Safari di Dati: Sveliamo i Segreti del Turismo nelle Aree Protette Africane Prima della Pandemia!
Amici, oggi vi porto in un viaggio un po’ diverso dal solito. Niente valigie da fare, ma preparatevi a esplorare un continente meraviglioso attraverso una lente speciale: quella dei numeri! Sì, perché sto per parlarvi di un lavoro pazzesco che abbiamo fatto per mettere insieme un dataset gigantesco sulle visite turistiche nelle aree protette africane, concentrandoci sul periodo prima che quel guastafeste del Covid-19 stravolgesse le nostre vite e i nostri viaggi.
Perché Diavolo Ci Importa Quanti Turisti Visitano i Parchi Africani?
Ve lo spiego subito, e vi assicuro che è più affascinante di quanto sembri. Quando pensiamo ai parchi africani, ci vengono in mente leoni maestosi, elefanti imponenti e savane sconfinate, vero? Beh, dietro a questa meraviglia c’è un mondo di conservazione che, spesso, ha bisogno di un aiutino economico. E qui entrano in gioco i visitatori.
Ogni biglietto d’ingresso, ogni souvenir comprato, ogni notte passata in un lodge contribuisce a:
- Finanziare la conservazione della natura (guardie forestali, lotta al bracconaggio, ricerca).
- Sostenere le economie locali, creando posti di lavoro per le comunità che vivono vicino ai parchi. Pensate a guide, cuochi, artigiani…
- Stimolare lo sviluppo rurale, portando ricchezza e migliorando servizi come la sanità infantile nelle zone limitrofe.
Insomma, il turismo nelle aree protette non è solo “andare a vedere gli animali”, ma un vero e proprio motore per il benessere ambientale e sociale. Capite bene, quindi, che avere dati precisi su quanti visitatori ci sono, dove vanno e come cambiano questi flussi nel tempo è fondamentale. Eppure, fino a poco tempo fa, per gran parte dell’Africa questi dati erano una specie di miraggio: frammentati, difficili da trovare, a volte inesistenti.
La Sfida: Mettere Insieme i Pezzi del Puzzle
Immaginate di voler costruire un puzzle enorme senza avere l’immagine sulla scatola e con i pezzi sparsi in mille posti diversi. Ecco, più o meno è stata questa la nostra avventura! Abbiamo setacciato di tutto:
- Pubblicazioni scientifiche peer-reviewed (quelle super serie, insomma).
- La cosiddetta “letteratura grigia”: report governativi, documenti di agenzie dei parchi, studi di ONG.
- Abbiamo persino scritto direttamente ai rappresentanti nazionali di ben 47 paesi africani!
Non è stato facile, ve lo assicuro. A volte le informazioni erano in formati diversi, altre volte i nomi dei parchi non coincidevano perfettamente con i database ufficiali come il World Database of Protected Areas (WDPA). Ma la pazienza è la virtù dei forti (e dei ricercatori un po’ matti come noi!). Abbiamo incrociato dati, verificato fonti, standardizzato tutto per rendere le informazioni confrontabili.

Il risultato? Un dataset che è una vera miniera d’oro! Parliamo di 4.216 record di visite provenienti da 341 aree protette sparse in 34 paesi africani. I dati più vecchi risalgono addirittura al 1965, ma la stragrande maggioranza (il 78%) copre il periodo tra il 2000 e il 2020. Questo ci permette non solo di avere una fotografia della situazione pre-pandemia, ma anche di analizzare le tendenze nel tempo per molte aree, visto che mediamente per ogni parco abbiamo dati relativi a sei anni diversi.
Cosa Ci Raccontano Questi Numeri? Un Tesoro di Informazioni!
Una delle cose più belle di questo dataset è la sua compatibilità con il WDPA. Questo significa che possiamo collegare i numeri dei visitatori con un sacco di altre informazioni geografiche e gestionali: l’età del parco, la sua estensione, il tipo di governance (se è gestito dal governo centrale, da comunità locali, da privati, ecc.) e la sua categoria IUCN (che classifica le aree protette in base ai loro obiettivi di gestione).
Spulciando i dati, sono emerse cose davvero interessanti:
- Copertura geografica: Abbiamo una buona copertura, specialmente per paesi come Madagascar (con dati da 33 aree protette!), Ghana, Zimbabwe, Sudafrica e Tanzania. Certo, ci sono ancora delle “zone d’ombra”, soprattutto in Nord Africa, nel Sahel, nel Corno d’Africa e in alcune parti dell’Africa Occidentale, ma è un passo avanti enorme.
- Chi attira di più? In media, un’area protetta africana riceveva circa 2.726 visitatori all’anno. Ma le differenze sono enormi! Un terzo dei parchi superava i 10.000 visitatori, e un gruppetto d’élite (il 7,8%) andava oltre i 100.000. I campioni assoluti? Il Table Mountain National Park e il Kruger National Park, entrambi in Sudafrica, con rispettivamente 2,4 e 1,5 milioni di visitatori all’anno! Generalmente, le aree nell’Africa Australe e Orientale sono quelle che tirano di più.
- Dimensioni vs Popolarità: Sorprendentemente, non c’è una relazione chiarissima tra quanto è grande un parco e quanti turisti attira. Ci sono piccole gemme che fanno il pieno e aree vastissime meno frequentate.
- Trend di crescita: Per i parchi con almeno sei anni di dati, abbiamo potuto stimare i tassi di crescita delle visite. Alcuni hanno visto cali, come la Réserve Naturelle Communautaire de Palmarin in Senegal, mentre altri, come il Nyerere National Park in Tanzania, hanno registrato aumenti spettacolari.
- Governance e gestione: Come c’era da aspettarsi, visto che abbiamo contattato molte autorità nazionali, la maggior parte delle aree nel nostro dataset (52,6%) è governata da ministeri o agenzie nazionali. E una buona fetta (43,1%) rientra nella Categoria II IUCN, quella dei Parchi Nazionali.
Ok, Bello il Dataset, Ma È Affidabile? E Adesso?
Domanda lecita! Non potendo verificare ogni singolo conteggio originale, ci siamo concentrati sulla solidità del dataset consolidato. Abbiamo usato più persone per raccogliere e inserire i dati (per evitare bias), registrato la fonte originale di ogni record (così chiunque può andare a controllare), incrociato ogni area con il WDPA per assicurarci che nomi e codici fossero corretti, e fatto controlli incrociati (manuali e automatici) per scovare duplicati o errori evidenti. Ogni “stranezza” trovata è segnalata in una colonna apposita.

E ora, che ce ne facciamo di tutta questa fatica? Beh, le possibilità sono infinite!
- Baseline per la ripresa: Questi dati pre-pandemia sono una base di partenza cruciale per monitorare come si sta riprendendo il turismo naturalistico dopo lo shock del Covid-19.
- Analisi dei fattori di successo: Possiamo studiare cosa rende un’area protetta più attrattiva di un’altra. È la presenza di certi animali? La facilità di accesso? Il tipo di gestione?
- Supporto alle decisioni politiche: I governi possono usare queste informazioni per pianificare meglio gli investimenti, capire dove c’è potenziale di crescita e come massimizzare i benefici del turismo per la conservazione e le comunità.
- Ricerca scientifica: Economisti, ecologi, sociologi… tutti possono attingere a questo dataset per le loro ricerche.
Per chi volesse metterci le mani, il dataset è disponibile pubblicamente in formato .csv su Zenodo. E per i più smanettoni, c’è anche il codice R che abbiamo usato per analizzare e visualizzare i dati. Un consiglio: se fate analisi geografiche, usate sempre l’ultima versione del WDPA!
Un Futuro Più Informato per la Conservazione Africana
Insomma, questo dataset non è solo una manciata di numeri. È uno strumento potente, un piccolo grande contributo per capire meglio il valore immenso delle aree protette africane e per aiutarci a proteggerle in modo più efficace. Pensateci la prossima volta che sognate un safari: dietro quelle immagini da cartolina c’è un delicato equilibrio che dipende anche dalla nostra capacità di raccogliere, analizzare e utilizzare informazioni come queste. E io, modestamente, sono davvero orgoglioso di aver fatto la mia parte in questa avventura!
Fonte: Springer
