Un'immagine concettuale che raffigura una bilancia della giustizia. Su un piatto ci sono giornali e riviste tradizionali, sull'altro uno smartphone che mostra loghi di aggregatori di notizie. La bilancia è in leggero squilibrio, a favore dello smartphone. Illuminazione da studio, obiettivo 50mm, per simboleggiare la ricerca di un equilibrio equo nel settore dell'informazione digitale.

Editori sull’Orlo di una Crisi di Nervi: Chi Paga Davvero le Notizie che Leggiamo Online?

Amici lettori, vi siete mai chiesti come campa il giornalismo di qualità nell’era digitale? Io sì, e vi assicuro che la situazione è più ingarbugliata di una matassa di cavi dietro la scrivania. Da quando i giganti del web, i cosiddetti aggregatori di notizie digitali, sono entrati prepotentemente sulla scena, per gli editori di giornali la vita si è fatta parecchio dura. Un po’ come Davide contro Golia, ma con Golia che usa le notizie di Davide per diventare ancora più grosso, senza nemmeno offrire un caffè.

Un Matrimonio Squilibrato: Editori e Piattaforme Digitali

Vedete, il nocciolo della questione è un rapporto di potere totalmente sbilanciato. Noi editori, per raggiungere un pubblico vasto e coinvolgerlo, dipendiamo da queste immense piattaforme digitali. Loro, invece, possono tranquillamente fare a meno dei contenuti esclusivi di un singolo giornale. Immaginatevi la scena: noi che bussiamo timidamente alla porta di Google o Facebook sperando in un po’ di visibilità, e loro che ci guardano dall’alto in basso, sapendo di avere il coltello dalla parte del manico. Già nel 2014, Mathias Döpfner, il CEO di Axel Springer, lo diceva chiaramente in una lettera a Eric Schmidt di Google: “Google non ha bisogno di noi. Ma noi abbiamo bisogno di Google. Abbiamo paura di Google”. Parole sante, che risuonano ancora oggi.

Questa disparità di potere è tale che le piattaforme digitali si permettono di utilizzare i nostri contenuti giornalistici, protetti da copyright, senza sborsare un euro, o quasi. E così, l’obiettivo primario del diritto d’autore – cioè incentivare la creazione e la diffusione di opere garantendo una giusta remunerazione agli autori – va a farsi benedire. Le conseguenze? Non solo la sopravvivenza economica delle testate tradizionali è a rischio, ma anche il pluralismo dei media, quel baluardo della democrazia che ci garantisce una varietà di voci e opinioni. Se il panorama mediatico si omogenizza, finiremo per sentire sempre la stessa campana, e addio ricchezza del dibattito pubblico.

Quando le Notizie Svaniscono: L’Impatto sul Pluralismo

Dall’avvento del digitale, molti editori hanno tentato la carta dell’online, magari con modelli di abbonamento. Ma quanti giornali locali, soprattutto nei paesi occidentali, hanno dovuto chiudere i battenti? Tanti, troppi. Questo ha portato a una diminuzione dei contenuti originali e, in alcune aree, a veri e propri “deserti di notizie”. E quando manca l’accesso a informazioni affidabili, capite bene che è la democrazia stessa a tremare. Il pluralismo dei media, infatti, è essenziale per offrire ai cittadini un ampio spettro di informazioni, come sancito anche dall’Art. 11 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. L’idea è semplice: nessuna singola entità deve controllare il dibattito pubblico. Invece, i media dovrebbero riflettere gli interessi e le necessità di una società eterogenea, dove ogni voce, almeno in teoria, ha la possibilità di farsi sentire.

Il recente European Media Freedom Act definisce il pluralismo dei media come “la possibilità di avere accesso a una varietà di servizi e contenuti mediatici che riflettono diverse opinioni, voci e analisi”. Ci sono tre dimensioni chiave in questo ecosistema:

  • Diversità delle fonti: l’esistenza di una pluralità di media indipendenti e autonomi.
  • Diversità dei contenuti: la varietà dei contenuti messi a disposizione del pubblico.
  • Diversità dell’esposizione: garantire che i consumatori possano accedere a contenuti diversi, anche quelli non immediatamente redditizi, ma di interesse pubblico. Quest’ultima, la “diversità dell’esposizione”, sta diventando cruciale, soprattutto pensando a come gli algoritmi potrebbero presentare contenuti vari, privilegiando l’interesse pubblico rispetto alla mera popolarità.

Certo, le piattaforme digitali hanno anche facilitato l’accesso alle notizie. Chi non può permettersi un quotidiano cartaceo può trovare notizie online gratuitamente, e gli abbonamenti digitali a testate prestigiose costano meno delle loro controparti stampate. Però, il dominio di pochi giganti come Google e Facebook, veri e propri guardiani dell’informazione (i famosi “gatekeepers”), solleva preoccupazioni. La distribuzione algoritmica dei contenuti può creare le famigerate “filter bubble” (bolle di filtraggio) o “echo chamber” (casse di risonanza), dove vediamo solo ciò che conferma le nostre convinzioni, e può persino favorire la disinformazione. La vera diversità, quindi, potrebbe non derivare dalla semplice libertà di parola, ma da algoritmi che privilegiano contenuti di interesse pubblico e diversificati.

Un primo piano macro di vecchi caratteri da stampa in piombo accostati a un moderno schermo di tablet che mostra un feed di notizie digitali, illuminazione da studio controllata, alta definizione, a simboleggiare la transizione e il conflitto tra editoria tradizionale e aggregatori digitali.

Le Contromosse: Copyright, Concorrenza e Regolamentazione

Di fronte a questa situazione, che non è certo un problema solo italiano ma globale, diverse giurisdizioni hanno provato a mettere dei paletti. L’obiettivo principale è garantire che gli editori ricevano un’equa remunerazione dalle piattaforme digitali. Le strade intraprese sono diverse e si muovono tra diritto d’autore, diritto della concorrenza e regolamentazione specifica. Analizziamo tre di queste misure.

1. Lo Scudo del Copyright: La Direttiva UE sul Mercato Unico Digitale (CDSM)

L’Unione Europea, con la Direttiva 2019/790 (CDSM), ha cercato di dare una mano. L’articolo 15, in particolare, ha introdotto un “diritto connesso” per gli editori di giornali, modellato su diritti simili già esistenti in Germania e Spagna. L’idea è quella di rafforzare la loro posizione negoziale per l’utilizzo online delle loro pubblicazioni da parte dei fornitori di servizi della società dell’informazione (ISSP), come gli aggregatori di notizie. Questo diritto si applica agli usi commerciali delle pubblicazioni per un periodo di 2 anni e mira a far sì che gli editori possano recuperare i loro investimenti. La direttiva sottolinea che l’uso di pubblicazioni, anche parziale (i famosi “snippet”, ovvero brevi estratti di testo, titoli e talvolta immagini), non deve compromettere tali investimenti. Tuttavia, esclude “singole parole o estratti molto brevi”, un’area grigia che può essere interpretata in modi diversi e che, a mio avviso, gli aggregatori possono sfruttare.

L’articolo 15(5) stabilisce che gli autori delle pubblicazioni debbano ricevere una “quota adeguata dei ricavi”. Ma cosa sia “adeguato” non è specificato, così come mancano regole procedurali chiare per la concessione delle licenze e la remunerazione. Questo, come vedremo, è un bel problema. Inoltre, ogni Stato membro ha recepito l’articolo 15 a modo suo, creando una frammentazione normativa. L’Italia, ad esempio, ha previsto che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) possa emanare linee guida sul “equo compenso” e determinarlo in casi specifici. Altri Stati hanno introdotto licenze collettive obbligatorie o volontarie. Insomma, un bel guazzabuglio.

2. Il Martello della Concorrenza: Il Caso Francese Contro Google

In Francia, nonostante il recepimento dell’art. 15, la situazione non si è sbloccata facilmente. Nel novembre 2019, gli editori francesi hanno sporto denuncia all’Autorité de la Concurrence (l’antitrust francese) contro Google. L’accusa? Google si rifiutava di negoziare le licenze e aveva annunciato unilateralmente che non avrebbe più riutilizzato i contenuti protetti degli editori, a meno che questi non concedessero il permesso gratuitamente. Se gli editori rifiutavano, Google avrebbe mostrato solo un link alla pagina, riducendo drasticamente il traffico di rinvio, fondamentale per le entrate pubblicitarie.

L’Autorité ha ritenuto che Google stesse imponendo condizioni commerciali sleali, abusando della sua posizione dominante e della dipendenza economica degli editori. Ha contestato l’argomentazione di Google secondo cui non traeva profitto dalla visualizzazione dei contenuti protetti, sottolineando che l’intento del diritto degli editori era proprio trasferire parte di quel beneficio. Alla fine, l’Autorité ha ordinato a Google di negoziare in buona fede. Nel maggio 2022, Google ha presentato degli impegni, accettati dall’Autorité: negoziare “in buona fede” la remunerazione, fornire informazioni per stimare i ricavi diretti e indiretti derivanti dall’uso dei contenuti, e garantire che i negoziati non influenzino il posizionamento dei contenuti. In caso di mancato accordo, si può ricorrere a un tribunale arbitrale. Un fiduciario indipendente, pagato da Google, supervisiona l’attuazione. Nonostante ciò, nel marzo 2024, l’Autorité ha multato Google per 250 milioni di Euro per non aver rispettato pienamente gli impegni. Questo dimostra che il solo diritto d’autore, anche se rafforzato, può non bastare.

3. La Via della Regolamentazione Ibrida: Il Codice di Condotta Australiano

Circa due anni prima della decisione francese sugli impegni di Google, l’Australia aveva varato una legge con lo stesso scopo: il “News Media and Digital Platforms Mandatory Bargaining Code 2021”. Questo codice mira a riequilibrare il potere negoziale tra testate giornalistiche e grandi piattaforme digitali per sostenere un panorama mediatico forte e indipendente. È una sorta di ibrido tra diritto della concorrenza e regolamentazione settoriale. Il Codice stabilisce i requisiti per le testate giornalistiche (produrre giornalismo di interesse pubblico per gli australiani, rispettare standard editoriali, avere un certo fatturato) e per le piattaforme digitali (il Ministro valuta se c’è uno squilibrio di potere significativo e se la piattaforma ha contribuito alla sostenibilità dell’industria giornalistica australiana).

Il cuore del Codice è il meccanismo di negoziazione: se le parti non raggiungono un accordo in tre mesi, e la mediazione fallisce, un arbitro indipendente decide entro 35 giorni lavorativi quale offerta finale delle parti è la più ragionevole, considerando costi e benefici per entrambe. Il Codice include anche standard minimi su questioni non legate al pagamento, come l’accesso ai dati sul pubblico e la notifica di modifiche algoritmiche che impattano il traffico. Finora, nessuna piattaforma è stata formalmente designata sotto il Codice, poiché Google e Meta (anche se Meta ha annunciato nel 2024 che non rinnoverà gli accordi) hanno stretto accordi commerciali con gli editori. Tuttavia, questo ha sollevato preoccupazioni sulla trasparenza dei criteri di “contribuzione significativa” e sul rischio di escludere gli editori più piccoli. Recentemente, dopo la decisione di Meta di non rinnovare gli accordi, il governo australiano ha minacciato di designarla e ha annunciato piani per rivedere il Codice, introducendo sanzioni per le piattaforme designate che non raggiungono accordi.

Una fotografia simbolica che mostra due mani, una che rappresenta un editore di notizie (magari con un giornale accartocciato) e l'altra un gigante tecnologico (con un logo stilizzato di una piattaforma), che cercano di stringersi la mano sopra un tavolo da negoziazione, con un martelletto da giudice sullo sfondo. Obiettivo prime 35mm, profondità di campo, illuminazione drammatica per evidenziare la tensione e la ricerca di un accordo.

Qual è la Strada Maestra per l’Europa?

Allora, quale di queste misure è la più adatta a garantire la sopravvivenza degli editori e, di conseguenza, il pluralismo dei media? L’esperienza con l’art. 15 della CDSM, così come quella dei suoi precursori in Germania e Spagna, suggerisce che la politica del copyright da sola non è la più efficace. In Germania, l’introduzione del diritto degli editori ha persino ridotto il traffico verso alcuni siti, mentre in Spagna ha portato Google News a chiudere i battenti. Ci sono timori che questo diritto possa soffocare nuovi modelli di business e persino limitare la libertà di accesso all’informazione, il che sarebbe un paradosso, visto l’obiettivo di preservare il pluralismo.

Il caso francese ha dimostrato che anche con un diritto d’autore rafforzato, è stato necessario l’intervento dell’antitrust per smuovere le acque. Questo perché mancano requisiti procedurali chiari sulla forma delle licenze e sul calcolo della remunerazione. Se l’obiettivo è mitigare il potere negoziale delle piattaforme e creare condizioni di parità, la politica della concorrenza sembra più adatta. Tuttavia, anche il diritto della concorrenza ha i suoi limiti:

  • È focalizzato su obiettivi economici, e il pluralismo dei media potrebbe non essere la sua priorità.
  • La definizione del mercato e la valutazione del potere di mercato possono essere complesse, specialmente per piattaforme più piccole.
  • Non è pensato per proteggere modelli di business inefficienti o compensare carenze normative.
  • Le procedure sono spesso lunghe e complesse, e nel frattempo gli editori potrebbero fallire.

Ecco perché una soluzione ibrida, come un codice di condotta sulla falsariga di quello australiano, potrebbe essere la via migliore per l’UE. Un tale codice formalizzerebbe ex ante (cioè preventivamente) gli impegni simili a quelli del caso Google News francese. Designando determinate piattaforme digitali (magari in modo simile ai “gatekeeper” del Digital Markets Act), si imporrebbero obblighi specifici, superando la necessità di lunghe indagini antitrust e aumentando la certezza del diritto per tutti. Non sarebbe più così facile per le piattaforme aggirare il diritto degli editori sancito dall’art. 15 CDSM.

Un Futuro Equo è Possibile?

In conclusione, la matassa è complessa, ma non indistricabile. L’emergere degli aggregatori di notizie digitali ha messo a dura prova gli editori, che si trovano in una posizione di debolezza e subiscono un vero e proprio “free-riding” sui loro contenuti. Questo mette a repentaglio non solo la loro sostenibilità economica, ma anche il pluralismo dell’informazione, essenziale per la nostra democrazia. La direttiva UE sul copyright, da sola, si è rivelata insufficiente. L’intervento dell’antitrust, come nel caso francese, è stato utile ma ha evidenziato i limiti di un approccio puramente ex post. La soluzione più promettente, a mio parere, risiede in uno strumento normativo come un codice di condotta vincolante, che combini elementi di regolamentazione settoriale e diritto della concorrenza. Questo garantirebbe che il diritto degli editori a una giusta remunerazione sia effettivamente applicabile, attraverso un meccanismo di applicazione efficiente ed equilibrato. Solo così potremo sperare in un’arena digitale dove il “fair play” non sia solo uno slogan, ma una realtà concreta.

Fonte: Springer

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