COVID-19 e Stipendi Spaccati: Chi Ha Pagato Davvero il Conto della Pandemia?
Amici, parliamoci chiaro: il COVID-19 ha stravolto le nostre vite, e non solo per le mascherine e il distanziamento sociale. Ha messo le mani pesantemente anche nelle nostre tasche, ma, come spesso accade, non in modo uguale per tutti. Vi siete mai chiesti come la pandemia abbia inciso sulla polarizzazione dei salari qui in Italia? Beh, mettetevi comodi, perché sto per raccontarvi una storia fatta di numeri, analisi e, purtroppo, di crescenti divari.
Ma cos’è questa “polarizzazione salariale”?
Prima di addentrarci nei meandri della ricerca, facciamo un passo indietro. Quando parlo di “polarizzazione salariale”, non intendo semplicemente la disuguaglianza, che è un concetto un po’ diverso. Immaginate la distribuzione dei salari come una collina: la disuguaglianza ci dice quanto è ripida o piatta. La polarizzazione, invece, ci dice se questa collina si sta trasformando in due o più picchi separati, con una valle in mezzo. In pratica, è la tendenza dei salari a concentrarsi agli estremi – i molto alti e i molto bassi – svuotando la fascia centrale, la cosiddetta classe media. E perché ci interessa? Perché una forte polarizzazione può essere sintomo di tensioni sociali, di un Paese che si divide sempre di più.
L’Italia prima della tempesta: un quadro già complesso
Per capire l’impatto del COVID, dobbiamo prima guardare a com’era la situazione prima. Diciamo che il decennio 2010-2019 non è stato esattamente un periodo d’oro per i salari italiani. Anzi, c’era già una tendenza al peggioramento generale, anche se la polarizzazione, misurata con alcuni indici, sembrava essersi leggermente ridotta. Ma attenzione, questa riduzione era dovuta più a un abbassamento dei salari più alti che a un vero miglioramento di quelli bassi. Una sorta di “mal comune, mezzo gaudio” che però non fa bene a nessuno.
Il nostro studio si è basato su un approccio innovativo, che combina i dati dell’Indagine sulle Forze di Lavoro con quelli dell’Indagine Campionaria sulle Professioni. Quest’ultima è una miniera d’oro perché ci dice tantissimo sulla natura dei lavori, incluso un dettaglio che si è rivelato cruciale durante la pandemia: la prossimità fisica sul posto di lavoro. Quanto devi stare vicino ai colleghi? Quanto al pubblico? Domande che prima sembravano secondarie, e che il COVID ha trasformato in fattori di rischio economico.
COVID-19: la prossimità fisica diventa un costo (salato)
E poi è arrivato il ciclone COVID-19. Lockdown, chiusure, distanziamento. Improvvisamente, quei lavori che richiedevano un alto grado di contatto fisico sono diventati i più vulnerabili. Pensateci: baristi, commessi, parrucchieri, ma anche tanti operai in contesti produttivi specifici. Il distanziamento sociale, politica chiave per arginare il virus, ha di fatto aggiunto un “costo ombra” al lavoro basato sulla vicinanza.
Analizzando il periodo 2019-2020, abbiamo visto un’inversione di tendenza netta. La polarizzazione salariale è aumentata, e questa volta a guidare il fenomeno sono stati i decili più bassi della distribuzione. In parole povere, chi guadagnava meno ha visto la sua situazione peggiorare ulteriormente, allargando la forbice con gli altri.

L’Italia, essendo stata uno dei primi e più colpiti Paesi occidentali, ha adottato misure di lockdown severe fin da marzo 2020. Questo ha avuto conseguenze immediate sul mercato del lavoro. Abbiamo visto che le attività ad alta intensità di prossimità fisica hanno faticato di più a riprendersi, anche quando i lockdown si sono allentati, perché le persone continuavano, giustamente, a mantenere le distanze.
Chi ha pagato il prezzo più alto? Le categorie più colpite
Qui la faccenda si fa ancora più interessante, e purtroppo più amara. Non tutti i lavoratori sono uguali di fronte alla crisi pandemica. La nostra analisi, che ha utilizzato un metodo statistico chiamato “Distribuzione Relativa” (RD) – uno strumento potente che permette di confrontare le distribuzioni salariali nel tempo e di scomporre i cambiamenti – ha isolato alcune categorie particolarmente penalizzate. Chi sono?
- Lavoratori con bassa istruzione: Purtroppo, un classico. Chi ha meno titoli di studio spesso svolge mansioni meno qualificabili a distanza e più esposte.
- Lavoratori in mansioni ad alta prossimità con i clienti: Come dicevamo, camerieri, venditori, addetti ai servizi alla persona. Il contatto diretto è diventato un boomerang.
- Immigrati: Spesso sovra-rappresentati nelle categorie di cui sopra, hanno subito un duro colpo.
- Giovani: Con contratti più precari e meno tutele, i giovani sono stati tra i primi a risentire della crisi.
- Donne: Anche qui, un triste copione che si ripete. Le donne, spesso impiegate in settori di cura o servizi al pubblico, e con un carico di lavoro domestico aumentato, hanno sofferto particolarmente.
Questi gruppi hanno subito in modo più marcato il generale peggioramento dei salari italiani avvenuto durante la crisi COVID-19. Ad esempio, i lavoratori non cittadini, le donne e i giovani hanno mostrato gli indici di polarizzazione relativa più alti, indicando un peggioramento più accentuato della loro posizione.
Come abbiamo “scoperto” tutto questo? Un’analisi basata sui compiti
Forse vi state chiedendo come siamo arrivati a queste conclusioni. Non ci siamo basati su sensazioni, ma su dati solidi e metodologie rigorose. Abbiamo utilizzato l’Indagine Campionaria sulle Professioni (ICP), l’equivalente italiano dell’americana O*Net, che descrive in dettaglio le caratteristiche di circa 800 professioni. L’ICP chiede direttamente ai lavoratori: “Sei vicino ad altre persone durante il tuo lavoro?”. Da qui, abbiamo costruito due indici: uno per la “prossimità ai colleghi” e uno per la “prossimità al pubblico”, dando un peso maggiore alla componente di prossimità fisica rispetto a quella di interazione generica.
Questi indici, aggregati a livello di classificazione professionale ISCO, sono stati poi fusi con i dati trimestrali dell’Indagine sulle Forze di Lavoro (ILFS) dal 2010 al 2020. Questo ci ha permesso di tracciare l’evoluzione dei salari reali, che, tra parentesi, già prima della pandemia mostravano una stagnazione preoccupante in Italia.
Il metodo della Distribuzione Relativa (RD) ci ha poi consentito di fare di più che calcolare semplici medie. Ci ha permesso di vedere come l’intera “forma” della distribuzione dei salari sia cambiata, distinguendo tra un effetto di “localizzazione” (se la media o mediana si sposta) e un effetto di “forma” (cambiamenti nella varianza, asimmetria, ecc., che indicano la polarizzazione vera e propria). Abbiamo confrontato il 2019 con il 2010, il 2020 con il 2010, e, crucialmente, il 2020 direttamente con il 2019 per isolare l’effetto pandemico.

I risultati parlano chiaro: una polarizzazione in aumento
I numeri non mentono. Se nel periodo 2010-2019 si era vista una leggera riduzione della polarizzazione (MRP negativo), il biennio 2019-2020 ha ribaltato tutto. L’indice di polarizzazione mediana relativa (MRP) è diventato positivo, indicando un aumento della concentrazione agli estremi. E questo è stato trainato soprattutto da un peggioramento nella parte bassa della distribuzione (LRP positivo e significativo).
Quando abbiamo spacchettato i dati per caratteristiche dei lavoratori e tipo di mansione, le cose si sono fatte ancora più evidenti. I lavoratori in mansioni con alta prossimità al pubblico hanno mostrato un aumento della polarizzazione più marcato. E l’incrocio tra questa caratteristica e l’essere donna, giovane, o con bassa istruzione ha amplificato ulteriormente gli effetti negativi.
Per darvi un’idea più concreta, abbiamo stimato anche gli effetti quantili del “trattamento COVID-19”. I risultati? I percentili più bassi (fino al 35°) hanno subito una riduzione salariale che andava dai 10 ai 40 euro mensili tra il 2019 e il 2020. E, ancora una volta, immigrati, giovani, donne e lavoratori meno istruiti hanno sofferto di più.
Le politiche messe in campo: un argine sufficiente?
Certo, il governo italiano ha messo in campo misure come la Cassa Integrazione Guadagni (CIG), estendendola e modificandola per far fronte all’emergenza. La “Cura Italia” ha cercato di proteggere l’occupazione e i redditi, introducendo anche tutele per i lavoratori autonomi e bloccando temporaneamente i licenziamenti per motivi economici. Queste misure sono state importanti, senza dubbio, per attutire il colpo nell’immediato.
Tuttavia, la nostra analisi sulla polarizzazione salariale suggerisce che, nonostante gli sforzi, le dinamiche strutturali del mercato del lavoro e la natura stessa della crisi pandemica hanno comunque prodotto un peggioramento distributivo. Le politiche di sostegno, pur fondamentali, potrebbero non essere state sufficienti a contrastare queste forze profonde, specialmente per i gruppi più vulnerabili.
Cosa ci insegna questa crisi? Implicazioni per il futuro
Questa ricerca non è solo un esercizio accademico. Ci dice chiaramente che la pandemia ha esacerbato fragilità preesistenti nel nostro mercato del lavoro. La polarizzazione salariale non è un fantasma, ma una realtà che può minare la coesione sociale. Se alcuni gruppi soffrono sistematicamente più di altri, il rischio di conflitti e tensioni aumenta.
I risultati che abbiamo ottenuto possono essere utili per disegnare politiche più mirate. Identificare chi è stato più colpito ci permette di pensare a interventi correttivi specifici. Non basta guardare alla media dei salari; dobbiamo capire cosa succede dentro la distribuzione.
La situazione di immigrati, giovani, donne e lavoratori a bassa qualifica richiede un’attenzione particolare. Le loro condizioni relative, già non brillanti, si sono deteriorate ulteriormente. Questo conferma una bassa mobilità sociale intergenerazionale e un peggioramento delle aspettative future, specialmente per i più giovani.
In conclusione, la pandemia è stata uno shock tremendo, ma ha anche agito come una lente d’ingrandimento sulle disuguaglianze e sulle dinamiche di polarizzazione già in atto. Ora che le restrizioni sono state sollevate, è fondamentale non dimenticare queste lezioni. Servono politiche attive del lavoro, investimenti in formazione e riqualificazione, e un occhio di riguardo per chi, anche questa volta, ha pagato il conto più salato. Altrimenti, la “valle” tra i picchi della polarizzazione rischia di diventare un baratro sempre più difficile da colmare.
Fonte: Springer
