Fotografia subacquea di un giovane merluzzo polare (Boreogadus saida) che nuota agilmente sotto la superficie frastagliata e ghiacciata dell'Oceano Artico, con raggi di luce solare che filtrano debolmente dall'alto creando un'atmosfera fredda e bluastra. Telephoto zoom lens, 150mm, fast shutter speed, action tracking, sharp focus on the fish.

Merluzzo Polare Sotto Ghiaccio: La Dieta Segreta Svelata dal DNA!

Un tuffo nel mistero artico: cosa mangia davvero il merluzzo polare?

Avete mai pensato a cosa succede sotto la spessa coltre di ghiaccio dell’Artico, specialmente quando l’inverno inizia a bussare alle porte? Lì sotto, in un mondo freddo e apparentemente desolato, vive una creatura fondamentale per l’intero ecosistema: il merluzzo polare (Boreogadus saida). Questo piccolo pesce è una vera e propria colonna portante della catena alimentare artica, un anello di congiunzione vitale che trasferisce energia dal plancton ai grandi predatori come foche e uccelli marini. Ma cosa mangia esattamente, soprattutto i giovani, quando si rifugiano sotto il ghiaccio appena formato in autunno? Fino a poco tempo fa, era un bel mistero.

La sfida dell’analisi tradizionale

Studiare la dieta di questi pesci non è semplice. Immaginate di dover analizzare il contenuto dello stomaco di un pesciolino che ha mangiato organismi minuscoli e gelatinosi ore prima. Spesso, quello che si trova è un “pappone” quasi irriconoscibile. L’analisi morfologica tradizionale, basata sull’osservazione al microscopio, ci dà solo un’immagine parziale, limitata a prede più grandi o meno digerite. Sapevamo che i copepodi (minuscoli crostacei) e gli anfipodi (simili a gamberetti) erano nel menu, ma sentivamo che mancava qualcosa.

La rivoluzione del DNA Metabarcoding

Ed è qui che entra in gioco una tecnica quasi da CSI della natura: il DNA metabarcoding. In pratica, invece di cercare di riconoscere i resti delle prede, analizziamo il DNA presente nel contenuto dello stomaco. Ogni organismo lascia una traccia genetica unica, un “codice a barre” molecolare (il gene COI, in questo caso). Analizzando questi frammenti di DNA, possiamo identificare con precisione chi è stato mangiato, anche se della preda non è rimasto quasi nulla! È come ricostruire la scena di un banchetto leggendo le briciole genetiche lasciate dagli invitati.

Una scoperta sorprendente: un buffet inaspettato!

Applicando questa tecnica ai merluzzi polari catturati sotto il ghiaccio nei mari di Beaufort e Chukchi (nell’Artico alascano) durante la formazione del ghiaccio in autunno (novembre 2019), abbiamo avuto una sorpresa enorme. La loro dieta è incredibilmente più varia di quanto pensassimo! Abbiamo identificato almeno 45 taxa diversi. Sì, avete letto bene, quarantacinque!

Certo, i copepodi calanoidi, come i grossi e nutrienti Calanus hyperboreus e Metridia longa, erano presenti e importanti, confermando le attese. Ma la vera star inaspettata è stata un ostracode pelagico, il Boroecia maxima. Questo piccolo crostaceo con un guscio simile a una conchiglia è risultato essere uno degli elementi più frequenti e abbondanti nella dieta, qualcosa che gli studi precedenti avevano raramente segnalato. Probabilmente, essendo piccolo e digerendosi in fretta, sfuggiva all’analisi tradizionale.

Oltre a questi, abbiamo trovato tracce di:

  • Anfipodi associati al ghiaccio (come Apherusa glacialis e Gammarus wilkitzkii)
  • Pteropodi (le “farfalle di mare”)
  • Che Chetognati (vermi freccia)
  • Mysidi (piccoli gamberetti)
  • Persino tracce di altri pesci (probabilmente uova o larve), come l’aringa artica (Arctogadus glacialis) e persino il merluzzo d’Alaska (Gadus chalcogrammus), quest’ultimo trovato sorprendentemente a nord!

Macro fotografia di zooplancton artico misto, inclusi copepodi calanoidi (Calanus) e un ostracode (Boroecia maxima), sospesi in acqua fredda e scura. Macro lens, 85mm, high detail, precise focusing, controlled lighting.

Cosa ci dice questa diversità?

Questa scoperta cambia un po’ la nostra visione. Pensavamo che i giovani merluzzi polari avessero una dieta più ristretta in questo periodo critico. Invece, sembrano essere mangiatori opportunisti, capaci di sfruttare una vasta gamma di risorse disponibili sotto il ghiaccio. Contrariamente alle aspettative, anche in tardo autunno, lo strato d’acqua superficiale sotto il ghiaccio consolidato non è un deserto alimentare. Ospita ancora discrete quantità di zooplancton ricco di energia, come i copepodi calanoidi e la fauna associata al ghiaccio (anfipodi).

Questa disponibilità di cibo potrebbe essere cruciale per i “nati tardivi”, i piccoli merluzzi nati più tardi nella stagione, permettendo loro di sopravvivere all’inverno in un ambiente a bassa temperatura, dove il dispendio energetico è ridotto. Curiosamente, però, abbiamo anche trovato una percentuale non trascurabile di stomaci vuoti (circa il 37%), suggerendo che forse il rifugio sotto il ghiaccio offre anche protezione a scapito di un’alimentazione continua, o che il cibo non è sempre così facile da trovare. Le analisi preliminari hanno anche mostrato che questi pesci avevano riserve di grasso molto basse, indicando condizioni energetiche non ottimali all’inizio dell’inverno.

Un ecosistema in cambiamento e il futuro del merluzzo polare

Abbiamo notato anche delle differenze nella dieta tra le zone più occidentali (Mare di Chukchi) e quelle orientali (Mare di Beaufort), riflettendo probabilmente la diversa composizione dello zooplancton trasportato dalle correnti. La presenza di specie considerate più “boreali”, come il myside Neomysis rayii o il merluzzo d’Alaska, anche in zone profonde e coperte di ghiaccio, suggerisce un trasporto di acque più temperate verso nord e un ecosistema in rapida evoluzione.

Il riscaldamento dell’Artico e la progressiva perdita di ghiaccio marino stanno già modificando queste delicate reti alimentari. Specie artiche specializzate, ricche di lipidi, potrebbero diminuire, sostituite da specie boreali meno nutrienti. La grande diversità dietetica e l’opportunismo del giovane merluzzo polare potrebbero essere un vantaggio in questo scenario mutevole. Tuttavia, resta da capire come un eventuale calo della qualità del cibo (meno grassi) influenzerà la loro condizione fisica e, di conseguenza, l’intero flusso energetico dell’ecosistema artico che dipende così tanto da loro.

Il DNA metabarcoding ci ha aperto una finestra su un mondo nascosto, rivelando una complessità alimentare inaspettata. Continuare a monitorare la dieta del merluzzo polare con queste tecniche avanzate sarà fondamentale per capire la sua resilienza e il futuro di uno degli ecosistemi più vulnerabili del nostro pianeta.

Fonte: Springer

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