Ritratto fotografico realistico di una donna Pokot incinta, vestita con abiti tradizionali colorati, in piedi davanti a un paesaggio arido del Kenya. Obiettivo da 35mm, luce dorata del tardo pomeriggio, espressione seria ma speranzosa, profondità di campo con sfondo leggermente sfocato per enfatizzare il soggetto.

Kenya: Donne Pokot, Consapevoli dei Rischi del Parto ma Poco Preparate. Un Paradosso da Risolvere

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di una questione che mi sta molto a cuore e che, sono sicura, toccherà anche le vostre corde. Si tratta di un tema cruciale: la salute materna, e in particolare di una ricerca affascinante e un po’ spiazzante che arriva dal Kenya, precisamente dalla Contea di Baringo, e riguarda le donne nomadi pastoraliste Pokot. Immaginatevi queste comunità che si spostano continuamente con il loro bestiame, in cerca di pascoli, in un ambiente spesso ostile. Una vita dura, vero? E pensate cosa significhi affrontare una gravidanza e un parto in queste condizioni.

Lo studio che ho letto si intitola “Knowledge of obstetric danger signs and birth preparedness and complications readiness among mobile Pokot nomadic pastoralist pregnant women in Tiaty Sub-County, Baringo County-Kenya”. Un titolo lungo, lo so, ma il succo è: quanto ne sanno queste donne dei pericoli legati alla gravidanza e al parto, e quanto si preparano ad affrontarli?

Cosa sono i Segnali di Pericolo Ostetrico (ODS) e la Preparazione al Parto (BPCR)?

Prima di addentrarci nei risultati, chiariamo due concetti fondamentali. I Segnali di Pericolo Ostetrico (ODS) sono quei campanelli d’allarme che una donna può riconoscere durante la gravidanza, il travaglio o dopo il parto. Non sono le complicazioni vere e proprie, ma sintomi che indicano che qualcosa non va e che serve un intervento medico qualificato. Parliamo di cose come:

  • Sanguinamento vaginale
  • Forte mal di testa
  • Visione offuscata
  • Convulsioni
  • Gonfiore a mani, gambe o viso
  • Febbre alta
  • Perdita di coscienza
  • Difficoltà respiratorie
  • Grave debolezza
  • Forti dolori addominali (false doglie)
  • Riduzione dei movimenti fetali

Durante il parto, invece, i segnali includono sanguinamento eccessivo, mal di testa intenso, convulsioni, febbre, perdita di coscienza, travaglio prolungato e placenta ritenuta. Riconoscerli è il primo passo per salvarsi la vita.

L’altro concetto è la Birth Preparedness and Complications Readiness (BPCR), ovvero la strategia che promuove l’uso tempestivo di cure materne e neonatali qualificate. In pratica, significa prepararsi al parto e alle eventuali complicazioni sapendo cosa fare, dove andare, chi chiamare.

La Sorpresa: Alta Consapevolezza, Bassa Preparazione

E qui arriva il bello, o meglio, il paradosso. Lo studio, condotto su 275 donne Pokot incinte, ha rivelato che la maggioranza di loro ha una conoscenza elevata dei segnali di pericolo ostetrico. Pensate un po’: l’80% riconosceva questi segnali durante la gravidanza e il 69,1% durante il travaglio. Numeri notevoli, che mi hanno fatto pensare: “Fantastico, sono informate!”. Segnali come il sanguinamento vaginale, il mal di testa forte, la debolezza e i dolori addominali erano ben noti. Anche durante il travaglio, il sanguinamento eccessivo e il travaglio prolungato erano tra i segnali più riconosciuti.

Questa alta consapevolezza potrebbe essere legata a un buon tasso di partecipazione alle visite prenatali (ANC). Molte donne avevano infatti frequentato cliniche mobili o programmi di sensibilizzazione organizzati dal governo e da ONG come la Croce Rossa Keniota e World Vision, attive nell’area. Quindi, l’informazione sembra arrivare.

Ma ecco il colpo di scena, la parte che mi ha lasciata perplessa: nonostante questa buona conoscenza, la preparazione generale al parto e alle complicazioni (BPCR) era bassissima. Solo il 28% delle donne era considerata adeguatamente preparata, mentre un incredibile 77% era impreparata! Praticamente, sapere non si traduceva in fare.
Ritratto di una donna Pokot incinta, pensierosa, in un contesto rurale del Kenya. Obiettivo da 35mm, luce naturale diffusa, profondità di campo che sfoca leggermente lo sfondo di capanne tradizionali, toni caldi e terrosi.
Pochissime avevano identificato un mezzo di trasporto affidabile per le emergenze (5,45%), risparmiato denaro (12%), identificato donatori di sangue (2,18%), individuato un’ostetrica qualificata (16,73%) o messo da parte scorte alimentari (8,36%). Un dato allarmante, no?

Le Sfide del Nomadismo e le Possibili Soluzioni

Perché questa discrepanza? Beh, la vita nomade delle comunità pastoraliste Pokot presenta sfide enormi. Sono costantemente in movimento, affrontano scarsità d’acqua, pascoli ridotti, malattie animali e umane, siccità, inondazioni, insicurezza dovuta a banditismo e furti di bestiame. Immaginatevi dover pianificare un parto in un contesto così imprevedibile. “Dove partorirò? Come ci arriverò se succede qualcosa? Chi mi aiuterà?”. Domande che per noi possono sembrare scontate, ma che per loro sono un vero rompicapo.

La mortalità materna in Kenya è ancora troppo alta, e queste comunità nomadi ne pagano il prezzo più alto. Pensate che in alcune contee pastoraliste si superano i 1000 decessi ogni 100.000 nati vivi, cifre da bollettino di guerra.

Lo studio, saggiamente, non si limita a fotografare il problema, ma propone soluzioni concrete e mirate. E qui sento che possiamo davvero fare la differenza. Si parla di:

  • Cliniche mobili robuste e servizi di sensibilizzazione: portare la sanità dove le persone vivono.
  • Programmi di preparazione al parto basati sulla comunità: coinvolgere attivamente le donne e le loro famiglie.
  • Reti di trasporto d’emergenza: perché arrivare in tempo può salvare una vita.
  • Case di attesa per la maternità: luoghi sicuri vicino agli ospedali dove le donne possono trascorrere le ultime settimane di gravidanza.
  • Sistemi di riferimento migliorati: per garantire che chi ha bisogno di cure specialistiche le riceva.
  • Educazione sanitaria culturalmente sensibile: parlare la lingua della comunità, rispettandone usi e costumi.
  • Investimenti politici e infrastrutturali: perché senza strade, ospedali e personale, le buone intenzioni restano tali.

Un Appello all’Azione

Insomma, la ricerca sulle donne Pokot ci mette di fronte a una realtà complessa. C’è una base di conoscenza, e questo è positivo. Ma c’è un enorme vuoto da colmare per trasformare quella conoscenza in azioni concrete che salvino la vita delle madri e dei loro bambini. È una sfida, certo, ma anche un’opportunità.

Mi piace pensare che studi come questo non siano solo numeri e statistiche, ma voci. Voci di donne che, nonostante tutto, lottano ogni giorno in condizioni difficilissime. E il nostro compito, come società globale, è ascoltare queste voci e agire. Rendere i servizi sanitari accessibili, disponibili e convenienti non è un lusso, ma un diritto.

Spero che questa riflessione vi abbia incuriosito e magari smosso qualcosa. Perché la salute di una madre, in qualsiasi parte del mondo, è la salute di una comunità intera.
Scena di vita quotidiana di una comunità nomade Pokot in Kenya, con donne e bambini vicino a capanne temporanee e bestiame. Obiettivo grandangolare 24mm, luce del tardo pomeriggio che crea lunghe ombre, colori vividi del paesaggio arido, focus nitido sulle figure umane.
Credo fermamente che interventi mirati, che tengano conto delle specificità culturali e logistiche di queste popolazioni, possano davvero fare la differenza. Non si tratta solo di ridurre le statistiche sulla mortalità materna, ma di dare a ogni donna la possibilità di vivere la gravidanza e il parto con la dignità e la sicurezza che merita.

Fonte: Springer

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *