Disfagia nelle Case di Riposo: E se la Colpa Fosse (anche) dei Farmaci? L’Indagine dei Farmacisti di Comunità
Amici, parliamoci chiaro: quanti di noi hanno un nonno, una zia, o conoscono qualcuno che vive in una casa di riposo? Sappiamo quanto sia importante per loro stare bene, e uno degli aspetti fondamentali, spesso sottovalutato, è la capacità di mangiare e deglutire senza problemi. Ecco, proprio su questo tema mi sono imbattuto in uno studio recente che mi ha fatto riflettere parecchio, e oggi voglio raccontarvelo un po’ come se fossimo al bar a fare due chiacchiere.
La Disfagia: Un Nemico Silenzioso ma Diffuso
Prima di tutto, cos’è la disfagia? In parole povere, è la difficoltà a deglutire. Può sembrare una cosa da poco, ma per un anziano può significare malnutrizione, disidratazione e, nei casi peggiori, polmonite da aspirazione (quando cibo o liquidi finiscono nelle vie aeree invece che nello stomaco). Un bel problema, no? Soprattutto considerando che la nostra popolazione invecchia e, come evidenziato anche nello studio che ho analizzato, in Giappone – ma la situazione non è poi così diversa da noi – l’incidenza di soffocamento e polmonite ab ingestis tra gli anziani è in aumento.
Lo studio in questione, pubblicato su una rivista scientifica, ha voluto vederci chiaro sulla prevalenza della disfagia tra i residenti delle case di riposo e, soprattutto, indagare se ci fosse un legame tra l’uso di certi farmaci e questa difficoltà a deglutire. E chi meglio dei farmacisti di comunità, quelli che visitano regolarmente queste strutture, poteva condurre questa indagine sul campo?
L’Indagine sul Campo: L’EAT-10 e i Farmacisti Detective
Tra gennaio e dicembre 2023, questi farmacisti si sono armati di pazienza e di uno strumento chiamato EAT-10 (Eating Assessment Tool-10). Si tratta di un questionario semplice, composto da 10 domande, che aiuta a capire se una persona ha problemi di deglutizione. Immaginatevelo un po’ come un piccolo test: un punteggio uguale o superiore a 3 suona come un campanello d’allarme, indicando una ridotta funzionalità deglutitoria.
Hanno coinvolto 14 case di riposo e, dopo aver escluso persone con grave deterioramento cognitivo o alimentate tramite sondino (perché, ovviamente, sarebbe stato difficile somministrare il questionario), hanno analizzato i dati di ben 274 residenti. L’età media? Bella alta, 85 anni! E come spesso accade, la maggioranza erano donne (68,2%).
Cosa hanno scoperto? Beh, che il 36,9% dei residenti (101 persone) rientrava nel gruppo con “funzione di deglutizione ridotta”. Quasi quattro persone su dieci, non è poco! E subito sono emerse delle differenze significative: chi aveva problemi a deglutire tendeva ad essere più anziano, ad avere un indice di massa corporea (BMI) più basso (quindi, tendenzialmente più magro o malnutrito) e un livello di assistenza infermieristica più elevato. Fin qui, tutto abbastanza prevedibile, direte voi. Ma il bello deve ancora venire!
I Sospettati Speciali: I Farmaci sotto la Lente d’Ingrandimento
Qui la faccenda si fa interessante. I ricercatori hanno iniziato a spulciare le terapie farmacologiche di questi anziani. E cosa salta fuori? Dopo aver “aggiustato” i dati per eliminare l’influenza di fattori come età, BMI, sesso, livello di assistenza e malattie preesistenti (come ictus, Parkinson o demenza – tutte condizioni che possono causare disfagia di per sé), è emersa un’associazione piuttosto forte.
L’uso di farmaci antipsicotici è risultato significativamente associato a una ridotta funzione di deglutizione. Per essere precisi, chi assumeva antipsicotici aveva una probabilità 2,6 volte maggiore di avere problemi a deglutire rispetto a chi non li assumeva. Mica bruscolini!

Ma perché proprio gli antipsicotici? Questi farmaci, usati per trattare disturbi come la schizofrenia o l’agitazione in persone con demenza, possono avere effetti collaterali chiamati “extrapiramidali”, che vanno a interferire con la funzione dei muscoli coinvolti nella deglutizione. Inoltre, sembra che possano ridurre i livelli di una sostanza (la sostanza P) nella faringe, sopprimendo i riflessi della deglutizione e della tosse. Insomma, un mix potenzialmente pericoloso per chi è già fragile.
Nello studio, i più usati tra gli antipsicotici nel gruppo con problemi di deglutizione erano il risperidone, seguito da aripiprazolo, quetiapina e tiapride. È interessante notare che si tratta per lo più di antipsicotici “atipici”, considerati generalmente con meno effetti extrapiramidali rispetto a quelli “tipici” di vecchia generazione. Eppure, anche questi sembrano avere il loro impatto. Alcuni studi precedenti, citati anche in questo lavoro, hanno mostrato che la disfagia può comparire anche entro un solo giorno dall’inizio del trattamento con antipsicotici atipici, o entro una settimana. Questo ci dice che bisogna tenere gli occhi aperti, soprattutto all’inizio di una terapia o quando si aggiusta il dosaggio.
Altri Indiziati: Ansiolitici e Ipnotici
E gli ansiolitici/ipnotici, come le benzodiazepine (tipo il Valium, per intenderci)? Qui la situazione è un po’ più sfumata. L’analisi statistica non ha trovato un’associazione “statisticamente significativa” (il famoso p-value era 0.051, proprio al limite!), ma l’odds ratio (che misura la forza dell’associazione) era comunque di 2.160. Questo suggerisce che, anche se non c’è la pistola fumante, un certo legame potrebbe esserci. Le benzodiazepine, infatti, hanno proprietà miorilassanti, e questo rilassamento muscolare potrebbe estendersi anche ai muscoli della deglutizione, aumentando il rischio di aspirazione. Tra i più usati nel gruppo con disfagia c’era il brotizolam. Gli autori stessi suggeriscono che, sebbene il risultato non sia netto, l’effetto è abbastanza grande da essere clinicamente rilevante e merita ulteriori indagini con campioni più ampi.
Il Ruolo Cruciale del Farmacista
Quello che mi ha colpito di questo studio è il ruolo attivo dei farmacisti. Non si sono limitati a dispensare farmaci, ma sono andati oltre, valutando attivamente una problematica importante come la disfagia. Questo è fondamentale! Spesso, infatti, le informazioni sulla capacità di deglutizione arrivano da medici o infermieri, e i farmacisti hanno poche occasioni di partecipare direttamente alla valutazione.
Invece, come dimostra questa ricerca, se i farmacisti valutano la funzione deglutitoria e usano queste informazioni per guidare l’uso dei farmaci, possono davvero contribuire a ridurre il rischio di aspirazione e a rendere la somministrazione dei medicinali più sicura. Pensateci: se un paziente ha difficoltà a ingoiare compresse, il farmacista può suggerire metodi alternativi, come la sospensione semplice (se il farmaco lo permette), l’uso di addensanti, o la modifica della forma farmaceutica.
Purtroppo, lo studio cita anche come in ospedali e case di riposo ci sia ancora poca integrazione tra professionisti su questo fronte, con tassi di implementazione di screening per la disfagia e per i farmaci a rischio inferiori al 30%. C’è ancora tanta strada da fare per rafforzare la collaborazione interprofessionale!
Limiti dello Studio e Prospettive Future
Come ogni ricerca scientifica che si rispetti, anche questa ha i suoi limiti, e gli autori sono stati molto onesti nel dichiararli.
- È uno studio retrospettivo, cioè guarda dati raccolti in passato, il che rende difficile eliminare completamente l’influenza di altri fattori confondenti (storia del paziente, polifarmacoterapia, differenze tra le strutture).
- L’EAT-10 è un questionario soggettivo. Sarebbe utile integrare in futuro con misurazioni oggettive, come la videofluoroscopia (una specie di “radiografia in movimento” della deglutizione).
- Lo studio è stato condotto in una specifica regione e solo in strutture visitate da farmacisti di una determinata azienda, quindi i risultati potrebbero non essere generalizzabili a tutti.
- Non stabilisce un rapporto di causa-effetto diretto tra uso di antipsicotici e disfagia. Servono altre ricerche per capire i meccanismi esatti.
- Mancavano informazioni su aspetti importanti come il tipo di pasto consumato dai residenti o se avessero bisogno di assistenza per mangiare, o sull’uso di farmaci che potrebbero migliorare la deglutizione.
Nonostante questi limiti, però, lo studio lancia un messaggio importante: l’uso di antipsicotici è associato a un maggior rischio di disfagia negli anziani residenti in case di riposo.

Cosa Portiamo a Casa?
Personalmente, da questa lettura porto a casa la consapevolezza che la disfagia è un problema serio e che i farmaci, pur essendo strumenti preziosi, possono a volte contribuire a peggiorare la situazione, specialmente negli anziani polimedicati. E poi, l’importanza del farmacista come figura chiave non solo nella dispensazione, ma anche nel monitoraggio e nella gestione proattiva dei rischi legati alla terapia.
È fondamentale che ci sia una maggiore attenzione alla funzione deglutitoria, soprattutto quando si introducono o si modificano terapie con farmaci “sospetti” come gli antipsicotici. Una revisione periodica della terapia farmacologica, che includa una valutazione della deglutizione, potrebbe davvero fare la differenza nella qualità di vita dei nostri anziani e aiutarli a evitare complicazioni spiacevoli come la polmonite da aspirazione.
Serviranno sicuramente altri studi, magari prospettici e con valutazioni più oggettive, per confermare questi risultati e capire meglio le relazioni causali. Ma intanto, teniamo alta l’attenzione e ricordiamoci che anche un atto apparentemente semplice come deglutire può nascondere insidie, soprattutto quando ci sono di mezzo farmaci e fragilità. E un bravo farmacista “detective” può fare la differenza!
Fonte: Springer
