Voce Fuori dal Coro: Quando Chi Lavora Nelle Istituzioni Dice ‘No’
Ciao a tutti! Oggi voglio parlare di qualcosa che forse non salta subito all’occhio quando pensiamo alle grandi macchine delle istituzioni pubbliche: il disaccordo e il dissenso. Non parlo solo delle proteste in piazza, ma di quello che succede *dentro* gli uffici, tra chi lavora per lo Stato, che sia in un ministero, in un tribunale, in un’agenzia o in un ospedale pubblico.
Vi siete mai chiesti cosa succede quando un funzionario pubblico si trova davanti a una legge, una politica o una decisione che proprio non gli va giù? Magari perché cozza con la sua morale personale, o perché pensa che vada contro valori più grandi, come la giustizia. A volte, il problema può essere ancora più profondo: magari si arriva a mettere in discussione il senso stesso dell’istituzione per cui si lavora, la sua raison d’être, come dicono i filosofi.
Ecco, questo articolo, basato su uno studio interessante, esplora proprio questo: come nasce il disaccordo all’interno delle istituzioni pubbliche e come può trasformarsi in espressioni di dissenso. La chiave, sembra, sta in un mix affascinante tra i diritti e i doveri che abbiamo come persone e come professionisti, e una certa “incertezza strutturale” che, ammettiamolo, regna sovrana in molti apparati pubblici.
L’Incertezza Strutturale: Terreno Fertile per il Dissenso
Cosa intendo per “incertezza strutturale”? Pensateci:
- Lo scopo di un’istituzione (la sua raison d’être) è spesso definito in modo un po’ vago, aperto a interpretazioni.
- Leggi e mandati possono essere ambigui, non chiarissimi.
- Le funzioni e gli obiettivi di un’istituzione possono essere tanti, non sempre in ordine gerarchico, e magari cambiano nel tempo.
Prendiamo un esempio semplice: il mandato di un professore universitario include trattare gli studenti in modo equo. Ma cosa significa “equo” in pratica? Ci sono tanti modi per esserlo, tutti compatibili con lo scopo dell’università. Oppure pensiamo alla polizia: il mandato è “mantenere l’ordine pubblico”. Ma questo significa solo garantire sicurezza e rispetto della legge, o include anche il “decoro”? A seconda di come un agente interpreta questo concetto, il suo modo di agire cambierà.
Questa vaghezza, questa molteplicità di obiettivi a volte in competizione (come l’università che deve fare ricerca *e* didattica con risorse limitate), crea uno spazio di discrezionalità per i funzionari. Devono interpretare, scegliere, dare priorità. E dove c’è interpretazione, c’è potenzialmente disaccordo.

Interpretare non è (Sempre) Facile: I Livelli del Disaccordo
Il disaccordo non è tutto uguale. Possiamo immaginarlo su diversi livelli, legati proprio al processo di interpretazione che ogni funzionario, non solo i giudici, deve fare:
- Livello Semantico: A volte il problema è proprio il significato delle parole. Un testo di legge può essere letto in più modi. L’esempio fatto nello studio riguarda la Costituzione italiana e la nomina dei senatori a vita: l’articolo 59 dice che il Presidente della Repubblica può nominarne cinque. Ma significa cinque *per ogni* Presidente, o cinque *in totale* nel Senato in un dato momento? Entrambe le letture sono plausibili semanticamente, ma portano a conseguenze molto diverse. Questo tipo di disaccordo, detto semantico, è forse il meno frequente, ma esiste.
- Livello Analitico: Qui andiamo più a fondo. Si tratta di capire quali valori e principi stanno dietro una legge o un mandato (lo “spirito” della norma). Una legge può richiamare tanti valori (giustizia, efficienza, equità, sicurezza…) che non sempre vanno d’accordo o non hanno un ordine di priorità chiaro. Pensiamo di nuovo ai senatori a vita: la norma riflette il valore del merito, ma anche quello dei “pesi e contrappesi” (limitando il potere presidenziale). Ma solleva anche questioni sulla rappresentanza democratica. Il disaccordo analitico nasce quando si dà un peso diverso a questi valori o si hanno concezioni differenti dello stesso valore (cosa intendiamo per “giustizia” in questo contesto?).
- Livello Normativo: Questo è il livello più pratico: cosa si *deve* fare in una situazione specifica? Anche se siamo d’accordo sui principi generali (livello analitico), potremmo non esserlo su come applicarli qui e ora. Un funzionario dell’assistenza sociale potrebbe trovarsi di fronte a una famiglia in difficoltà che non rientra perfettamente nei criteri formali per ricevere aiuto. Una concezione della giustizia potrebbe richiedere di seguire le regole alla lettera, un’altra potrebbe spingere a fare un’eccezione basandosi sulla compassione e sulla situazione specifica. Questo è il disaccordo normativo: riguarda l’azione concreta da intraprendere.
Questi tre livelli (semantico, analitico, normativo) sono collegati. Un dubbio sul significato di una parola (semantico) può aprire un dibattito sui valori sottostanti (analitico) e su come agire (normativo). È un intreccio complesso!
Quando il Disaccordo è “Ragionevole”?
Non tutti i disaccordi sono uguali. In un contesto di pluralismo (tante idee e valori diversi nella società) e di incertezza strutturale (leggi non sempre chiarissime), è normale e spesso ragionevole che i funzionari abbiano interpretazioni diverse. Il disaccordo è ragionevole quando le diverse interpretazioni sono almeno *compatibili* con lo scopo fondamentale dell’istituzione (la sua raison d’être). Anzi, l’ideale sarebbe che fossero *coerenti* con esso, cioè che applicassero i valori fondamentali in modo consistente.
Pensiamo a due medici nello stesso ospedale (la cui raison d’être è curare i pazienti). Uno si basa molto sui dati clinici, l’altro dà più peso al colloquio e al contesto personale del paziente. Entrambi gli approcci sono compatibili con lo scopo dell’ospedale. Il loro disaccordo su quale metodo sia *migliore* è ragionevole.
Questo tipo di disaccordo, che nasce dalla struttura stessa del lavoro istituzionale, possiamo chiamarlo strutturale. È quasi fisiologico. Ma c’è un altro livello di disaccordo, più personale, che emerge quando le richieste del ruolo entrano in conflitto con la coscienza individuale.

Il Puzzle Morale del Funzionario Pubblico
Qui le cose si fanno davvero interessanti. Ogni funzionario pubblico non è solo un “ingranaggio” della macchina statale. È anche:
- Un agente morale: una persona con propri valori, principi, e doveri universali (non fare del male, aiutare gli altri, essere giusto…).
- Un cittadino: parte di una comunità politica, con un interesse per la giustizia e il buon funzionamento delle istituzioni.
- Un funzionario pubblico: con doveri specifici legati al suo ruolo, al mandato, alle leggi da applicare, e a principi come l’imparzialità e la responsabilità (accountability).
Questi “cappelli” non sempre vanno d’accordo. Cosa succede quando una legge o un ordine di servizio (dovere da funzionario) sembra ingiusto (conflitto con il ruolo di cittadino o agente morale)? O quando richiede un’azione che va contro la propria coscienza (conflitto con l’agente morale)?
L’esempio del medico e dell’eutanasia (trattato nello studio) è illuminante. Immaginiamo una legge che la permette.
- Scenario 1 (Disaccordo Analitico): Un medico potrebbe rifiutarsi sostenendo che l’eutanasia è incompatibile con lo scopo stesso della medicina (curare), interpretando quindi la raison d’être della sanità pubblica in un modo che la esclude. Il suo dissenso riguarda l’interpretazione dei principi fondamentali del suo ruolo.
- Scenario 2 (Disaccordo Normativo/Morale): Un altro medico potrebbe accettare che l’eutanasia sia una funzione legittima prevista dalla legge per la sanità pubblica, ma rifiutarsi di praticarla per motivi di coscienza personale (ad esempio, valori religiosi o una forte convinzione morale sul valore assoluto della vita). Qui il dissenso non è sull’interpretazione del ruolo in sé, ma sull’obbligo di compiere quell’azione specifica, che cozza con la sua morale individuale.
Lo stesso vale per l’assistente sociale che deve applicare criteri rigidi basati solo sul reddito. Potrebbe dissentire analiticamente (ritenendo che l’istituzione dovrebbe considerare altri fattori per essere fedele al suo scopo di aiutare i vulnerabili) o normativamente/moralmente (ritenendo ingiusto negare l’aiuto a *quella* specifica famiglia in crisi, anche se formalmente sopra la soglia).
Questo conflitto tra ruoli e doveri crea un vero e proprio puzzle morale. Come risolverlo? Non c’è una risposta facile. Alcuni potrebbero dare priorità alla coscienza personale, altri ai principi pubblici di giustizia (magari seguendo l’idea di “ragione pubblica” di Rawls, basata su valori condivisibili da tutti), altri ancora potrebbero attenersi strettamente agli obblighi legali del proprio ruolo, senza porsi troppe domande sulla giustizia o la morale.
Esprimere il Dissenso: Non Solo Obiezione di Coscienza
Quando il disaccordo diventa abbastanza forte, può sfociare in espressioni di dissenso. Queste possono prendere molte forme:
- L’obiezione di coscienza (come il medico che si rifiuta di praticare l’eutanasia).
- Le opinioni dissenzienti o concorrenti dei giudici nelle sentenze.
- Azioni più “forti” come la disobbedienza aperta o l’ostruzionismo.
- Il whistleblowing (la segnalazione di illeciti o gravi disfunzioni).
Capire da dove nasce il disaccordo (se è semantico, analitico, normativo, o un mix) e quale conflitto di ruoli lo alimenta (funzionario vs. cittadino vs. agente morale) è fondamentale per valutare queste espressioni di dissenso.

Insomma, il mondo delle istituzioni pubbliche è molto meno monolitico di quanto possa sembrare. L’incertezza strutturale apre spazi di interpretazione e, quindi, di potenziale disaccordo. Questo disaccordo può essere un fenomeno normale, quasi tecnico, ma può anche toccare corde profonde, mettendo in gioco la morale personale e il senso di giustizia dei singoli funzionari.
Comprendere questa dinamica non serve solo a capire perché a volte le cose non funzionano come dovrebbero, ma anche a riconoscere il valore che il dissenso “interno” può avere nel segnalare problemi, ingiustizie o disfunzioni (come la corruzione o deficit di legittimità) che altrimenti resterebbero nascosti. È un fenomeno complesso, che ci ricorda come dietro ogni “atto d’ufficio” ci sia sempre una persona, con i suoi valori, i suoi dubbi e la sua capacità di dire, a volte, “no”.
Fonte: Springer
