COVID-19: Quando i Ventilatori Non Bastavano Più – La Lezione Americana che Dobbiamo Ascoltare
Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio un po’ intenso, ma necessario. Ricordo ancora quei giorni terribili all’inizio della pandemia di COVID-19, nel 2020. L’incertezza, la paura, e soprattutto, l’ossessione per una parola: ventilatori. Sembravano l’unica ancora di salvezza, ma quanti ne servivano davvero? Quanti ne sono stati usati? Domande che ronzavano nella testa di tutti, dai medici ai cittadini comuni.
Fino ad ora, molte stime si basavano su ipotesi o dati limitati. Ma recentemente mi sono imbattuto in uno studio poderoso, una vera e propria fotografia a livello nazionale di quello che è successo negli Stati Uniti tra aprile 2020 e dicembre 2021. E credetemi, i numeri fanno riflettere.
Ricoveri e la Prima Ondata: Un Fiume in Piena
Immaginatevi questo: in quel periodo, su quasi 57 milioni di ricoveri ospedalieri totali negli USA, ben 4.055.462 avevano una diagnosi di COVID-19. Parliamo del 7,1% di tutti i ricoveri! Un numero che fa venire i brividi, distribuito su migliaia di ospedali (4.182 nel 2020, 4.316 nel 2021). L’età media dei pazienti era 63 anni, prevalentemente bianchi (55,6%).
Ci sono stati picchi pazzeschi. Gennaio 2021 ha visto il record mensile di ricoveri COVID (420.639), seguito da agosto 2021 (342.959) e dicembre 2020 (337.700). Ma l’ondata più lunga e massiccia è stata quella tra novembre 2020 e gennaio 2021: in soli tre mesi, più di un milione di ricoveri (1.069.874 per la precisione). Un vero tsunami che si è abbattuto sul sistema sanitario.
Intubazione e Ventilazione Meccanica: I Numeri Crudi
E veniamo ai ventilatori, o meglio, all’intubazione endotracheale con ventilazione meccanica (ETI+MV). Su quei 4 milioni di ricoverati COVID, ben 489.390 (il 12,1%) hanno avuto bisogno di questa procedura invasiva. Quasi mezzo milione di persone! I picchi di utilizzo dei ventilatori sono stati spaventosi:
- Agosto 2021: 48.735 intubazioni/ventilazioni (il mese peggiore)
- Gennaio 2021: 47.100 intubazioni/ventilazioni
- Dicembre 2021: 43.835 intubazioni/ventilazioni
Durante la grande ondata di tre mesi (Nov ’20 – Gen ’21), si sono registrate 104.750 intubazioni. Pensateci: oltre 100.000 persone attaccate a un ventilatore in soli 90 giorni a causa del COVID. E non per poco tempo: la maggioranza (64,6%) di chi veniva intubato restava sotto ventilazione per più di 96 ore, cioè oltre 4 giorni.
Cosa aumentava il rischio di finire intubati? Lo studio è chiaro: lo shock (che moltiplicava le probabilità per un fattore incredibile di 24.21!) e l’insufficienza respiratoria (probabilità aumentate di 14.09 volte) erano i fattori più fortemente associati. Dati che ci danno la misura della gravità della malattia in quei pazienti.

L’Alternativa Non Invasiva: Una Strategia in Crescita
Ma non c’era solo l’intubazione. Un altro dato interessantissimo emerso dallo studio riguarda il supporto respiratorio non invasivo (NIRS), come la CPAP, la BiPAP o l’ossigeno ad alti flussi (HFNO). Ben 266.585 pazienti (il 6,6%) hanno ricevuto solo questo tipo di supporto, senza arrivare all’intubazione. Anche qui, i picchi coincidono con quelli dei ricoveri e delle intubazioni (Agosto 2021, Gennaio 2021, Dicembre 2021).
La cosa affascinante? L’uso del supporto non invasivo è aumentato di quasi tre volte nel corso dei 21 mesi studiati! (Odds ratio aggiustato di 3.08 confrontando l’ultimo trimestre 2021 col secondo del 2020). Questo suggerisce che, forse per necessità (mancanza di ventilatori?) o forse per una migliore comprensione della malattia e delle alternative terapeutiche, si è fatto sempre più ricorso a queste tecniche meno invasive.
In particolare, l’uso dell’ossigeno ad alti flussi (HFNO) è decollato, superando quello di CPAP/BiPAP a partire da settembre 2021. Sembra che questa tecnica si sia rivelata particolarmente utile, forse anche in contesti con risorse limitate. Un cambiamento di strategia notevole nel bel mezzo della crisi.
Un Tributo Pesante: La Mortalità Ospedaliera
Purtroppo, non possiamo parlare di questa pandemia senza affrontare il tema della mortalità. I numeri sono tragici: 515.800 decessi (il 12,7%) tra i pazienti ricoverati per COVID-19 nel periodo studiato. I mesi con più morti sono stati gennaio 2021 (56.775), agosto 2021 (47.535) e dicembre 2021 (46.880).
Il tasso di mortalità è variato nel tempo e a seconda del tipo di supporto ricevuto:
- Nei primi mesi, il tasso di mortalità generale superava il 15%.
- Tra i pazienti intubati e ventilati, la mortalità è stata altissima, oscillando tra il 50% e il 72,8% (con il picco a dicembre 2020, nel mezzo della grande ondata). Per chi moriva dopo l’intubazione, il tempo mediano tra ricovero e decesso era di 14 giorni.
- Tra chi ha ricevuto solo supporto non invasivo, la mortalità è scesa dal 39,6% iniziale all’11,7% a luglio 2021, per poi risalire gradualmente fino al 23,5% a dicembre 2021. Un andamento complesso.
- Tra i pazienti che non hanno avuto bisogno né di intubazione né di NIRS, la mortalità (dopo i primi mesi) si è assestata tra il 2,3% e il 5,3%.
Questi dati sottolineano quanto fosse letale il COVID-19 grave, specialmente per chi necessitava di ventilazione meccanica invasiva.

Un Paese a Macchia di Leopardo: Le Differenze Regionali
Lo studio ha anche analizzato i dati per le nove divisioni censuarie degli Stati Uniti, rivelando un quadro molto eterogeneo. Non tutto il paese è stato colpito allo stesso modo e nello stesso momento.
- Ad aprile 2020, la divisione Mid-Atlantic (New York, Pennsylvania, New Jersey) era in piena crisi, con tassi di ospedalizzazione pro capite doppi rispetto alle altre aree. Ricordate le immagini drammatiche da New York? I dati lo confermano.
- Durante le grandi ondate successive, le divisioni del Sud (South Atlantic, East South Central, West South Central) hanno registrato i tassi di ospedalizzazione più alti.
- La divisione Pacific ha visto un aumento particolarmente marcato dell’uso del supporto non invasivo, ma anche tassi di intubazione molto alti (oltre il 20%) verso la fine del 2021.
- Anche la mortalità ha mostrato variazioni regionali significative, con picchi altissimi (quasi 25%) nel Mid-Atlantic all’inizio e nel Pacific alla fine del periodo.
Queste differenze geografiche sono fondamentali per capire come la pandemia si sia diffusa e come le risorse sanitarie siano state messe sotto pressione in modo diverso a seconda della regione e del momento.
Cosa Abbiamo Imparato e Cosa Ci Aspetta?
Insomma, cosa ci dice questo studio monumentale? Ci sbatte in faccia la realtà di un carico assistenziale senza precedenti. Un picco di quasi 50.000 intubazioni in un solo mese a livello nazionale, e oltre 100.000 in tre mesi durante un’ondata prolungata. Numeri che fanno ipotizzare, come suggeriscono gli autori, che molti ospedali possano aver realmente affrontato una carenza di ventilatori, specialmente durante le ondate più intense.
L’aumento dell’uso del supporto non invasivo è una delle storie più interessanti: una possibile risposta alla carenza di ventilatori, ma anche forse un’evoluzione delle strategie terapeutiche grazie all’efficacia dimostrata, ad esempio, dall’ossigeno ad alti flussi.
Certo, lo studio ha i suoi limiti: si basa su dati amministrativi, non può entrare nel dettaglio clinico di ogni paziente, non ha dati settimanali e la situazione oggi, con i vaccini, è diversa. Ma il messaggio è forte e chiaro: dobbiamo essere pronti. Una futura pandemia respiratoria potrebbe richiedere una capacità di ventilazione enorme.
Per prepararci davvero, dicono gli autori, servono tre cose:
- Sapere esattamente quanti ventilatori funzionanti abbiamo a livello nazionale.
- Monitorare quanti ne vengono usati in tempo reale durante una crisi.
- Capire quanti ne servono per le altre patologie, non legate alla pandemia.
Questa analisi dettagliata del passato recente degli Stati Uniti è una lezione preziosa per tutti noi, a livello globale. Ci ricorda la fragilità dei nostri sistemi sanitari di fronte a eventi di questa portata e l’importanza vitale di una pianificazione e preparazione basate su dati reali. Una lezione che non possiamo permetterci di dimenticare.
Fonte: Springer
