- Progettare prodotti più facili da smaltire, riciclare o riparare (eco-design).
- Organizzare e finanziare sistemi di raccolta e riciclo.
- Ridurre l’impatto ambientale complessivo dei loro prodotti lungo tutto il ciclo di vita.
Pensate ai sistemi come il “Punto Verde” in Germania o alle direttive europee su imballaggi e RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche). Hanno dimostrato che, con il giusto quadro normativo e la collaborazione di tutti (produttori, governo, cittadini, operatori del riciclo), si possono aumentare significativamente le percentuali di riciclo e ridurre i rifiuti destinati alla discarica. L’EPR, insomma, non è solo una questione ambientale, ma anche economica e sociale.
La Situazione Rifiuti in Libano: Un Quadro Critico
Ora torniamo in Libano. Qui la gestione dei rifiuti è un problema cronico, aggravato da anni di instabilità politica ed economica. La crisi del 2015, quando le strade di Beirut si riempirono di spazzatura, fu solo la punta dell’iceberg. I problemi sono profondi e strutturali:
- Centralizzazione eccessiva: Le decisioni vengono prese a livello centrale, lasciando le municipalità senza autonomia né risorse.
- Mancanza di strategia: Si naviga a vista, con soluzioni tampone invece di una pianificazione a lungo termine.
- Infrastrutture carenti: Soprattutto nelle aree rurali, dove discariche abusive e roghi sono la norma.
- Inefficienza finanziaria: Costi altissimi senza meccanismi di recupero efficaci (il principio “chi inquina paga” è poco applicato).
- Legislazione obsoleta e poca applicazione: Le leggi ci sono, ma spesso restano sulla carta.
- Settore informale dominante: Gran parte della raccolta e del riciclo è in mano a raccoglitori informali, difficili da tracciare e integrare.
Ogni giorno, il Libano produce circa 6.500 tonnellate di rifiuti solidi urbani. Una montagna che finisce in gran parte in discarica o, peggio, dispersa nell’ambiente. Particolarmente critica è la situazione dei rifiuti elettronici (RAEE): si stimano 46.000 tonnellate all’anno, ma meno dello 0,1% viene gestito in modo sostenibile! E per la plastica? Mancano dati certi e regolamentazioni nazionali specifiche. Insomma, un quadro che richiede interventi urgenti e innovativi.

Voce agli Esperti: Cosa Pensano Davvero dell’EPR in Libano?
Lo studio che ho analizzato ha dato voce a chi vive questa realtà ogni giorno. E cosa ne è venuto fuori? Beh, la consapevolezza sull’EPR è a macchia di leopardo. Le aziende internazionali o quelle più strutturate, soprattutto nel settore plastica, ne conoscono i principi, magari perché esportano in Europa e devono rispettare certi standard. Alcune hanno persino avviato iniziative volontarie di ritiro (take-back) o programmi di cash-back per incentivare il riciclo, spinte da un senso di responsabilità sociale d’impresa.
Dall’altra parte, molti piccoli rivenditori locali di elettronica hanno mostrato una conoscenza molto limitata, se non nulla, dell’EPR. Questo non sorprende e sottolinea una prima, grande sfida: la mancanza di informazione e formazione. Come si può implementare un sistema complesso come l’EPR se una parte importante degli attori non sa nemmeno di cosa si tratta?
Tuttavia, quasi tutti gli intervistati hanno riconosciuto il ruolo cruciale che le industrie *dovrebbero* avere nella gestione dei rifiuti derivanti dai loro prodotti. C’è chi punta sulla durabilità e riutilizzabilità (evitando la plastica monouso), chi investe (o vorrebbe investire) in infrastrutture di riciclo, chi sottolinea l’importanza della collaborazione tra produttori e rivenditori per facilitare il ritiro dei prodotti a fine vita (come nel caso delle batterie al piombo esauste). È interessante notare come, anche senza una legge nazionale, alcune aziende si sentano già responsabili, mosse da pressioni di mercato esterne o da una volontà interna di essere più sostenibili.
Gli Ostacoli sulla Strada dell’EPR: Un Percorso in Salita
Nonostante qualche segnale positivo, la strada per l’EPR in Libano è decisamente in salita. Gli ostacoli identificati dagli stakeholder sono tanti e interconnessi:
- Il settore informale: È un gigante invisibile. I raccoglitori informali vendono materiali riciclabili a prezzi bassissimi, rendendo difficile la competizione per un sistema EPR formale e strutturato. Integrarli è fondamentale, ma complesso per la mancanza di dati e la loro resistenza a sistemi regolamentati.
- Instabilità economica e finanziaria: In un paese in profonda crisi economica, trovare fondi per avviare e sostenere un sistema EPR è un’impresa. I costi del riciclo sono alti, mancano infrastrutture adeguate (centri di raccolta, impianti) e i trasporti sono costosi. Le aziende, soprattutto le piccole e medie, faticano a sostenere costi aggiuntivi, privilegiando giustamente la sopravvivenza e il profitto immediato.
- Debolezza istituzionale e governance: Qui tocchiamo un nervo scoperto. L’amministrazione pubblica è descritta come inefficiente, a tratti corrotta, e paralizzata dalla burocrazia. Manca coordinamento tra i ministeri, le leggi (quando ci sono) vengono approvate con ritardi biblici (la legge quadro sui rifiuti del 2018 era stata proposta nel 2005!) e l’applicazione è debole o inesistente. Senza un quadro normativo chiaro, stabile e soprattutto *applicato*, l’EPR rischia di rimanere un bel sogno nel cassetto.
- Gap di conoscenza e consapevolezza pubblica: Come accennato, non solo alcuni attori economici, ma anche il pubblico generale ha scarsa consapevolezza sull’importanza del riciclo e sui meccanismi dell’EPR. Campagne di comunicazione efficaci e culturalmente adattate sono essenziali ma al momento mancano.
- Sfide specifiche dei settori: L’elettronica sconta la mancanza di produttori locali (si tratta quasi solo di importatori/rivenditori) e la difficoltà/costo di riciclare certi componenti. La plastica, pur con qualche iniziativa volontaria in più, soffre della mancanza di regolamentazione specifica e dati affidabili.

Volontario o Obbligatorio? Il Dilemma dell’Implementazione
Un punto chiave emerso dalle interviste è il dibattito tra approcci volontari e obbligatori all’EPR. La maggior parte degli stakeholder (ONG, governo, ma anche alcune aziende) ritiene che solo un sistema EPR obbligatorio, sancito per legge, possa essere davvero efficace. Le iniziative volontarie, pur lodevoli, dipendono troppo dalla buona volontà delle singole aziende, mancano di scala, di monitoraggio e di potere sanzionatorio. Senza obblighi chiari e sanzioni per chi non rispetta le regole, è difficile garantire una partecipazione ampia e risultati concreti. L’esperienza internazionale (come quella francese citata da un partecipante) conferma che regole precise su etichettatura, monitoraggio e reporting sono fondamentali.
D’altro canto, alcuni sostengono che, vista l’inerzia governativa, le industrie dovrebbero comunque agire proattivamente con iniziative volontarie, che possono servire da apripista, creare know-how e dimostrare la fattibilità di certi approcci. È un equilibrio difficile da trovare, specialmente nel contesto libanese.
Una Via d’Uscita? Proposte Concrete per il Libano
Nonostante le difficoltà, lo studio non si ferma alla diagnosi ma prova a tracciare una possibile via d’uscita, basata sui suggerimenti degli stessi stakeholder. L’idea non è copiare modelli stranieri, ma costruire un percorso EPR su misura per il Libano. Ecco alcuni passi chiave proposti:
- Creare un quadro legale e istituzionale solido: Serve una legge chiara sull’EPR, che definisca ruoli e responsabilità. Ma non basta: è cruciale creare un ente autonomo, indipendente da ingerenze politiche e dotato di competenze tecniche, autorità e risorse finanziarie per supervisionare, coordinare e far rispettare le regole.
- Integrare il settore informale: Non si può ignorare chi già lavora nel settore. Servono programmi di formazione, certificazione e incentivi per farli emergere e collaborare con il sistema formale.
- Supporto finanziario: Prevedere incentivi fiscali, meccanismi di co-finanziamento o tariffe modulate per aiutare le imprese, specialmente le PMI, ad adeguarsi.
- Costruire capacità e consapevolezza: Investire in formazione per tutti gli attori (aziende, funzionari pubblici, operatori del riciclo) e lanciare campagne di sensibilizzazione per i cittadini.
- Avviare progetti pilota: Iniziare con settori specifici (es. imballaggi in plastica, batterie) per testare il sistema, imparare dagli errori e dimostrarne i benefici.
- Promuovere la collaborazione: Creare piattaforme stabili di dialogo e coordinamento tra governo, industrie, ONG e comunità locali. Sfruttare anche il supporto tecnico di organizzazioni internazionali.
- Approccio graduale e adattivo: L’EPR non si implementa dall’oggi al domani. Serve un percorso graduale, monitorando i risultati e adattando le strategie alle mutevoli condizioni del paese.

In conclusione, la Responsabilità Estesa del Produttore non è una bacchetta magica per risolvere la crisi dei rifiuti in Libano. Le sfide sono enormi e radicate in problemi strutturali profondi. La sua fattibilità oggi è limitata dagli ostacoli che abbiamo visto. Tuttavia, l’interesse c’è, la consapevolezza (seppur parziale) cresce e alcune iniziative volontarie dimostrano che qualcosa si muove.
L’EPR rimane un modello potente e allineato con i principi dell’economia circolare. Per il Libano, potrebbe rappresentare una grande opportunità, ma solo se affrontata con un approccio strategico, collaborativo, graduale e supportato da una reale volontà politica di riformare la governance del settore. Serviranno investimenti, tempo e tanta perseveranza. Ma come suggerisce lo studio, partendo da basi solide – legali, istituzionali e di conoscenza – e coinvolgendo tutti gli attori, si può iniziare a costruire un futuro in cui i rifiuti non siano solo un problema, ma anche una risorsa. E forse, un giorno, potremo parlare del Libano non solo per le sue difficoltà, ma anche come esempio di resilienza e innovazione nella gestione sostenibile delle risorse.
Fonte: Springer
