Doppia Biopsia della Blastocisti nella PGT: Un Rischio Calcolato o un Salto nel Buio?
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento super affascinante e delicato che tocca le corde di tante coppie che intraprendono il percorso della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), in particolare quando si parla di Test Genetico Preimpianto (PGT). Immaginate l’emozione, la speranza, ma anche i dubbi che accompagnano queste tecniche. La PGT è una vera rivoluzione: ci permette di dare un’occhiata al “corredo” genetico degli embrioni prima ancora di trasferirli in utero. L’obiettivo? Aumentare le chance di successo della gravidanza e, cosa importantissima, evitare la trasmissione di malattie genetiche ai futuri bimbi.
Ma come funziona, in pratica?
Generalmente, si fa una piccola biopsia all’embrione quando raggiunge lo stadio di blastocisti (solitamente tra il 5° e il 7° giorno di sviluppo). Si prelevano poche cellule dal trofoectoderma, che è la parte esterna dell’embrione, quella che poi formerà la placenta. Queste cellule vengono analizzate geneticamente. Dopo la biopsia, l’embrione viene quasi sempre vetrificato, cioè congelato ultra-rapidamente, in attesa dei risultati del test. Sembra fantascienza, vero? Eppure è la realtà di molti centri di PMA oggi.
Questa procedura standard, con una singola biopsia e una singola vitrificazione, è ormai consolidata. Ma cosa succede se, per qualche motivo, il risultato del test genetico non arriva? O se è inconcludente? Non è un’ipotesi così remota: secondo i dati del Consorzio PGT dell’ESHRE, parliamo di un 11% di “nessun risultato” per la PGT-M (test per malattie monogeniche), un 7% per la PGT-SR (riarrangiamenti strutturali cromosomici) e tra lo 0.86% e il 3.8% per la PGT-A (aneuploidie).
Il Dilemma della Seconda Chance: La Ri-biopsia
Ed ecco che ci troviamo di fronte a un bivio. Abbiamo un embrione, magari l’unico disponibile, che è stato già biopsiato e vitrificato una volta, ma di cui non conosciamo lo stato genetico. Che fare? Trasferirlo comunque, “alla cieca”, sperando che sia sano? Oppure tentare una seconda biopsia (ri-biopsia) e una seconda vitrificazione per ottenere quella risposta che manca?
È una decisione difficile, sia per i medici che, soprattutto, per i pazienti. Si stima che circa il 2-6% degli embrioni sottoposti a PGT possa richiedere questo secondo “round”. La domanda che sorge spontanea è: ma questa doppia procedura è sicura? Sottoporre l’embrione a un’ulteriore manipolazione e a un altro ciclo di congelamento/scongelamento può compromettere le sue potenzialità di sviluppo o la salute del futuro bambino?

Cosa Sappiamo (e Cosa Non Sappiamo) Oggi
Qui le cose si complicano un po’. La ricerca sulla sicurezza della doppia biopsia e doppia vitrificazione è ancora agli inizi rispetto alla procedura standard. Non ci sono grandi studi randomizzati controllati (il gold standard della ricerca medica) e i dati che abbiamo provengono principalmente da studi osservazionali, spesso con campioni piccoli.
Alcuni di questi studi iniziali, pubblicati a partire dal 2017, sembrano suggerire che la doppia biopsia possa effettivamente comportare qualche rischio in più. Si è parlato di una possibile riduzione del tasso di impianto (circa il 15% in meno in uno studio specifico) e di minori probabilità di gravidanza rispetto agli embrioni che hanno subito una sola biopsia. L’idea è che prelevare cellule dal trofoectoderma, soprattutto se si fa due volte, potrebbe in qualche modo “indebolire” quella parte dell’embrione destinata a diventare placenta, con possibili ripercussioni.
E per quanto riguarda la salute dei bambini nati dopo questa doppia procedura? I dati sugli esiti ostetrici e neonatali (peso alla nascita, parto pretermine, malformazioni, ecc.) sono ancora più scarsi e, a volte, contraddittori tra i vari studi. C’è molta incertezza, il che rende difficile per i medici dare consigli chiari e basati su solide evidenze ai pazienti che si trovano di fronte a questa scelta.
La Necessità di Fare Chiarezza: Una Revisione Sistematica
Proprio per colmare questo vuoto di conoscenza, è stato avviato un progetto importante: una revisione sistematica e meta-analisi. Cosa significa? In pratica, un gruppo di ricercatori si è messo al lavoro per raccogliere TUTTI gli studi pubblicati finora sull’argomento (sia quelli “ufficiali” che quelli meno noti, la cosiddetta “letteratura grigia”), valutarne la qualità e poi “mettere insieme” i loro risultati usando metodi statistici avanzati (la meta-analisi).
L’obiettivo è chiarissimo: confrontare gli esiti delle gravidanze e la salute dei neonati ottenuti da embrioni sottoposti a doppia biopsia e doppia vitrificazione con quelli ottenuti da embrioni che hanno seguito il percorso standard (singola biopsia e singola vitrificazione). Si guarderà in particolare a:
- Il tasso di nati vivi (Live Birth Rate – LBR), l’indicatore più importante del successo.
- Il peso alla nascita dei bambini nati singoli (per evitare le complicazioni delle gravidanze gemellari).
- Altri esiti importanti come la sopravvivenza dell’embrione dopo lo scongelamento, il tasso di gravidanza clinica, il rischio di aborto, parto pretermine, basso o alto peso alla nascita per l’età gestazionale, pre-eclampsia e malformazioni congenite maggiori.
Si includeranno solo studi su embrioni euploidi (cioè geneticamente normali secondo il test) trasferiti singolarmente in cicli da scongelato (FET).

Perché Questa Ricerca è Cruciale?
Ve lo dico sinceramente: c’è un bisogno enorme di dati affidabili su questo tema. La PGT è una tecnologia in continua evoluzione e la possibilità di “ritestare” un embrione è una strategia che potrebbe aumentare il numero di embrioni trasferibili per una coppia, ottimizzando il percorso di PMA. Ma dobbiamo essere sicuri che i benefici superino i potenziali rischi.
Questa revisione sistematica, seguendo protocolli rigorosi (come PRISMA e registrata su PROSPERO), mira proprio a fornire quelle risposte basate sull’evidenza che oggi mancano. I risultati aiuteranno i medici a consigliare meglio i pazienti, permettendo loro di prendere decisioni più informate e consapevoli riguardo alla possibilità di una seconda biopsia. Potrebbero anche contribuire a definire future linee guida sulla pratica della PGT.
Insomma, siamo in attesa di capire meglio se dare una “seconda chance” diagnostica a un embrione sia una strada percorribile e sicura o se comporti rischi che dobbiamo considerare attentamente. La scienza sta lavorando per darci risposte, e io non vedo l’ora di scoprire cosa emergerà da questa importante analisi!
Fonte: Springer
