Illustrazione medica fotorealistica che mostra un'arteria carotide con segni iniziali di aterosclerosi subclinica (ispessimento parete) accanto a una rappresentazione grafica dell'indice CVAI, simboleggiando la correlazione nel diabete di tipo 1. Illuminazione da studio focalizzata, sfondo neutro, obiettivo 50mm per dettaglio equilibrato.

Diabete Tipo 1 e Arterie: C’è un Indice “Segreto” per Prevedere il Rischio?

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi sta molto a cuore e che riguarda milioni di persone nel mondo: il diabete di tipo 1 (T1D). Sapete, quando pensiamo al T1D, spesso l’immagine è quella di persone che devono gestire l’insulina fin da giovani, magari magre o normopeso. Ma la realtà, come spesso accade in medicina, è più sfumata e complessa.

Il T1D, purtroppo, non è solo una questione di glicemia. Porta con sé un fardello pesante: un rischio aumentato, da due a otto volte rispetto alla popolazione generale, di sviluppare malattie cardiovascolari (CVD). E questo rischio è la causa principale della mortalità più elevata in chi convive con questa condizione, specialmente se la diagnosi è arrivata presto nella vita.

Uno dei nemici silenziosi dietro questo rischio è l’aterosclerosi, quel processo insidioso che porta all’indurimento e al restringimento delle arterie. E la cosa preoccupante è che spesso inizia molto prima di dare sintomi evidenti. Parliamo di aterosclerosi subclinica carotidea (SCA): in pratica, le prime avvisaglie del danno alle arterie del collo, rilevabili solo con esami specifici come l’ecografia. Identificare l’SCA precocemente è fondamentale, perché ci dà la possibilità di intervenire prima che sia troppo tardi.

Il Paradosso: Obesità e Insulino-Resistenza nel T1D

Qui entra in gioco un aspetto che sta guadagnando sempre più attenzione: l’obesità e l’insulino-resistenza nel T1D. Sembra un controsenso, vero? Eppure, è un fenomeno reale. Ironia della sorte, proprio la terapia insulinica intensiva, che è la pietra miliare del trattamento del T1D, può portare nel tempo ad un aumento di peso e a una ridotta sensibilità all’insulina stessa. E sappiamo bene che sia l’obesità che l’insulino-resistenza sono fattori chiave nell’innescare e far progredire l’aterosclerosi.

Il problema è: come misuriamo questi fattori in modo semplice e affidabile nella pratica clinica quotidiana? I metodi tradizionali possono essere complessi o poco pratici. Ed è qui che la ricerca si è mossa, sviluppando nuovi indici correlati all’obesità e all’insulino-resistenza (OIRI). Si tratta di formule, spesso basate su misurazioni semplici come peso, altezza, circonferenza vita, fianchi e alcuni valori del sangue (trigliceridi, glicemia, colesterolo HDL).

Alla Ricerca dell’Indice Perfetto: Quale OIRI Prevede Meglio l’SCA?

Diversi studi hanno già collegato alcuni di questi OIRI (come ABSI, CMI, TyG, VAI, CVAI) all’aterosclerosi nella popolazione generale o in pazienti con ipertensione. Ma cosa succede specificamente nelle persone con T1D? Finora, le ricerche erano frammentarie. Solo l’indice eGDR (tasso stimato di smaltimento del glucosio, un indicatore di insulino-sensibilità) era stato studiato un po’ più a fondo in relazione all’SCA nel T1D, ma mancava una valutazione sistematica e comparativa dei vari OIRI.

Ed è proprio questo il vuoto che uno studio recente, pubblicato su *Cardiovascular Diabetology*, ha cercato di colmare. L’obiettivo era ambizioso: valutare sistematicamente un’ampia gamma di OIRI comuni e scoprire quale fosse il più fortemente associato all’SCA in un gruppo di adulti con T1D. Pensatelo come una sorta di “gara” tra indici per vedere quale fosse il miglior “segugio” nel fiutare il rischio nascosto nelle arterie.

Lo Studio: Metodologia e Partecipanti

I ricercatori hanno condotto uno studio trasversale analizzando i dati di 418 pazienti adulti con T1D classico, ricoverati tra il 2008 e il 2021 presso un ospedale universitario in Cina. Hanno raccolto una marea di dati: informazioni demografiche (età, sesso, durata del diabete…), misurazioni antropometriche (peso, altezza, circonferenze…), parametri di laboratorio (glicemia, HbA1c, lipidi…) e informazioni sulle terapie.

Immagine macro di una sezione trasversale di un'arteria carotide con leggero ispessimento dell'intima-media visibile come primo segno di aterosclerosi subclinica, illuminazione controllata laterale per evidenziare la texture della parete vascolare, lente macro 100mm, alta definizione, messa a fuoco precisa sull'ispessimento.

Per ogni partecipante, sono stati calcolati ben 15 diversi OIRI, tra cui:

  • Indice di massa corporea (BMI)
  • Rapporto vita-altezza (WHtR)
  • Rapporto vita-fianchi (WHR)
  • A body shape index (ABSI)
  • Indice di volume addominale (AVI)
  • Indice di adiposità corporea (BAI)
  • Indice di rotondità corporea (BRI)
  • Indice di conicità (CI)
  • Indice trigliceridi-glucosio (TyG)
  • Indice di adiposità viscerale (VAI)
  • Indice di adiposità viscerale cinese (CVAI)
  • Prodotto di accumulo lipidico (LAP)
  • Tasso stimato di smaltimento del glucosio (eGDR, calcolato in diverse varianti)
  • Rapporto trigliceridi/colesterolo HDL (TG/HDL)
  • Indice cardiometabolico (CMI)

L’SCA è stata diagnosticata tramite ecografia carotidea, cercando ispessimenti della parete dell’arteria (IMT > 0.9 mm) o la presenza di placche aterosclerotiche vere e proprie. Circa il 21% dei partecipanti presentava SCA.

I Risultati: Emerge un “Vincitore”

E ora, il momento clou! Dopo aver analizzato tutti i dati con sofisticate tecniche statistiche (regressione logistica, curve ROC, spline cubiche…), tenendo conto di potenziali fattori confondenti come età, sesso, durata del diabete, fumo, ipertensione, livelli di lipidi e uso di farmaci, cosa è emerso?

Tre indici hanno mostrato un’associazione significativa e indipendente con la presenza di SCA:

  • Il CVAI (Chinese Visceral Adiposity Index): un aumento di questo indice era associato a una maggiore probabilità di SCA.
  • L’eGDR<0xE1><0xB5><0xA1><0xE1><0xB5><0x8F><0xE1><0xB5><0xA3> (calcolato usando il WHR): un aumento di questo indice (che indica migliore sensibilità insulinica) era associato a una minore probabilità di SCA.
  • L’eGDR<0xE1><0xB5><0xA1><0xE1><0xB5><0x84> (calcolato usando la circonferenza vita): anche qui, un aumento era associato a una minore probabilità di SCA.

Ma tra questi, uno si è distinto in modo particolare. Il CVAI ha mostrato l’associazione più forte e la migliore capacità diagnostica per l’SCA. La sua Area Sotto la Curva (AUC) ROC è stata di 0.73, un valore considerato buono in questo contesto. In pratica, il CVAI sembra essere il candidato più promettente tra gli OIRI studiati per identificare i pazienti T1D a rischio di SCA. Il valore soglia ottimale identificato è stato 56.307, con una sensibilità del 63% e una specificità del 75%.

CVAI: Un Indice da Tenere d’Occhio

Il CVAI è un indice interessante perché è stato sviluppato specificamente per la popolazione cinese, tenendo conto delle caratteristiche della distribuzione del grasso corporeo, ma integra anche età, sesso, BMI e profilo lipidico (trigliceridi e HDL). Questo lo rende un indicatore più completo dell’adiposità viscerale (il grasso “profondo” addominale, metabolicamente più pericoloso) rispetto al semplice BMI. E proprio l’accumulo di grasso viscerale è noto per rilasciare sostanze pro-infiammatorie che accelerano l’aterosclerosi.

I ricercatori non si sono fermati qui. Hanno analizzato i dati più a fondo:

  • Relazione Dose-Risposta: Hanno scoperto una relazione lineare e positiva tra CVAI e SCA: più alto è il valore di CVAI, maggiore è la probabilità di avere SCA. Questo legame era particolarmente evidente nelle donne.
  • Analisi per Sottogruppi: L’associazione tra CVAI e SCA è rimasta significativa in diversi sottogruppi, ad esempio nelle donne, nei partecipanti con età ≥ 31 anni, con durata del diabete ≥ 5 anni, nei non fumatori, in chi non aveva familiarità per diabete e nei pazienti con ipertensione.
  • Analisi di Sensibilità: Anche escludendo i pazienti che assumevano metformina (che può influenzare il peso) o quelli obesi/sovrappeso, l’associazione tra CVAI e SCA rimaneva robusta. Inoltre, un CVAI più alto era associato specificamente alla presenza di placche multiple.

Visualizzazione medica comparativa del grasso viscerale (attorno agli organi) e sottocutaneo (sotto la pelle) nell'addome di una persona, resa fotorealistica 3D con focus sui dettagli anatomici interni, illuminazione da studio per chiarezza, obiettivo 60mm.

Questi risultati sono in linea con studi precedenti sulla popolazione generale che avevano già collegato il CVAI all’aterosclerosi carotidea, ma questa è la prima volta che viene studiato così a fondo nel contesto specifico del T1D, focalizzandosi sulla fase subclinica (SCA).

CVAI vs eGDR: Due Facce della Medaglia?

È interessante notare che sia un indice legato all’adiposità viscerale (CVAI) sia uno legato all’insulino-resistenza (eGDR) siano risultati associati all’SCA. Questo suggerisce che entrambi i meccanismi – l’eccesso di grasso viscerale e la ridotta azione dell’insulina – contribuiscono al danno vascolare nel T1D. L’insulino-resistenza (indicata da un basso eGDR) può promuovere l’infiammazione e la disfunzione endoteliale direttamente, ma anche contribuire all’accumulo di grasso. Il CVAI, invece, riflette più direttamente gli effetti del grasso viscerale. Sembra che il CVAI, nel complesso, abbia avuto una performance diagnostica leggermente superiore in questo studio.

Implicazioni Cliniche e Limiti dello Studio

Allora, cosa ci portiamo a casa da tutto questo? Il CVAI emerge come un potenziale marker semplice, accessibile e non invasivo per la valutazione del rischio di SCA negli adulti con T1D. Potrebbe essere calcolato facilmente utilizzando dati clinici di routine.

I ricercatori hanno anche provato ad aggiungere il CVAI a un modello di rischio cardiovascolare già esistente e validato per il T1D (lo Steno Type 1 Risk Engine, ST1RE). L’aggiunta del CVAI ha migliorato la capacità del modello di riclassificare correttamente i pazienti a rischio, anche se non ha aumentato significativamente la sua capacità discriminatoria complessiva (probabilmente perché lo ST1RE è già molto performante).

Ovviamente, come ogni studio, anche questo ha i suoi limiti. È uno studio trasversale, quindi non può stabilire un rapporto di causa-effetto (il CVAI causa l’SCA o ne è solo associato?). È stato condotto in un singolo centro in Cina, quindi i risultati potrebbero non essere generalizzabili a tutte le popolazioni. I partecipanti erano pazienti ospedalizzati, il che potrebbe introdurre un bias di selezione. Inoltre, mancavano dati su dieta e attività fisica.

Medico o ricercatore che analizza dati su un computer in un ambiente di laboratorio clinico, con grafici di curve ROC e tabelle di dati statistici visibili sullo schermo, profondità di campo ridotta per mettere a fuoco lo schermo e il volto concentrato del ricercatore, obiettivo prime 50mm, luce ambientale da ufficio.

Conclusioni e Prospettive Future

Nonostante i limiti, questo studio apre una strada interessante. Ci dice che, tra i tanti indici disponibili, il CVAI sembra essere particolarmente promettente per identificare l’aterosclerosi subclinica carotidea nelle persone con diabete di tipo 1.

È un primo passo importante. Ora servono studi prospettici longitudinali (che seguono i pazienti nel tempo) per confermare questi risultati, per capire se il CVAI può effettivamente predire lo sviluppo e la progressione dell’SCA e, in definitiva, per valutare se il suo utilizzo nella pratica clinica possa davvero aiutare a migliorare la prevenzione cardiovascolare in questa popolazione.

Resta il fatto che monitorare non solo la glicemia, ma anche indicatori di adiposità viscerale e insulino-resistenza, sta diventando sempre più cruciale anche nel diabete di tipo 1. E avere strumenti semplici come il CVAI potrebbe fare la differenza. Staremo a vedere cosa ci riserverà il futuro della ricerca!

Fonte: Springer

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