Erema po Otjindjumba? Decifriamo i Misteri della Malaria tra i Pastori Namibiani!
Amici appassionati di scienza e scoperte, oggi vi porto in un viaggio affascinante, un po’ fuori dai soliti laboratori scintillanti e dalle equazioni complesse. Ci avventuriamo nel cuore della Namibia rurale, precisamente nella regione del Kunene, per parlare di una malattia che conosciamo bene, la malaria, ma attraverso gli occhi e le parole di chi la vive quotidianamente: i pastori Himba e Herero.
Sapete, quando si cerca di sconfiggere una malattia come la malaria, non basta avere i farmaci giusti o le zanzariere. È fondamentale capire come le persone percepiscono quella malattia, cosa pensano la causi, come credono si curi. Immaginatevi di lanciare una campagna di prevenzione super scientifica, e poi scoprire che la gente del posto ha idee completamente diverse su come ci si ammala! Sarebbe un bel pasticcio, vero? Ecco, è proprio di questo che voglio parlarvi, basandomi su uno studio illuminante che ha cercato di capire i “modelli culturali” della malaria in queste comunità.
Un Intreccio di Nomi e Sintomi: Malaria o Influenza?
Una delle prime cose che salta all’occhio è la difficoltà che queste popolazioni hanno nel distinguere la malaria dalle infezioni respiratorie. Pensate un po’, la parola “influenza” – che in lingua Otjiherero suona come otjindjumba – viene spesso usata come sinonimo di malaria. Alcuni addirittura descrivono la malaria (e persino il COVID-19!) come un tipo particolare di otjindjumba con caratteristiche speciali. La malaria vera e propria, a volte, viene chiamata erema, un termine più antico che non tutti conoscono. Un anziano Himba ha definito erema come “una malattia forte che ti mette a letto, ti toglie tutte le forze”. Ha raccontato di aver sentito la parola “malaria” per la prima volta in una clinica rurale negli anni ’70; prima si usava solo erema o otjindjumba.
Ma allora, come fanno a capire di cosa si tratta? Beh, ci sono dei sintomi che aiutano. La malaria è associata a febbre e debolezza, con quella sensazione terribile di caldo e freddo insieme, brividi anche sotto il sole cocente. Un uomo Herero l’ha descritta come “un’otjindjumba che ti rende debole e infreddolito”. Altri sintomi includono vomito, diarrea, perdita di appetito, mal di testa e dolori. L’influenza, invece, è più legata a sintomi respiratori come naso che cola e gola irritata, senza la caratteristica febbre altalenante della malaria. Nonostante queste distinzioni, molti ammettono di non riuscire a fare una diagnosi da soli. L’unico modo per sapere con certezza se si tratta di malaria è andare in ospedale e fare il test. Quindi, spesso si presume sia otjindjumba finché un medico non dice il contrario. Questa confusione, capite bene, può ritardare la ricerca di cure appropriate.
Le Cause della Malaria: Tra Zanzare, Cibo e Clima
E qui le cose si fanno ancora più interessanti! Quando si chiede da cosa sia causata la malaria/erema, le risposte sono molteplici e, per noi, a volte sorprendenti. Le cause più citate ricadono in tre categorie:
- Esposizione ambientale/termica: Sia gli Himba che gli Herero credono che prendere troppo caldo o troppo freddo possa causare la malaria. Immaginatevi passare troppo tempo nei campi freddi al mattino, dormire all’aperto al freddo, o stare ore sotto il sole cocente mentre si pascola il bestiame. “Torni a casa e non ti senti bene”, raccontano. “Il giorno dopo dici ai tuoi genitori ‘Non mi sento bene, qual è il problema?’. Sento caldo e freddo allo stesso tempo, e i genitori direbbero ‘hai passato tutto il giorno nella boscaglia e al sole, forse è lì che hai preso la malaria’”.
- Cause alimentari: Accanto alle cause termiche, molti riportano cause legate all’alimentazione. Il consumo di meloni non maturi e altre verdure è una causa comunemente citata. La spiegazione? Un cambio troppo rapido dalla dieta invernale (latte acido e porridge di mais) al consumo di verdure fresche dell’orto, o il mangiare frutti non ancora maturi.
- Zanzare: Sì, anche le zanzare vengono menzionate, ma con delle sfumature. Per gli Herero, che tendono ad avere un’istruzione più formale, le zanzare sono spesso la prima causa citata, con quelle ambientali e alimentari come secondarie. Per gli Himba, invece, le zanzare sono secondarie o addirittura non menzionate spontaneamente. Quando gli si chiede direttamente, alcuni Himba riconoscono che l’informazione sulle zanzare come causa della malaria è “nuova”, appresa dal personale sanitario. Altri, però, restano scettici: “Viviamo nelle nostre capanne nella boscaglia. Ci sono zanzare ovunque. Dormiamo fuori e non prendiamo la malaria. Non ci ammaliamo, quindi perché quelle zanzare dovrebbero darci la malaria se dormiamo con loro e non ci ammaliamo?”.
Un altro aspetto cruciale è la credenza diffusa che la malaria/erema sia contagiosa da persona a persona, tipicamente attraverso una via respiratoria, come un colpo di tosse. Questo porta a isolare i malati per proteggere gli altri. E, sebbene non sia la norma, alcuni sospettano la stregoneria se la malattia si protrae a lungo nonostante le cure.

Stagionalità e Rischio: Quando Colpisce la Malaria?
Preparatevi a una sorpresa: c’è un consenso generale sul fatto che il rischio di malaria sia più alto durante l’inverno/stagione secca! Proprio così. Mentre alcuni ammettono che ci si può ammalare anche durante la stagione delle piogge (quando ci sono più zanzare), la risposta più comune è che l’inverno è il periodo di massimo rischio. Una donna Himba, esprimendo dubbi sulla stregoneria, ha detto: “Sappiamo che [la malaria] arriverà, ogni tanto. Sappiamo che in inverno ci ammaleremo sicuramente, avremo la malaria”. Quando le si chiede come sia possibile, se la malaria è legata alle zanzare che sono più rare in inverno, la risposta è che “l’estate è quando veniamo punti dalle zanzare, e la malattia rimane in te e si manifesta in inverno”.
Questa percezione è in netto contrasto con i dati epidemiologici, che vedono i picchi di malaria durante la stagione delle piogge (gennaio-aprile). Questa discrepanza potrebbe significare che molte malattie invernali scambiate per malaria siano in realtà altre infezioni respiratorie, e viceversa, che casi di malaria durante la stagione umida vengano etichettati come semplice otjindjumba, ritardando così diagnosi e trattamento.
Per quanto riguarda chi è più a rischio, non c’è la percezione che neonati o bambini siano più vulnerabili. Piuttosto, la propensione ad ammalarsi è vista come casuale, dovuta a qualità innate sconosciute. “Ci sono persone che non prendono mai la malaria. Ci sono persone che la prendono una volta, altre anche due. Le persone sono diverse.”
Prevenzione e Rimedi: Tra Saggezza Ancestrale e Scienza Moderna
La prevenzione della malaria è vista come difficile, se non impossibile, dalla maggior parte dei partecipanti. Gli Herero, più degli Himba, menzionano le zanzariere o gli spray, ma pochi li usano attivamente. Le famiglie Himba rurali a volte appendono zanzariere sopra l’ingresso, come una sorta di porta-schermo. Tuttavia, la maggior parte invoca metodi di prevenzione non legati alle zanzare, come evitare l’acqua sporca, l’eccessiva esposizione al sole o al freddo, evitare persone malate e cibi non maturi. Qualcuno esprime frustrazione: “Come possiamo prevenirci, quando c’è del cibo lì e devi andare a mangiare? Vai a mangiare e poi ti ammali. Come puoi prevenire? Non c’è prevenzione.”
Quando si parla di cure, emerge un vasto arsenale di rimedi tradizionali. Nello studio ne sono stati registrati almeno 20 tipi diversi, usati sia per la malaria che per l’otjindjumba. Si va da suffumigi, a tè, a masticazioni e inalazioni. Tra i più comuni:
- Suffumigi (omandumba): Si fanno bollire piante specifiche, poi si aggiungono pietre roventi prese dal fuoco. Il paziente si copre con una coperta sopra l’acqua fumante per inalare il vapore. “Quel sudore che esce dal corpo porterà via tutta la malattia”.
- Tè: Preparati con cortecce d’albero, foglie e radici. Il più importante è l’otjipumba, ovvero lo sterco di elefante. Viene tipicamente trasformato in un tè descritto come un potente trattamento curativo. Un’altra preparazione comune è bruciare lo sterco secco e inalarne il fumo, soprattutto per mal di testa e congestione. La logica? Gli elefanti mangiano tantissime piante diverse, comprese quelle usate per i trattamenti tradizionali, quindi il loro sterco è una sorta di “super farmaco” concentrato. Raccoglierlo, però, non è facile, data la scarsità di elefanti nella zona; spesso lo si conserva dopo averlo trovato durante i viaggi.
Questi trattamenti tradizionali sono la prima linea di difesa. Se non funzionano, allora si cerca assistenza in clinica o all’ospedale regionale di Opuwo. Andare in ospedale è considerato normale, anche se, come vedremo, non mancano le perplessità. I guaritori spirituali tradizionali, chiamati otjimbanda, generalmente non vengono consultati per la malaria, a meno che la malattia non sia particolarmente ostinata e si sospetti stregoneria. La conoscenza delle medicine tradizionali è diffusa; non serve essere uno specialista per preparare tè e suffumigi.

Fiducia e Sfiducia nel Sistema Sanitario
Sebbene cercare cure biomediche sia la norma dopo aver provato i rimedi tradizionali, una parte dei partecipanti ha espresso insoddisfazione verso le cliniche e gli ospedali. Un anziano Himba ha raccontato: “Mi fido solo della mia medicina tradizionale… Non mi fido della medicina dell’ospedale. Quando andavamo in ospedale, magari mi presentavo al dottore. Ho una malattia, ho l’influenza o la malaria. Il dottore mi dà il paracetamolo. Ho rinunciato a quella medicina perché ogni volta che ho una malattia, mi danno il paracetamolo, la pillola bianca… Sono stanco del paracetamolo, lo prendo ma non sono nemmeno migliorato. Ecco perché mi fido della medicina tradizionale invece dell’ospedale”.
Altri lamentano di non guarire, o non abbastanza in fretta, con i trattamenti biomedici. Per questo sottogruppo, la medicina tradizionale è superiore. In alcuni casi, questa sfiducia spinge le persone a evitare le cure biomediche o a recarsi in ospedali fuori dalla regione del Kunene, dove sperano di essere trattati meglio. Questa sfiducia, spesso alimentata da esperienze negative percepite o discriminazioni, può chiaramente ostacolare gli sforzi per ridurre e sradicare la malaria.
Cosa Ci Insegnano Queste Scoperte? Implicazioni per la Salute Pubblica
Allora, cosa ci portiamo a casa da questo viaggio nelle credenze Himba e Herero? Innanzitutto, emerge un quadro chiaro di significative lacune nella conoscenza sulla malaria, sebbene gli Herero, più istruiti e integrati nel mercato, tendano a saperne di più degli Himba. La confusione tra influenza e malaria, le credenze sulla stagionalità e sulle cause (cibo, freddo/caldo), e la dipendenza iniziale dai rimedi tradizionali possono tutte contribuire a ritardi nella diagnosi e nel trattamento, il che è un grosso problema quando si vuole bloccare la trasmissione della malattia.
Questi risultati sottolineano un forte bisogno di campagne educative e di sensibilizzazione mirate, specialmente per i residenti rurali del Kunene con minore istruzione formale. È necessario:
- Chiarire la sintomatologia per aiutare le persone a decidere quando cercare assistenza sanitaria per una potenziale malaria.
- Spiegare meglio le vere cause della malaria e la sua stagionalità.
- Educare su metodi di prevenzione efficaci, come l’uso corretto delle zanzariere.
Un approccio interessante potrebbe essere quello di utilizzare i termini locali (come erema e otjindjumba) per distinguere le malattie in modo culturalmente rilevante. Inoltre, coinvolgere figure di prestigio locale, come i capi villaggio, potrebbe essere una strategia vincente. I leader tradizionali godono spesso di grande fiducia, specialmente nelle aree rurali, e possono comunicare concetti in modo culturalmente appropriato, superando la potenziale sfiducia verso il personale sanitario esterno.
Mentre la Namibia si avvicina all’obiettivo di eradicare i casi di malaria contratti localmente, concentrarsi su questi gruppi a rischio, specialmente vicino al confine con l’Angola, con strategie su misura diventerà sempre più cruciale. E progettare tali strategie richiede, come abbiamo visto, una profonda comprensione di come la malaria viene vissuta e interpretata da queste comunità. Non è solo una questione di scienza, ma di come la scienza incontra la cultura.

Insomma, la lotta alla malaria è complessa e sfaccettata, e capire questi modelli culturali non è un dettaglio, ma un pezzo fondamentale del puzzle. Solo così si possono costruire ponti tra la conoscenza biomedica e le realtà locali, per un futuro, speriamo, senza malaria.
Fonte: Springer
