Ritratto fotografico in bianco e nero di una donna seduta sui gradini di un edificio urbano, sguardo perso nel vuoto, simboleggiando solitudine e resilienza. Obiettivo 35mm, profondità di campo ridotta per isolare il soggetto, stile film noir per accentuare il dramma.

Donne, Violenza e Senzatetto a Toronto: Storie Invisibili Emerse dalla Pandemia

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa di forte, qualcosa che spesso rimane nell’ombra ma che la pandemia di COVID-19 ha, in un certo senso, illuminato di una luce cruda e necessaria. Mi riferisco alle esperienze delle donne che si sono trovate a vivere senza una casa e, troppo spesso, a subire violenza, proprio nel cuore pulsante del Canada, a Toronto. Ho letto uno studio recente che mi ha davvero colpito, perché mette insieme le voci di chi ha cercato aiuto nelle organizzazioni contro la violenza sulle donne (VAW) e di chi ha vissuto negli accampamenti di fortuna sorti durante la pandemia. Un mix unico che ci apre gli occhi su realtà complesse e interconnesse.

Sapete, la violenza contro le donne è una delle cause principali per cui una donna perde la casa. Eppure, incredibilmente, i servizi per chi subisce violenza e quelli per i senzatetto viaggiano spesso su binari separati, quasi non si parlassero. Questo studio cerca proprio di capire cosa succede quando questi due mondi si incontrano, o meglio, si scontrano, nella vita delle donne, specialmente durante un’emergenza sanitaria globale come quella che abbiamo vissuto.

La Violenza come Radice Nascosta dell’Essere Senzatetto

Quello che emerge prepotentemente dalle storie raccolte è un percorso comune: la violenza, spesso domestica o da parte di partner intimi, è la scintilla che porta alla perdita della casa. Pensate a una donna che scappa da un compagno violento, o a un’altra costretta a lasciare l’abitazione per le minacce di un familiare. Non si tratta solo di violenza fisica, ma anche psicologica, di controllo asfissiante. Una partecipante allo studio raccontava di come lo zio controllasse ogni suo movimento, persino chiedendole la ricevuta del metadone per “provare” dove fosse stata. Alla fine, la scelta è stata drastica: “Fanculo, me ne vado“.

Un’altra storia terribile è quella di una donna il cui ex ha fatto di tutto per farla sfrattare dal suo appartamento, arrivando a molestare verbalmente la portinaia, solo perché voleva che lei finisse “in strada come un perdente“, come lui. E ci è riuscito. Queste dinamiche di potere e controllo, dove spesso l’uomo ha più potere sociale ed economico, sono la miccia che fa esplodere la situazione abitativa. E non parliamo solo di partner o familiari: a volte la violenza arriva da vicini, padroni di casa, persino da personale di strutture di accoglienza.

La pandemia ha gettato benzina sul fuoco. I servizi di supporto erano sovraccarichi, le regole di distanziamento limitavano la capienza dei rifugi. Trovare un posto sicuro è diventato un’impresa quasi impossibile. Una donna raccontava di chiamare ogni giorno rifugi in tutto l’Ontario meridionale, senza auto, senza successo. “E così, restiamo“, ha detto, bloccata in una situazione insostenibile. Immaginate la frustrazione e la paura.

E se già la situazione era difficile, pensate a chi viveva forme multiple di marginalizzazione: donne con storie di carcere, che usano sostanze, migranti senza documenti, con problemi di salute mentale o disabilità. Per loro, le porte si chiudevano ancora più facilmente. A volte, l’unica opzione erano i rifugi di emergenza generici, non quelli specifici per donne vittime di violenza, con tutte le conseguenze che vedremo tra poco.

Ritratto fotografico di una donna di circa 30 anni, seduta da sola su una panchina in un parco urbano al crepuscolo. Il suo sguardo è pensieroso e rivolto lontano. Luce ambientale soffusa, obiettivo 50mm con profondità di campo media per includere l'ambiente circostante ma mantenere il focus sulla sua espressione. Toni del blu e del grigio (duotone) per evocare malinconia e isolamento.

Il lockdown stesso è diventato uno strumento di controllo. Molte donne si sono trovate intrappolate in casa con i loro aguzzini, 24 ore su 24. Una partecipante raccontava del compagno che, stressato dalla perdita del lavoro e dalla precarietà abitativa, beveva di più e si rifiutava persino di indossare la mascherina, negando l’esistenza del COVID, aumentando la paura e il senso di impotenza di lei. Uscire da queste situazioni, pianificare una fuga, diventava quasi impossibile senza che l’aggressore se ne accorgesse, aumentando esponenzialmente i rischi, visto che il momento subito dopo la separazione è uno dei più pericolosi per l’incolumità della donna.

Sicurezza o Libertà? Il Dilemma Quotidiano tra Rifugi e Accampamenti

Quando una donna si trova senza casa, le opzioni sono poche e spesso terribili. La scelta, quando c’è, ruota attorno a un difficile equilibrio tra sicurezza e autonomia. Ed è qui che le esperienze divergono in modo interessante tra chi ha avuto accesso ai rifugi (per vittime di violenza o generici) e chi ha vissuto negli accampamenti.

I rifugi, specialmente quelli di emergenza per senzatetto, sono stati descritti con parole dure: “prigione“, “trappola“, “inferno“. Le regole ferree (orari, coprifuoco, divieto di uscire, pasti fissi), rese ancora più rigide dalla pandemia, toglievano ogni senso di autonomia. Le partecipanti si sentivano sorvegliate, infantilizzate. Una donna ha detto: “Ci trattano come se fossimo il loro lavoro, o intrattenimento. Onestamente pensiamo di essere al Grande Fratello… Ci distraggono dal cercare un appartamento litigando con lo staff per bere qualcosa nella nostra stanza. Non siamo bambini!“. Questo controllo, anziché aiutare, sembrava ostacolare il percorso verso l’uscita dalla condizione di senzatetto.

Ma non era solo una questione di regole. La sicurezza stessa era spesso compromessa. Le donne temevano furti, violazioni della privacy, sia da parte di altri residenti che, a volte, dello staff. E, cosa gravissima, diverse donne hanno raccontato di aver subito o assistito a episodi di violenza (anche da parte dei partner) all’interno dei rifugi di emergenza, senza che lo staff intervenisse. Una partecipante ha descritto il suo ragazzo che la picchiava fuori dalla porta dell’ufficio del rifugio, mentre lo staff si rifiutava di aiutarla dicendo di “temere per la propria vita“. Inaccettabile.

Questo è il punto cruciale: i rifugi generici per senzatetto spesso mancano completamente di un approccio specifico per la violenza di genere. Una donna che era riuscita a passare da un rifugio di emergenza a uno per vittime di violenza (VAW) ha sottolineato la differenza abissale:

  • Rifugio di emergenza:Orribile… mi sentivo molto depressa… non era pulito… sentivamo altre famiglie, gente che portava alcol, urla, ci sentivamo molto insicure. I miei figli dormivano letteralmente sul mio petto.
  • Rifugio VAW:Molto meglio. Pulito… Staff presente 24/7… Se i miei figli si addormentavano, non avevo paura di scendere a parlare con lo staff. Lì [nel rifugio di emergenza] non potevo farlo, non avevo nessuno con cui parlare.

Per chi fugge dalla violenza, ritrovarsi in un ambiente altrettanto violento e insicuro è retraumatizzante, specialmente se si hanno bambini.

Gli accampamenti, d’altro canto, offrivano maggiore autonomia. Le persone potevano autogestirsi, creare proprie regole, supportarsi a vicenda. Per chi usava sostanze, ad esempio, l’accampamento era percepito come più sicuro del rifugio, dove spesso vigeva un approccio di tolleranza zero e mancava personale formato per gestire overdose. “Onestamente, come consumatrice di oppiacei, penso sia molto più sicuro [usare sostanze in un accampamento] perché c’è sempre gente intorno per assicurarsi che tu stia bene“, ha detto una donna. Si creavano reti di mutuo supporto.

Tuttavia, anche gli accampamenti presentavano rischi enormi, specialmente per le donne. Molte partecipanti hanno parlato di violenza sessuale, stupri. La sicurezza spesso dipendeva dalla “protezione” maschile o dall’assumere ruoli “materni” di controllo e mediazione all’interno della comunità dell’accampamento. A volte, le donne si armavano per difendersi. E anche qui, non mancavano episodi di molestie o comportamenti inappropriati da parte di personale esterno (come operatori cittadini o polizia), con la sensazione costante di essere “membri indesiderati della società“, criminalizzati e a rischio di sgombero.

Fotografia macro di due mani che si stringono delicatamente, una apparentemente più vissuta dell'altra. Illuminazione controllata e calda per enfatizzare il contatto e il supporto. Obiettivo macro 100mm, messa a fuoco precisa sulle mani, sfondo sfocato per isolare il gesto. Alta definizione per mostrare i dettagli della pelle.

La scelta, quindi, era spesso tra un’autonomia precaria e rischiosa (accampamento) e una sicurezza illusoria e restrittiva (rifugio generico). Le esperienze più positive emergevano quando si riusciva a trovare un equilibrio, magari in rifugi specifici per donne (VAW o anche solo femminili) o in soluzioni innovative come le “tiny shelter” (piccole unità abitative temporanee), che garantivano privacy e dignità. Elementi basilari come l’accesso a docce pulite, bagni sicuri e cibo decente (possibilmente con un minimo di scelta) facevano una differenza enorme nel sentirsi trattate con umanità.

Stereotipi che Feriscono, Approcci che Curano

Un altro tema potentissimo emerso è come gli stereotipi di genere influenzino l’accesso ai servizi e l’esperienza stessa delle donne. C’era questa idea strisciante, a volte interiorizzata dalle stesse donne, che l’aiuto bisognasse “meritarselo”. E chi lo meritava? Spesso, chi si conformava all’ideale della “brava donna”: istruita, che cerca lavoro, va in chiesa, non usa droghe.

Una partecipante sentiva di ricevere un trattamento preferenziale in rifugio perché lo staff “vedeva qualcosa di diverso” in lei rispetto agli altri residenti, descritti come “felici in quella situazione… non hanno piani… i loro soldi vanno in droghe“. Questo discorso sui “poveri immeritevoli” è pericolosissimo e colpisce duramente le donne, specialmente quelle che usano sostanze. Non a caso, quasi nessuna donna che viveva negli accampamenti (dove l’uso di sostanze era più comune) aveva avuto accesso a servizi specifici VAW, probabilmente a causa dell’approccio di tolleranza zero di molte di queste organizzazioni.

Anche le donne migranti sentivano questo peso. Una donna latina in un rifugio VAW, pur grata per l’aiuto, si sentiva in colpa: “A volte mi sento male… cosa ci faccio qui? Dovrei lavorare… A volte sento di non meritarlo, perché ho in testa questa cosa: non sono canadese… penso di essere in debito con loro“. Questo senso di indegnità impediva persino di chiedere il supporto necessario, come un aiuto per il suo bambino piccolo mentre lei cercava di regolarizzare la sua posizione.

E qui arriviamo a un punto fondamentale: i bambini. La maggior parte delle donne nei servizi VAW aveva figli a carico, mentre tra le donne negli accampamenti erano pochissime (e spesso senza custodia). Questo suggerisce che la presenza di figli “indirizza” verso certi percorsi, ma non sempre garantisce un supporto adeguato. Anzi.

Le madri single nei rifugi hanno affrontato sfide enormi:

  • Difficoltà a garantire la scuola online ai figli per mancanza di Wi-Fi o spazi privati sicuri (una madre guidava fino a un fast food per usare il Wi-Fi in macchina!).
  • Regole del rifugio vissute come traumatiche: separazioni forzate all’ingresso, divieto di dormire insieme per “norme antincendio”, intrusioni notturne dello staff per chiedere se avessero droghe (davanti ai bambini!).
  • Mancanza totale di supporto alla genitorialità o spazi/attività per i bambini, lasciando le madri senza un attimo di respiro, confinate in una stanza durante il lockdown.
  • In un caso estremo, i servizi sociali sono stati chiamati quando una madre è stata ricoverata, per mancanza di alternative di custodia nel rifugio VAW.

Queste esperienze dimostrano quanto sia cruciale un approccio che sia non solo sensibile al genere, ma anche centrato sui bambini e informato sul trauma.

Le esperienze positive, infatti, erano quasi sempre legate a questo: staff empatico, che trattava le donne “come esseri umani“, senza giudizio, che offriva supporto pratico ed emotivo, anche per i bambini. Una donna con figlie autistiche ha raccontato di come una operatrice l’abbia aiutata a gestire le crisi, facendola sentire capace come madre single. Un’altra ha detto che nel secondo rifugio VAW in cui è stata, si sentiva “come a casa“, e lo staff si comportava “come una famiglia” con sua figlia.

Come ha detto una partecipante, è fondamentale che chi lavora in questi settori sia formato per avere “compassione ed empatia“, perché le donne che arrivano hanno già sofferto tanto e hanno bisogno di sapere che “c’è un modo diverso“.

Cosa Ci Insegnano Queste Storie?

Questo studio ci sbatte in faccia una realtà scomoda: il sistema attuale, frammentato e spesso cieco alle specifiche esigenze di genere e alle intersezioni con altre vulnerabilità (povertà, status migratorio, uso di sostanze, disabilità), non funziona. Anzi, a volte fa più danni.

C’è un bisogno urgente di:

  • Collaborazione stretta tra il settore della violenza contro le donne e quello dell’housing/homelessness. Basta silos.
  • Una strategia politica unificata che adotti una definizione di “senzatetto” più ampia e inclusiva, che riconosca anche chi vive in situazioni violente o precarie.
  • Un approccio intersezionale e trasformativo di genere in tutte le politiche e i programmi.
  • Investimenti sostenibili per aumentare la capacità dei servizi (più posti, più personale qualificato), migliorare la formazione (su trauma, riduzione del danno, pregiudizi impliciti) e rendere gli ambienti fisici sicuri e accessibili.
  • Supporto specifico per la genitorialità e per i bambini in tutti i servizi, riconoscendo il carico sproporzionato sulle donne.
  • Piani di preparazione alle emergenze sanitarie che integrino queste considerazioni.
  • Più alloggi a prezzi accessibili, ma progettati tenendo conto della sicurezza e dell’accessibilità, e programmi di reinserimento abitativo rapido che includano supporto specifico per la violenza subita.

Insomma, queste storie da Toronto ci parlano di sofferenza, di ingiustizia, ma anche di incredibile resilienza. Ci chiedono di guardare oltre le statistiche e di vedere le persone, le donne, che lottano ogni giorno per la propria sicurezza e dignità. E ci spingono a chiederci: stiamo facendo abbastanza per costruire un sistema che le supporti davvero? Io credo di no, e spero che studi come questo aiutino a cambiare le cose.

Fonte: Springer

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