De-estinzione Biotech: Un Atto di Virtù o Arroganza Umana?
Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio affascinante e un po’ spinoso nel mondo delle biotecnologie e della conservazione. Avete mai pensato a cosa succederebbe se potessimo riportare in vita specie estinte? Immaginate di vedere di nuovo un dodo, o magari un mammut lanoso. Fantascienza? Non proprio. La “de-estinzione” è un campo che sta facendo passi da gigante, ma solleva domande etiche profonde. E se vi dicessi che potremmo guardare a tutto questo non solo in termini di costi e benefici, ma attraverso la lente dell’etica della virtù? Sembra complicato, ma seguitemi, cercherò di renderlo interessante.
Il punto di partenza è una crisi che conosciamo fin troppo bene: la perdita accelerata di biodiversità a causa nostra, dell’attività umana. È un dilemma etico enorme. Tradizionalmente, quando si parla di conservazione, si ragiona sul valore strumentale (quanto ci è utile una specie?) o intrinseco (ha valore in sé, indipendentemente da noi?). Ma l’articolo che ho sottomano propone un cambio di prospettiva: guardare a questi progetti, specialmente quelli più controversi come la de-estinzione biotech, chiedendoci se agire in questo modo sia virtuoso. In pratica: “giocare a Gesù” per resuscitare specie come il tilacino (la tigre della Tasmania) può essere un atto moralmente buono, un equilibrio tra rispetto per la natura e cura?
Ma cosa significa “specie”? E che valore ha?
Prima di tuffarci a capofitto, fermiamoci un attimo. Definire “specie” è un bel rompicapo, sia in biologia che in filosofia. Eppure, nonostante le difficoltà, il concetto resta fondamentale per parlare di scienza, conservazione ed etica, soprattutto ora che le estinzioni galoppano per colpa nostra. Seguiamo una definizione pragmatica: una specie è un gruppo di organismi biologicamente correlati, distinti da altri gruppi per la loro “forma di vita” condivisa, cioè il modo tipico in cui cercano di cavarsela nel mondo.
Ora, la domanda clou: le specie hanno uno status morale come gli individui? L’approccio qui proposto dice di no. Una specie, in quanto tale, non prova dolore o sofferenza, non ha interessi percepiti. Quindi, l’estinzione di una specie non “danneggia” la specie stessa nel senso in cui danneggiamo un individuo. Allora perché l’estinzione ci sembra così sbagliata, soprattutto se causata da noi?
Qui entra in gioco l’etica della virtù. Invece di chiederci se la specie ha un valore “oggettivo finale” (un valore intrinseco indipendente da tutto), spostiamo il focus sui vizi morali che l’estinzione causata dall’uomo rivela: la nostra superficialità, la nostra spudoratezza. Pensate al piccione viaggiatore, cacciato fino all’ultimo esemplare. La tragedia non sta solo nella morte degli individui (che sarebbero morti comunque, magari per caccia sostenibile), ma nel comportamento umano che ha portato all’estinzione: un fallimento nell’agire come membri responsabili della comunità ecologica, una sorta di vergogna. Come diceva il teologo danese Løgstrup, distruggere la natura senza motivo, come se non importasse, è spudoratezza.
Quindi, invece di impantanarci sul valore oggettivo, chiediamoci: come possiamo agire virtuosamente di fronte all’estinzione? Qui ci vengono in aiuto virtù come la meraviglia e il rispetto per la natura. Causare un’estinzione è intrinsecamente non virtuoso, a prescindere dal valore specifico che attribuiamo a quella specie.

Estinzioni naturali vs. Estinzioni causate dall’uomo
C’è una differenza morale importante. L’estinzione fa parte dell’evoluzione. Salvare una specie non è virtuoso in sé. Anzi, potremmo dire che quando un’estinzione è naturale, il non interferire, lasciare che l’evoluzione faccia il suo corso, esprime proprio rispetto e meraviglia per la natura. Certo, non è sempre così semplice: a volte, salvare un predatore chiave per mantenere un ecosistema sano può essere un atto di rispetto, anche se implica un’influenza umana.
Ma quando l’estinzione è causata da noi, la storia cambia. Permettere che accada senza fare nulla esprime mancanza di rispetto. Viviamo nell’Antropocene, un’era definita dall’impatto umano. Quasi tutte le estinzioni oggi hanno una componente antropogenica. E come sottolineava Aristotele, la virtù impone obblighi più forti nel rimediare a un danno quando siamo noi la causa. Anche se si tratta di un danno collettivo. Tutti noi, con i nostri stili di vita (soprattutto nei paesi più ricchi), contribuiamo alla perdita di specie. E nelle democrazie, condividiamo la responsabilità delle decisioni politiche.
Quindi, la virtù spesso richiede un qualche tipo di intervento quando le nostre azioni minacciano una specie. Ma quale? E quali specie privilegiare? Non possiamo salvarle tutte. È qui che il gioco si fa duro e dobbiamo bilanciare etica, ecologia e fattibilità.
Dalla conservazione tradizionale alle biotecnologie
Esistono diverse strategie per salvare le specie:
- Conservazione basata sul luogo: modificare l’ambiente per favorire la sopravvivenza (es. chiudere sentieri turistici per proteggere le renne selvatiche).
- Restauro ecologico: aiutare attivamente ecosistemi o popolazioni a riprendersi dove erano stati danneggiati (es. reintroduzione delle aquile o dei castori).
- Colonizzazione assistita: spostare specie minacciate in aree al di fuori del loro areale storico (strategia controversa, perché lega la specie al suo habitat e ci sono rischi ecologici).
Queste strategie spesso richiedono interventi invasivi temporanei (cattività, alimentazione assistita). E qui arriviamo alle nuove frontiere: le biotecnologie. Clonazione, fecondazione in vitro, editing genetico (come CRISPR). Queste tecniche possono aumentare la resilienza di specie minacciate o, appunto, riportare in vita quelle estinte. Ma è virtuoso farlo?
“Giocare a Gesù”: Arroganza o Cura Virtuosa?
Il valore della natura è spesso legato alla sua “alterità” rispetto all’uomo, alla sua indipendenza. Molti eticisti ambientali vedono con sospetto gli interventi tecnologici perché “marchiano” la natura, ne diminuiscono il valore legato alla selvatichezza (wildness). Modificare geneticamente una specie per renderla più resiliente (es. pika americani e resistenza al caldo) solleva dubbi: stiamo esprimendo un desiderio di dominio, un’eccessiva ingerenza umana?
Palmer (2016) suggerisce che se l’intenzione è permettere alla specie di prosperare indipendentemente da noi, l’atto può dimostrare rispetto per la sua alterità, piuttosto che dominio. Ma l’etica della virtù ci spinge a chiederci: qual è la risposta virtuosa all’estinzione causata dall’uomo?
Per rispondere, dobbiamo coltivare quelle virtù di cui parlava Hursthouse: meraviglia e rispetto per la natura. Non nascono dalla sola riflessione filosofica, ma da esperienze profonde, guidate, fin dall’infanzia, che evocano stupore (per creature viventi, ragnatele, fossili…). La scienza qui ha un ruolo cruciale: non solo come strumento per sfruttare risorse, ma come mezzo per comprendere la storia, le interconnessioni, alimentando un’ammirazione che va oltre i sensi. È unire l’esperienza immediata (Løgstrup) alla conoscenza contemplativa.
Da questa prospettiva, l’estinzione è una profonda mancanza di rispetto. Le specie sono come “rotte di volo” evolutive (van Dooren) che incrociano la nostra, e meritano considerazione morale. Il loro valore non deve essere per forza “oggettivo” nel senso tradizionale; può essere un valore “intersoggettivo”: qualcosa che tutti dovremmo apprezzare, come l’alterità della natura (Hailwood).

Un Amore per la Natura: Equilibrio tra Rispetto e Cura
L’etica della virtù non fornisce checklist. Richiede saggezza pratica (phronesis), la capacità di agire rettamente nel contesto specifico. Cosa significa “rispetto per la natura” nel caso della de-estinzione biotech?
Forse “rispetto” non basta. Il rispetto, spesso legato alla non-interferenza kantiana, è fondamentale. Ma una relazione virtuosa richiede anche la volontà e il coraggio di intervenire per il bene dell’altro. Chiamiamo questo aspetto “cura”, nel senso di rispondere ai bisogni, sostenere la rete di connessioni (Gilligan).
Una relazione virtuosa con la natura, quindi, richiede un equilibrio tra rispetto (non-interferenza) e cura (interferenza). Potremmo chiamare questa virtù onnicomprensiva “amore per la natura“.
- L’amore come rispetto si lega alla selvatichezza, alla non-interferenza (sophrosyne: moderazione, autocontrollo). Sottolinea il valore finale della natura, indipendente da noi.
- L’amore come cura implica l’interferenza, ma solo se motivata da scopi virtuosi (il bene della specie, non i nostri bisogni). Modificare geneticamente animali solo per creare nuove fonti proteiche quando esistono alternative vegetali è mancanza di rispetto. Ma se fosse l’unico modo per sopravvivere, sarebbe più giustificabile.
Se l’interferenza è una risposta a un danno causato da noi, può essere vista come una correzione. Non è rispettosa nel senso di preservare la selvatichezza originaria, ma può mirare a correggere un male più grande con uno più piccolo. In un mondo ideale, l’amore si manifesterebbe come rispetto e non-interferenza. Ma nel nostro mondo imperfetto, l’azione più virtuosa potrebbe essere esprimere cura per rimediare ai nostri errori passati.
Il Dilemma Specie vs. Individuo: Pronto Soccorso o Hospice?
Non dimentichiamoci degli individui. La de-estinzione coinvolge animali reali, il cui benessere va considerato. Clonazione, madri surrogate… comportano rischi significativi (dolore fisico, stress psicologico). Le virtù della compassione e della cura sono centrali qui.
A volte, il peso sugli animali individuali potrebbe essere troppo grande per giustificare la salvezza della specie (Parreñas). È il dilemma tra il “pronto soccorso” (azione urgente per salvare la specie) e l'”hospice” (dare priorità alla cura degli individui presenti, offrendo un addio dignitoso). Quest’ultimo approccio può riflettere meglio il rispetto per gli animali e riconoscere la nostra responsabilità per l’estinzione della loro “rotta di volo”.
Il Caso del Tilacino: Analisi Virtuosa
Torniamo al tilacino. È un caso paradigmatico: estinto di recente per caccia deliberata, habitat relativamente intatto, potenziale ruolo ecologico da recuperare. Il progetto di resuscitarlo tramite editing genetico sembra un esempio perfetto di “giocare a Gesù” per rimediare a un torto. Ma è virtuoso?
Ci sono obiezioni basate sulla virtù:
- L’interferenza in sé è irrispettosa: Qualsiasi intervento, biotech o meno, viola la selvatichezza, che andrebbe rispettata con la non-interferenza. Due torti non fanno una ragione.
- La biotecnologia è particolarmente problematica: Usare strumenti così “umani” per ricreare una specie selvatica ne mina l’essenza stessa, rendendola un prodotto umano. La modifica genetica lascia un marchio indelebile, a differenza di interventi temporanei come la reintroduzione. Il tilacino “resuscitato” sarebbe sempre riconosciuto come una nostra creazione.
- Problemi specifici del progetto Tilacino:
- Sofferenza animale: Il processo richiede procedure invasive e rischiose per molti animali (donatori, madri surrogate, cloni stessi). È giustificato?
- Motivazioni discutibili: Curiosità scientifica e senso di colpa collettivo sono motivazioni egocentriche, insufficienti a giustificare tale sofferenza.
- Fattibilità ecologica incerta: Il tilacino potrebbe davvero riprendere il suo ruolo di predatore apicale in un ecosistema che è cambiato? Non rischia di diventare invasivo o di fallire?
- Allocazione delle risorse: I fondi non sarebbero meglio spesi per proteggere le specie attualmente in pericolo?

Questo non significa bocciare ogni uso delle biotecnologie nella conservazione. L’etica della virtù è contestuale. Ma il caso del tilacino ci mostra che serve un’analisi attenta, che consideri i rischi (minacce residue, invasività, impatto ecosistemico) e soprattutto le virtù in gioco.
Conclusioni: Coltivare Amore e Responsabilità
L’etica della virtù ci offre una bussola preziosa per navigare le acque complesse della de-estinzione. Ci spinge a guardare oltre i calcoli utilitaristici e a chiederci: che tipo di rapporto vogliamo avere con la natura? Come possiamo agire con umiltà, rispetto, cura e saggezza pratica?
L’obiettivo non è solo fermare la perdita di biodiversità, ma coltivare in noi stessi le virtù della meraviglia, del rispetto e della responsabilità verso tutte le forme di vita. Bilanciare rispetto (non-interferenza) e cura (interferenza virtuosa) è la sfida. E nel caso del tilacino, basandoci sulle informazioni attuali, sembra difficile considerare il progetto pienamente virtuoso, dati i dubbi su benessere animale, motivazioni, fattibilità e alternative. Forse, a volte, l’atto più virtuoso è saper lasciare andare, concentrando le nostre energie sulla cura del presente. Voi cosa ne pensate?
Fonte: Springer
