Un padre indiano, visto di spalle, guarda fuori da una finestra in una stanza scarsamente illuminata, trasmettendo un senso di solitudine e riflessione dopo una perdita. Fotografia ritratto, obiettivo 35mm, stile film noir, contrasto accentuato tra luci e ombre.

Anche i Papà Piangono: Il Dolore Nascosto Dopo la Perdita di un Bambino in India

Ciao a tutti. Oggi voglio parlarvi di un argomento delicato, spesso sussurrato o addirittura ignorato: il dolore dei padri dopo la perdita di un bambino, che sia nato morto o deceduto poco dopo la nascita. Siamo abituati a concentrarci sulla madre, sul suo strazio, sul suo recupero fisico ed emotivo. Ed è giustissimo. Ma i papà? Cosa provano? Come affrontano un evento così devastante?

Mi sono imbattuto in uno studio recente, condotto nello stato indiano del Bihar – un luogo con tassi di mortalità neonatale purtroppo molto alti – che getta una luce importante proprio su questo. Hanno intervistato centinaia di padri che avevano vissuto questa tragedia tra il 2020 e il 2021. E quello che emerge è un quadro complesso, fatto di dolore, bisogno di supporto, ma anche di meccanismi di difesa a volte inaspettati.

L’esperienza del lutto paterno: un dolore spesso invisibile

Pensiamoci un attimo. Durante la gravidanza, anche noi papà iniziamo a creare un legame con quel bimbo che cresce. Lo immaginiamo, gli parliamo attraverso la pancia, sogniamo il futuro insieme. La perdita, quindi, colpisce duro anche noi. Eppure, spesso ci sentiamo messi ai margini. La società, a volte anche la famiglia, si aspetta che siamo la “roccia”, il supporto per la nostra compagna. E così, il nostro dolore rischia di rimanere inespresso, non visto.

In India, come raccontano studi precedenti e come emerge anche da questa ricerca, c’è una tendenza culturale a evitare di parlare apertamente delle emozioni legate alla perdita, quasi fosse un tabù. L’idea prevalente è quella di “dimenticare e andare avanti”. Ma si può davvero dimenticare? E a quale prezzo? Questa ricerca ci dice che ignorare questo dolore ha conseguenze psicologiche reali e che il bisogno di supporto sociale è forte, anche se raramente viene espresso o cercato attivamente.

Parlare, ricevere supporto: cosa aiuta davvero?

La buona notizia, se così possiamo chiamarla, è che una buona parte dei padri intervistati (circa il 70-75%) ha dichiarato di essere riuscito a parlare con qualcuno della perdita del proprio bambino. E una percentuale ancora leggermente più alta (intorno al 77-80%) ha sentito di aver ricevuto aiuto o supporto per affrontare il lutto.

Ma con chi parlano e da chi ricevono supporto? Qui le cose si fanno interessanti. La persona con cui più spesso i padri parlano della perdita è la propria moglie. Questo è fondamentale, perché suggerisce che la coppia, nonostante il dolore immenso, cerca di condividere. Tuttavia, quando si tratta di ricevere supporto pratico o emotivo per “farcela” (il coping), le figure più citate sono la propria madre e altri membri della famiglia. Sembra quasi che, pur parlandone con la partner, si cerchi un sostegno diverso al di fuori della coppia, forse per non appesantire ulteriormente la compagna già provata, o forse per dinamiche familiari più tradizionali. È un aspetto su cui riflettere: quanto è importante che la coppia riesca a sostenersi a vicenda in modo completo?

Un uomo indiano sulla trentina, seduto pensieroso su una sedia semplice in una stanza modestamente arredata, luce naturale dalla finestra, espressione di tristezza contenuta. Fotografia ritratto, obiettivo 35mm, profondità di campo, toni seppia e grigio.

Come reagiscono i padri: pianto, lavoro e aggressività

E veniamo ai meccanismi di coping, cioè a come questi uomini cercano di gestire il dolore. Qui lo studio ha rivelato qualcosa che mi ha colpito molto. Il modo più comune riportato per esprimere il dolore è stato… piangere. Sì, avete letto bene. Oltre il 70% dei padri, sia quelli che hanno perso un bambino nato morto sia quelli che lo hanno perso nel periodo neonatale, ha ammesso di aver pianto.

Questo dato è quasi rivoluzionario, se pensiamo agli stereotipi di genere che spesso vogliono l’uomo forte, che non piange mai. Gli autori dello studio ipotizzano che il fatto stesso che “piangere” fosse una delle opzioni proposte nel questionario possa averlo normalizzato, incoraggiando i padri a parlarne più apertamente. È una lezione importante: forse dobbiamo smetterla di considerare il pianto maschile un tabù e iniziare a vederlo per quello che è, una sana risposta emotiva a una situazione devastante.

Accanto al pianto, altri meccanismi “positivi” riportati sono stati tenersi occupati con il lavoro e dedicarsi ad attività fisiche. Sono strategie più “strumentali”, tipiche forse di un certo modo maschile di affrontare le difficoltà: agire, fare, distrarsi.

Ma c’è anche un lato oscuro. Quasi il 30% dei padri ha riportato di aver espresso il dolore attraverso l’aggressività. Questo è un campanello d’allarme serio. L’aggressività è una strategia disadattiva, che può nascondere paura, frustrazione, senso di impotenza. Altri studi hanno collegato la perdita perinatale nei padri anche a comportamenti di evitamento come l’abuso di alcol o fumo (riportati anche in questo studio, sebbene in misura minore rispetto all’aggressività). È chiaro che questi padri hanno bisogno di aiuto per trovare modi più sani di gestire emozioni così intense.

Un dato interessante: i padri che non erano riusciti a parlare con nessuno della perdita erano significativamente più propensi a riportare almeno un meccanismo di coping negativo, come l’aggressività. Parlare, quindi, sembra davvero fare la differenza.

Il peso del “se solo…”: rimpianti e senso di colpa

Un altro aspetto toccante emerso dallo studio è il sentimento di molti padri che il loro bambino avrebbe potuto essere salvato. Circa il 45% dei padri di bambini nati morti e il 64% dei padri di bambini morti nel periodo neonatale la pensavano così. Le ragioni? Spesso legate alla sensazione che le cose sarebbero andate diversamente se fossero andati in un ospedale di livello superiore, se la struttura fosse stata meglio equipaggiata, o se ci fosse stata meno negligenza da parte del personale sanitario.

Primo piano sulle mani giunte di un uomo indiano, seduto all'esterno di una clinica rurale di base in Bihar, India. Sfondo leggermente sfocato che mostra l'edificio semplice. Obiettivo macro 85mm, alta definizione, luce pomeridiana morbida.

Questo senso di rimpianto, che a volte sfocia nel senso di colpa o nella rabbia verso il sistema sanitario, è un fardello pesante. È interessante notare che anche tra i padri che non erano presenti al momento del parto (circa un terzo del totale), la metà pensava che la propria presenza avrebbe potuto cambiare l’esito, magari prendendo decisioni più rapide o portando la moglie/bambino in una struttura migliore. Questo ci dice molto sul senso di impotenza e sulla perdita di controllo che questi uomini possono provare.

Differenze tra città e campagna e il legame con il bambino

Lo studio ha anche evidenziato che i padri nelle aree rurali sembrano cavarsela leggermente meglio, riportando più meccanismi di coping positivi e meno negativi rispetto ai padri delle aree urbane. Forse, ipotizzano i ricercatori, questo è dovuto a reti di supporto comunitario più forti nei villaggi rispetto all’isolamento che a volte si vive nelle città.

Infine, per i padri di bambini nati morti, è stato chiesto se avessero visto, tenuto in braccio o dato un nome al loro bambino. La maggior parte di quelli presenti al parto (oltre l’80%) ha visto il bambino. Molti meno (55%) lo hanno tenuto in braccio. E pochissimi (meno del 6%) gli hanno dato un nome, anche se più della metà avrebbe voluto farlo. Spesso la motivazione era legata alla tradizione culturale (“non si usa dare il nome a un bambino morto”). Questo contatto, anche se doloroso, è considerato importante da molti esperti per elaborare il lutto. Il fatto che molti padri vedano il bambino (a volte perché le madri sono scoraggiate dal farlo e tocca a loro gestire le procedure) potrebbe rappresentare un’opportunità per gli operatori sanitari per offrire un primo supporto mirato.

Un padre indiano tiene in braccio un neonato avvolto in una coperta, guardandolo con tenerezza mista a preoccupazione, in un ambiente domestico semplice. Fotografia ritratto, obiettivo 50mm, bianco e nero, leggera grana della pellicola.

Cosa possiamo imparare?

Questo studio, pur con i suoi limiti (come il fatto che non tutti i padri contattati hanno partecipato), ci lancia un messaggio forte e chiaro: non possiamo dimenticarci dei padri quando si parla di lutto perinatale. Le strategie di supporto devono essere inclusive, pensare alla coppia, ma anche alle esigenze specifiche dell’uomo.

Dobbiamo creare spazi sicuri in cui i padri possano esprimere il loro dolore senza sentirsi giudicati o inadeguati. Dobbiamo normalizzare le loro emozioni, compreso il pianto. Dobbiamo fornire strumenti per gestire la rabbia e l’aggressività in modo costruttivo. E dobbiamo formare gli operatori sanitari perché siano in grado di offrire un supporto compassionevole e rispettoso anche a loro, riconoscendo il loro ruolo e il loro dolore.

Perché il dolore di un padre non è meno reale, né meno profondo. È solo, troppo spesso, silenzioso. È ora di iniziare ad ascoltarlo.

Fonte: Springer

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