Flat lay di alimenti anti-infiammatori come salmone, avocado, noci, mirtilli e verdure a foglia verde, disposti artisticamente su un tavolo di legno rustico. Lente macro, 60mm, alta definizione, illuminazione controllata per enfatizzare freschezza e colori vivaci.

Colite Ulcerosa e Dieta: Quel Legame Infiamma(to) che Devi Conoscere!

Amici, diciamocelo chiaramente: “siamo quello che mangiamo” non è solo un modo di dire, ma una verità che la scienza continua a confermare, soprattutto quando si parla di salute intestinale. Oggi voglio portarvi con me in un viaggio affascinante alla scoperta di come la nostra alimentazione possa accendere o spegnere l’interruttore dell’infiammazione, con un occhio di riguardo per una condizione particolare: la colite ulcerosa.

Cos’è la Colite Ulcerosa e perché la dieta c’entra qualcosa?

La colite ulcerosa, o CU per gli amici, è una di quelle compagne di viaggio un po’ scomode, una malattia infiammatoria cronica intestinale (MICI) che colpisce il colon e il retto. Si manifesta con fasi di riacutizzazione e periodi di remissione, un vero e proprio saliscendi per chi ne soffre. Le cause? Un mix complesso di genetica, sistema immunitario impazzito e, rullo di tamburi, fattori ambientali, tra cui la dieta gioca un ruolo da protagonista.

Negli ultimi tempi, abbiamo assistito a un aumento dei casi di MICI, e molti puntano il dito contro i cambiamenti nelle nostre abitudini alimentari. La tipica dieta occidentale, ricca di proteine, grassi saturi, zuccheri, dolcificanti, grassi trans e cibi ultra-processati, ma povera di frutta, verdura e fibre, sembra soffiare sul fuoco dell’infiammazione. Al contrario, un’alimentazione ricca di acidi grassi omega-3, presenti ad esempio nel pesce azzurro, pare avere un effetto protettivo. Insomma, il cibo può essere un potente alleato o un subdolo nemico.

L’Indice Infiammatorio della Dieta (DII): misuriamo l’impatto del cibo

Ma come facciamo a capire se la nostra dieta è più “pompiere” o “incendiaria”? Qui entra in gioco il Dietary Inflammatory Index (DII). Immaginatelo come un punteggio che valuta il potenziale infiammatorio o anti-infiammatorio della nostra alimentazione nel suo complesso. Non si concentra sul singolo alimento, ma sull’insieme delle nostre scelte a tavola. Un DII positivo indica una dieta pro-infiammatoria, uno negativo una dieta anti-infiammatoria, e zero un effetto neutro. Uno strumento super utile per capire l’impatto del cibo sulla nostra salute.

Molti pazienti con MICI sono convinti che la dieta influenzi la loro condizione, e hanno ragione! Circa il 70% pensa che possa incidere sulla malattia, il 60% che sia un fattore scatenante delle ricadute e il 16% che possa addirittura contribuire all’insorgenza.

Il Nostro Studio: DII e Colite Ulcerosa sotto la lente

Proprio per approfondire questo legame, abbiamo condotto uno studio caso-controllo, i cui risultati sono stati pubblicati su Springer. L’obiettivo? Esplorare l’associazione tra il DII e la colite ulcerosa, sia nelle fasi attive che in quelle di remissione. Abbiamo coinvolto 106 pazienti con colite ulcerosa (50 in remissione e 56 in fase attiva) e 100 persone sane come gruppo di controllo, tutti provenienti dalla regione dello Xinjiang, in Cina.

Per raccogliere i dati sull’alimentazione, abbiamo usato un questionario di frequenza alimentare (FFQ), che ci ha permesso di stimare l’assunzione di energia, macronutrienti e micronutrienti negli ultimi sei mesi. Con questi dati, abbiamo calcolato il DII per ogni partecipante. Abbiamo considerato ben 26 componenti dietetiche, dall’energia alle vitamine, dai grassi alle fibre, fino al tè verde o nero.

Cosa abbiamo scoperto? Innanzitutto, i pazienti con colite ulcerosa tendevano ad avere un apporto leggermente inferiore di alcuni nutrienti importanti come energia, proteine, fibre, vitamina D, E, B1, B2, C, acido folico, grassi monoinsaturi e omega-3 rispetto ai controlli. Al contrario, mostravano un’assunzione più elevata di colesterolo, acidi grassi saturi e omega-6. Dati che già ci danno un’idea, vero?

Un piatto colorato con alimenti anti-infiammatori come salmone, avocado, spinaci e mirtilli, fotografato dall'alto con una lente macro da 100mm, illuminazione controllata per esaltare i dettagli e la freschezza.

Ma il dato più eclatante riguarda il DII. Dopo aver aggiustato i dati per fattori confondenti come l’indice di massa corporea (BMI) e l’apporto calorico totale, è emerso che i pazienti con un DII più alto (cioè con una dieta più pro-infiammatoria) avevano una probabilità quasi 4 volte maggiore (per la precisione, un odds ratio di 4.92) di avere la colite ulcerosa rispetto a quelli con un DII più basso. E non è finita qui: per ogni aumento di 1 punto nel DII, l’associazione con la colite ulcerosa aumentava di circa 3.6 volte! Risultati che fanno riflettere, e che sono in linea con altri studi precedenti.

Curiosamente, non abbiamo trovato una correlazione significativa tra il DII e l’attività della malattia (cioè tra pazienti in remissione e pazienti in fase attiva). Questo potrebbe dipendere da vari fattori, come la dimensione del campione per questi sottogruppi o il fatto che le abitudini alimentari sono difficili da cambiare una volta che la malattia si è manifestata. È un aspetto che merita ulteriori indagini.

Perché una dieta pro-infiammatoria è un problema per l’intestino?

Vi starete chiedendo: “Ma come fa il cibo a ‘infiammare’ o ‘calmare’ il nostro intestino?”. I meccanismi sono complessi e interconnessi. Una dieta pro-infiammatoria può:

  • Alterare la composizione del microbiota intestinale: il nostro intestino è popolato da miliardi di batteri, e una dieta “sbagliata” può favorire quelli meno amici, riducendo la diversità e creando uno squilibrio (disbiosi).
  • Aumentare i livelli di citochine infiammatorie: queste molecole sono messaggeri che, se prodotti in eccesso, alimentano l’infiammazione cronica.
  • Compromettere l’integrità della barriera epiteliale: immaginate la mucosa intestinale come un muro di mattoni. Una dieta pro-infiammatoria può allentare le giunzioni tra i mattoni, rendendo l’intestino più permeabile e vulnerabile.

Studi su modelli animali hanno mostrato che diete ricche di grassi saturi peggiorano l’infiammazione cronica e aumentano il rischio di progressione della colite ulcerosa. Anche un pattern dietetico carnivoro, con molta carne rossa e processata, è stato associato a un maggior rischio di sviluppare la malattia.

Cosa possiamo portare a casa da tutto questo?

La buona notizia è che, se la dieta può essere parte del problema, può anche essere una parte fondamentale della soluzione! I nostri risultati suggeriscono che adottare un’alimentazione con un basso potenziale infiammatorio potrebbe essere benefico per i pazienti con colite ulcerosa. Questo significa:

  • Privilegiare cibi con proprietà anti-infiammatorie: pensiamo a frutta e verdura colorate, ricche di antiossidanti; pesce azzurro per gli omega-3; noci e semi; olio extravergine d’oliva.
  • Aumentare l’apporto di fibre: presenti in cereali integrali, legumi, frutta e verdura.
  • Assicurarsi un buon apporto di vitamina D e acidi grassi insaturi.
  • Limitare i cibi pro-infiammatori: carni rosse e processate, grassi saturi e trans, zuccheri semplici, cibi ultra-processati.

Certo, la ricerca sulla dieta è complessa. Gli alimenti contengono una miriade di nutrienti che interagiscono tra loro. Per questo, più che concentrarsi su singoli nutrienti, si stanno studiando pattern dietetici specifici come la Dieta Anti-Infiammatoria di Groningen (GrAID), la Dieta dei Carboidrati Specifici (SCD), la dieta Low FODMAP o la UC Exclusion Diet (UCED). Il DII si inserisce in questo contesto come uno strumento prezioso per valutare l’effetto complessivo della dieta.

Un ricercatore in un laboratorio di gastroenterologia analizza campioni al microscopio, con grafici di dati relativi al DII e alla colite ulcerosa visibili su uno schermo sullo sfondo. Lente prime, 35mm, profondità di campo, illuminazione da laboratorio.

È importante sottolineare che il nostro studio, essendo retrospettivo, ha alcune limitazioni. Ad esempio, i questionari alimentari si basano sui ricordi dei partecipanti, e questo può introdurre qualche imprecisione (il cosiddetto “recall bias”). Inoltre, i pazienti con CU potrebbero aver già modificato la loro dieta dopo la diagnosi. Serviranno studi più ampi e prospettici, magari su pazienti con diagnosi recente, per confermare ulteriormente questi risultati e per capire meglio il legame con l’attività della malattia. Sarebbe anche utile misurare marcatori infiammatori specifici dell’intestino, come la calprotectina fecale.

Un futuro più sereno per l’intestino

Nonostante le sfide, il nostro studio aggiunge un tassello importante al puzzle che lega dieta, infiammazione e colite ulcerosa. Ci ricorda che le scelte che facciamo ogni giorno a tavola hanno un impatto profondo sulla nostra salute intestinale. Per chi convive con la colite ulcerosa, seguire una guida dietetica personalizzata, mirata a ridurre l’infiammazione, potrebbe non solo alleviare i sintomi e migliorare la risposta ai trattamenti convenzionali, ma anche contribuire a una migliore qualità di vita generale.

La strada è ancora lunga, ma ogni scoperta ci avvicina a strategie sempre più efficaci per gestire questa complessa condizione. E chissà, magari un giorno potremo dire che abbiamo “spento” l’infiammazione, una forchettata alla volta!

Fonte: Springer

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