Immagine concettuale che mostra una figura stilizzata di un sopravvissuto al cancro protetta da uno scudo contro il virus COVID-19, con elementi grafici che rappresentano fattori sociali (simboli di case, lavoro, comunità) e di quartiere (mappa stilizzata) sullo sfondo. Stile fotorealistico con illuminazione drammatica laterale, obiettivo 50mm, profondità di campo che mette a fuoco la figura e lo scudo, sfocando leggermente lo sfondo.

COVID e Cancro: Non Solo Età e Razza, Ecco Chi Rischiava di Più in New Jersey (E Perché)

La Pandemia e i Più Fragili: Un Occhio di Riguardo per i Sopravvissuti al Cancro

Parliamoci chiaro, la pandemia di COVID-19 ha stravolto le vite di tutti, ma ha picchiato particolarmente duro su alcune categorie di persone. Tra queste, purtroppo, ci siamo anche noi, i sopravvissuti al cancro. Sappiamo già da tempo, grazie a diversi studi, che chi ha avuto una diagnosi di cancro recente è più suscettibile a beccarsi il COVID-19 e, cosa ancora più preoccupante, ha un rischio maggiore di finire male, con ricoveri e, nei casi peggiori, conseguenze fatali.

Finora, gran parte della ricerca si è concentrata su fattori abbastanza noti come il tipo di cancro, l’età, il sesso, la razza e l’etnia. Ma siamo sicuri che sia tutto qui? Cosa dire di altri aspetti della nostra vita, come il quartiere in cui viviamo, il nostro lavoro, le nostre abitudini, il nostro benessere psicologico? Questi elementi, che gli esperti chiamano Determinanti Sociali della Salute (SDOH), potrebbero giocare un ruolo nascosto ma fondamentale nel determinare chi si ammala e perché.

Proprio per scavare più a fondo, mi sono imbattuto in uno studio affascinante condotto nel New Jersey su una coorte, ovvero un gruppo, di sopravvissuti al cancro. L’obiettivo? Capire se e come fattori individuali (come il tipo di cancro, le terapie, le abitudini di vita, lo stato psicologico) e fattori legati al contesto sociale e ambientale (come la vulnerabilità del quartiere, la deprivazione economica, la segregazione razziale) fossero associati alla diagnosi di COVID-19 tra il 2020 e il 2022.

Lo Studio del New Jersey: Un Mosaico di Dati per Capire Meglio

I ricercatori hanno fatto un lavoro certosino: hanno preso i dati di 864 sopravvissuti al cancro che avevano partecipato a un sondaggio tra il 2018 e il 2022, raccogliendo informazioni dettagliate su tantissimi aspetti della loro vita. Poi, hanno incrociato questi dati con i registri ufficiali dello Stato del New Jersey sulle diagnosi di COVID-19 confermate da test PCR. Hanno anche considerato dati sulla vaccinazione provenienti dal sistema informativo statale.

La cosa interessante è che non si sono limitati ai soliti sospetti. Hanno analizzato:

  • Fattori sociodemografici: età, sesso, razza, etnia, stato civile, livello di istruzione, stato occupazionale, reddito, assicurazione sanitaria, e un dato spesso trascurato: se si è nati negli Stati Uniti o all’estero (nativity).
  • Fattori medici: tipo e stadio del cancro, trattamenti ricevuti (chirurgia, chemio, radio), tempo trascorso dalla diagnosi, presenza di altre malattie (comorbidità come problemi cardiovascolari, polmonari, diabete, ecc.).
  • Abitudini di vita: fumo, consumo di alcol, attività fisica, indice di massa corporea (BMI).
  • Fattori psicosociali: paura della recidiva del cancro, qualità della vita percepita (benessere fisico, sociale, emotivo, funzionale), difficoltà economiche legate al cancro.
  • Fattori legati al quartiere (SDOH a livello di area): Hanno usato indici complessi come l’Area Deprivation Index (ADI), che misura lo svantaggio socioeconomico di un quartiere, lo Social Vulnerability Index (SVI), che identifica la suscettibilità di una comunità a disastri (incluse le epidemie), e l’Index of Concentration at the Extremes (ICE), un indicatore potente che misura la concentrazione di privilegio rispetto allo svantaggio, ad esempio confrontando la concentrazione di residenti Bianchi ad alto reddito con quella di residenti Neri a basso reddito nello stesso quartiere (un modo per quantificare la segregazione e gli impatti del razzismo strutturale).

Insomma, un quadro davvero completo per cercare di capire quali tessere del puzzle fossero più legate al rischio di contrarre il COVID-19.

Fotografia macro di una mappa cartacea del New Jersey con puntine colorate che indicano diverse aree, alcune più concentrate in zone urbane svantaggiate. Obiettivo macro 80mm, illuminazione controllata per evidenziare i dettagli della mappa e le texture della carta.

Le Scoperte Chiave: Sorprese e Conferme

E qui arrivano i risultati, alcuni dei quali mi hanno fatto riflettere parecchio. Circa l’11% dei sopravvissuti nello studio ha contratto il COVID-19 durante il periodo analizzato. Ma chi erano i più a rischio?

1. Essere Nati Fuori dagli USA: Un Rischio Raddoppiato

Una delle scoperte più nette è stata questa: i sopravvissuti al cancro nati fuori dagli Stati Uniti avevano una probabilità più che doppia (un odds ratio aggiustato di 2.29, per essere precisi) di contrarre il COVID-19 rispetto a quelli nati negli USA. Questo fattore, la nativity, non era stato molto considerato in studi precedenti sui sopravvissuti al cancro e il COVID. Perché questa differenza così marcata? Lo studio suggerisce che le ragioni potrebbero essere simili a quelle osservate nella popolazione generale immigrata:

  • Maggiore probabilità di lavorare in settori a basso salario, dove il distanziamento sociale o il lavoro da remoto sono spesso impossibili.
  • Minore potere contrattuale nel chiedere condizioni di lavoro più sicure.
  • Maggiore probabilità di vivere in condizioni abitative affollate, aumentando il rischio di contagio all’interno della famiglia.

È un dato che sottolinea come le vulnerabilità sociali si sommino, mettendo alcuni gruppi a rischio multiplo.

2. Il Quartiere Conta (Eccome!): L’Impatto della Segregazione Razziale ed Economica

Un altro risultato potentissimo riguarda il luogo in cui si vive. Lo studio ha utilizzato l’indice ICE per il reddito “razzializzato”, che misura la concentrazione di residenti Bianchi ad alto reddito rispetto a residenti Neri a basso reddito. Ebbene, i sopravvissuti che vivevano nei quartieri più svantaggiati secondo questo indice (cioè con una maggiore concentrazione di residenti Neri a basso reddito) avevano una probabilità significativamente più alta di contrarre il COVID-19 rispetto a chi viveva nei quartieri più privilegiati.

Nello specifico, chi viveva nel quartile più svantaggiato (Q1) aveva un rischio più che doppio (aOR 2.15) rispetto a chi viveva nel quartile più privilegiato (Q4). Questo risultato, anche se non sempre statisticamente significativo in tutte le fasce intermedie dopo gli aggiustamenti, punta il dito contro le disuguaglianze strutturali e la segregazione residenziale come fattori che amplificano il rischio di infezione, anche per chi sta già combattendo o ha combattuto contro il cancro. Non è solo una questione individuale, ma anche profondamente legata al contesto sociale ed economico in cui siamo immersi.

Ritratto fotografico di un uomo di mezza età, sopravvissuto al cancro, che guarda fuori da una finestra con espressione pensierosa. Stile film noir, obiettivo 35mm, profondità di campo ridotta per sfocare lo sfondo.

3. Lavoro vs. Pensione: Chi Era Più Esposto?

Qui c’è una mezza sorpresa. Ci si potrebbe aspettare che le persone più anziane, spesso pensionate, fossero più a rischio a causa dell’età (noto fattore di rischio per le complicanze da COVID). Invece, questo studio ha trovato che i sopravvissuti pensionati avevano una probabilità significativamente inferiore (circa il 61% in meno, aOR 0.39) di contrarre il COVID-19 rispetto a quelli che erano ancora impiegati o lavoratori autonomi.

L’ipotesi più plausibile? L’esposizione. Chi lavora, specialmente se non può farlo da remoto, ha semplicemente più occasioni di contatto e quindi un rischio maggiore di infezione rispetto a chi è in pensione e magari ha potuto limitare maggiormente le proprie uscite e interazioni durante i picchi pandemici.

4. Il Benessere Sociale: Un’Associazione Inaspettata

Questo è forse il risultato più controintuitivo. Lo studio ha rilevato che un maggiore benessere sociale (misurato come sentirsi vicini e supportati da famiglia e amici) era associato a una probabilità leggermente maggiore (circa il 7% in più per ogni punto in più sulla scala, aOR 1.07) di contrarre il COVID-19.

Come si spiega? I ricercatori ipotizzano che questa misura potesse essere, indirettamente, un indicatore di maggiori contatti sociali. Chi si sentiva più connesso socialmente, forse interagiva di più con amici e familiari, aumentando così, involontariamente, le occasioni di esposizione al virus. Lo studio non aveva dati specifici su quanto le persone praticassero il distanziamento o usassero le mascherine nei loro incontri sociali, né sullo stato vaccinale completo per tutti, quindi è difficile dare una spiegazione definitiva. Resta un dato curioso che meriterebbe ulteriori approfondimenti.

Cosa *Non* Sembrava Influenzare il Rischio (in Questo Studio)

È altrettanto importante notare cosa, secondo questo specifico studio e dopo aver considerato tutti i fattori insieme (analisi multivariata), non è risultato significativamente associato al rischio di diagnosi COVID-19:

  • Tipo di cancro e trattamenti ricevuti: A differenza di altri studi che avevano trovato associazioni per specifici tumori (es. leucemie), qui non sono emerse differenze significative.
  • Età, sesso, reddito individuale, livello di istruzione: Anche se alcuni di questi fattori sono noti per influenzare il rischio nella popolazione generale, in questo modello specifico sui sopravvissuti al cancro del New Jersey, aggiustato per altri fattori come la nativity e l’ICE, non hanno mostrato un’associazione statisticamente significativa con la diagnosi.
  • BMI e fumo: Mentre l’obesità è legata alla gravità del COVID, non è emersa come fattore di rischio per la diagnosi in questo gruppo. L’associazione col fumo è spesso risultata inconsistente anche in altri studi.

Questo non significa che questi fattori non siano importanti in assoluto, ma che nel contesto di questo studio, altri elementi come l’essere immigrato o vivere in un quartiere svantaggiato avevano un peso relativo maggiore nel determinare il rischio di contrarre l’infezione.

Foto grandangolare di un piccolo gruppo di persone diverse (amici o familiari) che parlano e ridono in un parco, mantenendo una certa distanza ma mostrando connessione sociale. Obiettivo grandangolare 20mm, luce naturale pomeridiana, messa a fuoco nitida.

Limiti dello Studio e Messaggio Finale

Come ogni ricerca, anche questa ha i suoi limiti. Il campione, nonostante gli sforzi, non era perfettamente rappresentativo della diversità del New Jersey (ad esempio, c’erano meno persone non bianche e meno immigrati rispetto alla popolazione generale dello stato). Inoltre, mancavano dati completi sulla diffusione delle vaccinazioni o sulle pratiche di distanziamento sociale adottate dai singoli partecipanti, informazioni che avrebbero potuto aiutare a interpretare meglio alcuni risultati (come quello sul benessere sociale).

Nonostante ciò, credo che questo studio ci lasci un messaggio fondamentale: per capire davvero chi rischia di più (non solo per il COVID, ma probabilmente per molte altre condizioni di salute), non possiamo limitarci a guardare solo i fattori biologici o le scelte individuali. Dobbiamo considerare il quadro completo, che include potentemente i Determinanti Sociali della Salute: dove siamo nati, il quartiere in cui viviamo, le opportunità (o la mancanza di esse) legate al nostro status socioeconomico e alla nostra appartenenza etnica o razziale.

Per noi sopravvissuti al cancro, già messi alla prova dalla malattia, queste vulnerabilità sociali possono rappresentare un fardello aggiuntivo. Sapere che fattori come lo status di immigrato o vivere in un’area con alta deprivazione razzializzata aumentano il rischio di infezioni come il COVID-19 è cruciale. Ci dice che le strategie di prevenzione future dovranno essere più mirate e tenere conto di queste disuguaglianze, offrendo supporto e informazioni specifiche a chi si trova in condizioni di maggiore fragilità sociale ed economica.

Fonte: Springer

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