Emangioendotelioma Kaposiforme: Viaggio nel Cuore di una Rara Sfida Vascolare
Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio un po’ particolare, alla scoperta di una condizione medica rara ma incredibilmente significativa: l’Emangioendotelioma Kaposiforme, o KHE. Probabilmente non ne avete mai sentito parlare, ed è normale. Si tratta di un tumore vascolare che colpisce prevalentemente i bambini, spesso nei primissimi mesi di vita. Non è un tumore maligno nel senso classico del termine, ma ha un comportamento “intermedio”, localmente aggressivo, che può creare non pochi grattacapi.
Cos’è Esattamente l’Emangioendotelioma Kaposiforme (KHE)?
Immaginate una crescita anomala di vasi sanguigni e linfatici. Ecco, il KHE è più o meno questo. La sua incidenza è bassissima, parliamo di circa 0,071 casi ogni 100.000 bambini all’anno. Ma nonostante la sua rarità, quando si presenta, la sfida è grande. La caratteristica più temibile del KHE è la sua associazione con una condizione potenzialmente letale chiamata Fenomeno di Kasabach-Merritt (KMP).
Il Pericolo Nascosto: La Fenomeno di Kasabach-Merritt (KMP)
Più del 70% dei piccoli pazienti con KHE sviluppa la KMP. Ma cos’è? È una combinazione esplosiva di trombocitopenia (un crollo drastico delle piastrine, le cellule che aiutano il sangue a coagulare) e coagulopatia da consumo (il sistema di coagulazione del sangue va in tilt). In pratica, il tumore “intrappola” le piastrine, portando a un rischio elevatissimo di emorragie gravi. Questa è la vera emergenza che ci troviamo ad affrontare.
La Sfida della Diagnosi
Diagnosticare un KHE non è sempre una passeggiata. Certo, la combinazione di una massa vascolare solida e una trombocitopenia severa è un campanello d’allarme importante, ma può essere confuso con altre anomalie vascolari o tumori infantili rari. La biopsia sarebbe l’ideale per confermare la diagnosi, ma spesso è troppo rischiosa proprio a causa della forte vascolarizzazione del tumore e dei problemi di coagulazione del paziente. Quindi, a volte, dobbiamo basarci su un quadro clinico, esami di laboratorio e imaging (soprattutto la Risonanza Magnetica, o MRI) che siano fortemente suggestivi di KHE. È fondamentale considerare il KHE in ogni neonato con trombocitopenia inspiegabile.
Un Protocollo di Trattamento: La Nostra Esperienza
Non esiste ancora un protocollo di trattamento universalmente accettato per il KHE e la KMP, anche se negli ultimi anni si sono fatti passi da gigante. Nel nostro centro, abbiamo seguito un approccio basato sull’esperienza e sulle risorse disponibili (siamo in un contesto a medio-basso reddito, e questo ha il suo peso). Abbiamo analizzato retrospettivamente i casi trattati tra il 2016 e il 2021 per capire meglio l’efficacia delle nostre strategie e identificare eventuali fattori di rischio per la refrattarietà al trattamento.
Il nostro protocollo prevedeva:
- Prima linea: Una combinazione di steroidi (prednisolone o metilprednisolone, per via orale o endovenosa) e Vincristina settimanale (un farmaco chemioterapico).
- Seconda linea (per i casi refrattari): Sirolimus (noto anche come Rapamicina), un farmaco immunosoppressore che ha mostrato grande efficacia nelle anomalie vascolari. Lo abbiamo usato come seconda linea principalmente perché la formulazione liquida, ideale per i bambini, non era facilmente disponibile nel nostro centro.
- Terza linea (casi molto difficili): Chemioterapia multi-agente (VAC) e antiaggreganti piastrinici.

I Risultati: Luci e Ombre
Abbiamo incluso nello studio 10 piccoli pazienti (8 maschietti e 2 femminucce). La localizzazione più comune era negli arti (5 casi), ma abbiamo avuto anche un caso con interessamento viscerale (mediastino) senza lesioni cutanee. Le lesioni cutanee apparivano come aree diffuse, indurite, di colore rosso scuro. Cinque pazienti hanno avuto eventi potenzialmente letali, come distress respiratorio, scompenso cardiaco, emorragia intracranica, tamponamento cardiaco o sanguinamento attivo.
La buona notizia? Sei pazienti su dieci (il 60%) hanno risposto bene alla terapia di prima linea (steroidi + vincristina). La risposta ematologica completa (cioè la normalizzazione delle piastrine) è stata raggiunta in media entro 2-4 settimane dall’inizio della terapia. Vedere quelle piastrine risalire è sempre un momento di grande sollievo!
I quattro pazienti che non hanno risposto alla prima linea sono passati al Sirolimus. Di questi, due hanno ottenuto una risposta ematologica completa. Un altro paziente, pur non rispondendo al Sirolimus, ha visto le sue piastrine risalire spontaneamente 12 mesi dopo l’interruzione della terapia – un evento sorprendente che ci ricorda quanto ancora dobbiamo imparare su questa condizione! Purtroppo, l’ultimo paziente non ha risposto né al Sirolimus né alla chemioterapia di terza linea ed è stato perso al follow-up dopo che i genitori hanno rifiutato altre opzioni come embolizzazione o radioterapia.
Fattori che Predicono una Sfida Maggiore
Analizzando i dati, abbiamo notato alcuni fattori che sembravano associati a una risposta più difficile al trattamento:
- Ritardo nell’inizio della terapia (presentazione dopo il primo anno di vita).
- Grandi dimensioni del tumore cutaneo (interessamento >5% della superficie corporea).
- Localizzazione mediastinica o viscerale.
- Presentazione con eventi potenzialmente letali, specialmente sistemici.
- Trombocitopenia molto severa all’esordio.
- Mancanza di risposta ematologica dopo un massimo di 2 mesi di terapia di prima linea.
Questi fattori ci aiutano a identificare precocemente i pazienti che potrebbero richiedere un approccio terapeutico più aggressivo o un monitoraggio più stretto.
E Dopo la Terapia? Le Conseguenze a Lungo Termine
Anche quando il trattamento ha successo e la KMP si risolve, possono rimanere delle conseguenze. La più comune che abbiamo osservato è il linfedema (un gonfiore dovuto all’accumulo di linfa) nella zona dove si trovava il tumore, specialmente negli arti. Questo è legato al fatto che il KHE coinvolge spesso anche i vasi linfatici. In sei dei nostri pazienti è rimasto un linfedema residuo, gestito con calze compressive con miglioramenti modesti. Altre sequele possono includere macchie cutanee, piccole masse residue o problemi muscolo-articolari.

Cosa Abbiamo Imparato?
Questo viaggio nel KHE, attraverso la nostra esperienza clinica, ci ha insegnato molto. Nonostante sia un tumore aggressivo e potenzialmente pericoloso a causa della KMP, la maggior parte dei pazienti risponde bene alle terapie disponibili, anche in contesti con risorse limitate dove è necessario adattare i protocolli standard (come l’uso del Sirolimus in seconda linea per noi). Identificare precocemente i fattori di rischio per una scarsa risposta è cruciale.
Certo, il nostro studio ha dei limiti: è retrospettivo, si basa sull’esperienza di un singolo centro e ha un numero limitato di pazienti (data la rarità della malattia). C’è ancora bisogno di studi collaborativi più ampi, magari prospettici, per definire meglio le strategie terapeutiche ottimali, i tempi di risposta e la gestione delle tossicità.
Ma ogni passo avanti nella comprensione e nel trattamento del KHE è una vittoria per questi piccoli guerrieri e le loro famiglie. La battaglia è complessa, ma la speranza e i progressi della medicina ci guidano.
Fonte: Springer
