Chi Sono Davvero? Viaggio nella Crisi d’Identità dei Dottorandi Cinesi in Educazione
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi ha colpito molto: la ricerca sull’identità dei candidati al Dottorato in Educazione (Ed.D) in Cina. Sembra un argomento accademico, vero? Eppure, scavando un po’, ho scoperto che c’è un vero e proprio dramma umano, una “crisi d’identità” che tocca tanti futuri professionisti dell’educazione. E capire cosa la scatena è diventato urgente.
Ma cos’è questo Ed.D e perché è in crisi?
Allora, l’Ed.D è nato negli Stati Uniti, ad Harvard, nel lontano 1921. L’idea era quella di creare un dottorato più orientato alla pratica professionale nell’educazione, diverso dal classico PhD, più focalizzato sulla ricerca accademica pura. La Cina ha introdotto questo percorso nel 2008, con l’obiettivo di formare professionisti altamente qualificati e con competenze pratiche.
Il problema? Beh, sembra che in Cina l’Ed.D abbia finito per scimmiottare troppo il modello del PhD. Risultato: i due percorsi sono diventati molto simili, senza una vera distinzione. L’Ed.D non ha rafforzato la sua anima “professionale” e, agli occhi di molti, vale meno del PhD. Gli studenti si interrogano sul suo status, sulla sua reputazione, e persino nella comunità accademica c’è chi storce il naso, non riconoscendolo come un “vero” dottorato. Immaginate la frustrazione! Si parla proprio di una crisi d’identità diffusa.
L’identità: Perché è così importante?
Il concetto di identità, come ci ha insegnato lo psicologo Erikson, risponde a domande fondamentali: “Chi sono io?”, “Chi sono gli altri?”, “Come mi vedono gli altri?”. È il nostro senso di appartenenza a un gruppo. Per i dottorandi Ed.D, sviluppare una forte identità è cruciale: li motiva nello studio, aumenta il loro senso di appartenenza e realizzazione. È una parte fondamentale del loro percorso formativo.
Una crisi d’identità, invece, porta ansia, confusione, un senso di smarrimento. È come non sapere più che direzione prendere. Ecco perché prevenire questa crisi e coltivare l’identità dei candidati Ed.D è una missione essenziale per l’educazione dottorale professionale. Ma per farlo, dobbiamo capire: quali sono i fattori che influenzano questa identità?
Scavare a fondo: La ricerca con la Grounded Theory
Ed è qui che entra in gioco la ricerca di cui vi parlavo. Utilizzando la metodologia della “grounded theory” (che parte dai dati reali per costruire una teoria, senza preconcetti), i ricercatori hanno intervistato 32 candidati Ed.D di un’università cinese. Hanno raccolto le loro esperienze, i loro pensieri, le loro emozioni, usando interviste semi-strutturate, sia di gruppo che individuali.
Hanno poi analizzato tutto questo materiale (oltre 220.000 parole!) con un software specifico (Nvivo11), cercando di far emergere i temi ricorrenti, i fattori chiave che plasmano l’identità di questi studenti. L’obiettivo era rispondere a due domande:
- Quali sono i fattori che influenzano l’identità dei candidati Ed.D in Cina?
- Come interagiscono tra loro questi fattori?

I Fattori Soggettivi: Cosa c’è dentro la testa (e nel cuore) dei dottorandi
Dall’analisi sono emersi chiaramente alcuni fattori “interni”, soggettivi, che giocano un ruolo fondamentale:
- Tendenza Cognitiva: Come i candidati vedono se stessi e il percorso. C’è chi è ottimista (“Mi vedo come un ricercatore-azione, ce la farò a pubblicare!”) e chi è pessimista e pieno di rimpianti (“Avevo basse aspettative, volevo solo passare gli anni… ora mi rendo conto che ho sbagliato tutto”). L’ottimismo rafforza l’identità, il pessimismo la indebolisce.
- Motivazione Dottorale: Perché si intraprende questo percorso? C’è chi lo fa per realizzare un sogno personale (motivazione intrinseca, più stabile) e chi per ottenere vantaggi esterni, come una promozione (motivazione estrinseca, più fragile). Chi ha motivazioni estrinseche forti rischia di vedere la propria identità sgretolarsi di fronte alle difficoltà o alla scarsa riconoscibilità del titolo (“Ho sentito che alcune università non lo considerano molto… speravo di insegnare lì”).
- Esperienza Emotiva: Le emozioni vissute durante il dottorato. Un percorso sereno, con successi (come la pubblicazione di un articolo), porta emozioni positive che rafforzano l’identità (“Mi sono goduto questo Ed.D, ha rafforzato la mia identità accademica”). Al contrario, ansia, frustrazione, stress (magari per articoli non pubblicati o obiettivi non raggiunti) generano emozioni negative che la minano (“Provo un po’ di rimorso per aver intrapreso questo Ed.D, è stata davvero una lotta”).
- Identità Professionale: Quanto ci si sente “dentro” al proprio campo di studi. Chi prosegue un percorso iniziato con la laurea magistrale si sente più a suo agio e sicuro (“Sono molto soddisfatto, è una continuazione… non ho preoccupazioni”). Chi invece arriva da campi diversi può sentirsi spaesato e insicuro (“Ho studiato linguistica, è tutto diverso… trovo difficile tenere il passo, non mi piace molto il mio campo attuale”).
I Fattori Oggettivi: L’ambiente che conta
Ma non è solo una questione interiore. Anche l’ambiente esterno, i fattori oggettivi, hanno un peso enorme:
- Ambiente di Apprendimento: Dove si studia fa la differenza. L’ambiente universitario (biblioteche, laboratori) favorisce un’atmosfera accademica e rafforza il senso di appartenenza (“Studiare in biblioteca mi ha fatto progredire molto. Tutti intorno studiano, devi farlo anche tu”). Lontano da lì, magari al lavoro o a casa, questo senso di identità svanisce (“Tornato al lavoro, sono sommerso dai compiti… ho perso completamente la voglia di studiare, non mi sentivo affatto un dottorando”).
- Modello Formativo: Come è strutturato il corso? Se il modello rispecchia l’idea di un dottorato professionalizzante, con un mix di teoria e pratica, gli studenti si sentono più allineati (“I nostri corsi sono un mix di teoria e pratica, mi hanno aiutato ad adattarmi rapidamente”). Se invece è troppo simile al PhD, senza enfasi sulla pratica, nasce la confusione e la sensazione di essere nel programma sbagliato (“Frequentiamo le stesse lezioni dei PhD, stessi insegnanti… mi sento come se fossi nel programma sbagliato”).
- Rete Relazionale: I rapporti con supervisori, docenti, compagni. Una rete forte, fatta di supporto, incoraggiamento e collaborazione, arricchisce l’esperienza e promuove l’identità (“Sono riuscito a pubblicare tre articoli grazie al mio team di mentori e ai compagni. Ci siamo spronati a vicenda”). L’isolamento, invece, è devastante (“Mi sento come un bambino abbandonato, nessuna interazione… invidio gli altri, io non merito di essere chiamato dottorando Ed.D”).
- Opportunità di Sviluppo: L’identità di dottorando può aprire porte? Sì. Essere un candidato Ed.D può essere visto come un “asset invisibile” che facilita l’accesso a concorsi, riconoscimenti, promozioni, partecipazione a conferenze. Questo porta un senso di realizzazione che rafforza l’identità (“Mi hanno dato il posto da insegnante chiave perché ero un candidato Ed.D… mi ha dato un grande senso di realizzazione”).
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Mettere Insieme i Pezzi: Un Modello per Capire
La cosa affascinante è che questi fattori non agiscono da soli. La ricerca ha costruito un modello che mostra come interagiscono:
- Interno ed Esterno si Intrecciano: L’identità è formata dall’interazione tra fattori soggettivi e oggettivi. Nessun singolo fattore è sufficiente a spiegare tutto.
- L’Esterno Influenza l’Interno: Spesso, i fattori oggettivi (ambiente, modello formativo, rete, opportunità) agiscono influenzando i fattori soggettivi (tendenze cognitive, emozioni, motivazioni), che a loro volta plasmano l’identità. L’ambiente di apprendimento può influenzare le emozioni, il modello formativo l’identità professionale, la rete la motivazione, le opportunità le emozioni positive.
- Interazioni Complesse: Anche i fattori dello stesso tipo interagiscono. L’ambiente di apprendimento influenza la rete e le opportunità; la rete può creare opportunità; le tendenze cognitive influenzano le emozioni e l’identità professionale; la motivazione influenza le emozioni.
- Un Circolo Virtuoso (o Vizioso): L’identità stessa, una volta formata (positivamente o negativamente), diventa a sua volta un fattore che influenza quasi tutto il resto (tranne il modello formativo, che è più fisso). Una forte identità può rendere più ottimisti, trasformare motivazioni utilitaristiche in ideali, migliorare le emozioni, rafforzare l’identità professionale, spingere a cercare ambienti migliori e a costruire reti più solide.
In sostanza, i fattori soggettivi sembrano essere il motore principale del cambiamento dell’identità, ma sono costantemente alimentati e modellati dai fattori esterni.
Allora, Cosa Possiamo Fare?
Capire tutto questo non è solo un esercizio accademico. Serve a trovare soluzioni concrete. La ricerca suggerisce alcune strade:
- Ottimizzare i Modelli Formativi: Rendere i corsi Ed.D davvero professionalizzanti, con più pratica (come l’action research), metodi didattici innovativi, attività specifiche (salotti accademici, gruppi di scrittura strutturati), e magari anche modi diversi di concepire la tesi (includendo narrazioni, foto, diari creativi). Questo può migliorare le tendenze cognitive e le esperienze emotive.
- Formare Meglio i Supervisori: I supervisori non devono essere solo guide accademiche, ma anche mentori capaci di valorizzare la pratica, creare un buon rapporto, organizzare incontri di gruppo regolari e costruttivi, e preoccuparsi attivamente delle difficoltà degli studenti (accademiche e personali). Un buon rapporto supervisore-studente è fondamentale.
- Responsabilizzare i Candidati: Anche gli studenti devono fare la loro parte. Abbandonare motivazioni troppo utilitaristiche, creare un ambiente di studio favorevole (sfruttando i periodi di pausa per tornare in università), cercare attivamente il confronto (partecipando a conferenze, presentando lavori), posizionarsi come ricercatori-azione focalizzati su problemi concreti del loro ambiente scolastico, e imparare a gestire lo stress trasformandolo in motivazione.

Insomma, la questione dell’identità dei dottorandi Ed.D in Cina è complessa, un intreccio di fattori interni ed esterni. Ma ignorarla significa rischiare di perdere il potenziale di tanti professionisti dell’educazione. Affrontarla, invece, vuol dire investire sulla qualità della formazione e sul futuro del sistema educativo. È una sfida che richiede l’impegno di tutti: istituzioni, supervisori e studenti stessi. E spero che ricerche come questa aiutino a illuminare la strada.
Fonte: Springer
