Clima: Cosa Serve Davvero per Far Cambiare Idea? Lo Studio Australiano che Svela Tutto
Ragazzi, parliamoci chiaro: il cambiamento climatico è sulla bocca di tutti, ma convincere le persone, tutte le persone, della sua urgenza è un’altra storia. Mi sono imbattuto in uno studio australiano freschissimo, pubblicato su Nature, che ha fatto una cosa tanto semplice quanto geniale: ha chiesto direttamente agli australiani cosa servirebbe per fargli cambiare idea sul clima. Niente giri di parole, dritti al punto. E le risposte, ve lo dico, sono state illuminanti e a tratti sorprendenti.
Capire il Pubblico: Le “Sei Americhe” Sbarcano in Australia
Prima di tutto, i ricercatori hanno dovuto “mappare” il terreno. Hanno usato un metodo chiamato “Six Americas Short Survey” (SASSY), che divide le persone in sei gruppi in base a quanto sono preoccupate e convinte riguardo al cambiamento climatico. Immaginatevi un arcobaleno di opinioni:
- Allarmati (Alarmed): I più convinti e preoccupati.
- Preoccupati (Concerned): Convinti, ma meno coinvolti emotivamente.
- Cautelosi (Cautious): Credono ci sia qualcosa, ma non sono sicuri della gravità o delle cause.
- Disinteressati (Disengaged): Non sanno molto e non ci pensano.
- Dubbiosi (Doubtful): Scettici, pensano che la preoccupazione sia esagerata.
- Sprezzanti (Dismissive): Neghazionisti convinti, credono sia una bufala.
Questo ci fa capire subito che non esiste “il pubblico”, ma tanti pubblici diversi, ognuno con le sue convinzioni e resistenze. In Australia, come altrove, c’è un po’ di tutto, con una tendenza crescente verso l’allarme, ma anche con uno zoccolo duro di scettici.
La Domanda da un Milione di Dollari: Cosa Ti Farebbe Cambiare Idea?
Ed eccoci al cuore dello studio. A quasi 5000 australiani, rappresentativi della popolazione, è stato chiesto: “Pensando alle tue opinioni sul cambiamento climatico… cosa potrebbe fartele cambiare rispetto a come sono ora?”. Le risposte a testo libero sono state tantissime, un mare di parole. Analizzarle una per una sarebbe stato un lavoro immane. Ed è qui che entra in gioco la tecnologia.
L’AI Scende in Campo: GPT Analizza le Opinioni
I ricercatori hanno usato un’intelligenza artificiale che conosciamo bene, GPT (quello dietro a ChatGPT, per intenderci), per analizzare tematicamente tutte le risposte. Hanno definito alcuni temi principali (come “Nulla”, “Prove e Informazioni”, “Fonti Fidate”, “Azione”, “Insicurezza”) e hanno “addestrato” GPT a riconoscere quali temi erano presenti in ogni risposta. La cosa pazzesca? GPT ha lavorato a livelli “quasi umani”, dimostrando un’affidabilità altissima nel capire il succo dei discorsi, risparmiando tempo e risorse preziose. Una vera svolta per le scienze sociali che devono gestire moli enormi di dati qualitativi!

I Risultati: Dogmatismo, Prove e Fiducia
Ma veniamo al sodo. Cosa è emerso da questa analisi?
Nulla Mi Smuove: Il Muro degli Estremi
Una delle scoperte più nette è stata questa: sia gli Allarmati che gli Sprezzanti (i due gruppi più estremi e coinvolti, anche se su fronti opposti) erano significativamente più propensi a rispondere… “Nulla”. Esatto, niente avrebbe potuto fargli cambiare idea. Questo suggerisce un certo dogmatismo, una rigidità nelle proprie convinzioni. Sono anche i gruppi meno propensi a dirsi “Insicuri”. Chi sta nel mezzo (i Cautelosi e i Preoccupati) è invece più aperto al cambiamento, meno propenso a dire “Nulla”.
Voglio le Prove! Ma Quali?
Il tema “Prove e Informazioni” è stato il più citato in assoluto, specialmente dai Cautelosi. Tutti vogliono prove, ma il tipo di prova richiesta cambia drasticamente.
- Gli Allarmati, i Preoccupati e i Cautelosi tendono a citare prove scientifiche e statistiche. Molti chiedono anche spiegazioni più semplici, “in parole povere”, segno che forse la comunicazione scientifica deve essere più accessibile.
- Gli Sprezzanti e i Dubbiosi, invece, alzano l’asticella. Chiedono prove “definitive”, “irrefutabili”, informazioni “imparziali”, “trasparenti”. Spesso insinuano che le prove attuali siano manipolate o frutto di “isteria”. È come se chiedessero una certezza assoluta che la scienza, per sua natura, non può dare. Un classico, direi, di chi nega la scienza: stabilire aspettative impossibili.
- Interessante notare che proprio gli scettici citano spesso l’esperienza personale diretta degli impatti climatici come qualcosa che potrebbe fargli cambiare idea. Anche se altri studi mettono in dubbio l’efficacia di questo fattore da solo.

Di Chi Mi Fido? La Questione delle Fonti
Il tema delle “Fonti Fidate” è cruciale, soprattutto per gli Allarmati. Gli scienziati e gli esperti sono i più citati in generale. Ma anche qui, c’è una spaccatura:
- Chi crede nel cambiamento climatico si fida degli scienziati.
- Chi è scettico (Disinteressati, Dubbiosi, Sprezzanti) esprime spesso sfiducia verso le fonti attuali, chiede esperti “imparziali” e “qualificati”, a volte parlando di “bufala” orchestrata da poteri forti. Emerge un atteggiamento quasi populista anti-scienza, che valorizza il “buonsenso” della gente comune più dell’expertise.
- Molti, trasversalmente, citano il bisogno di consenso, specialmente tra gli scienziati. Questo conferma l’importanza di comunicare l’altissimo grado di consenso scientifico esistente, anche se bisogna stare attenti a possibili effetti boomerang su certi gruppi.
Fatti, Non Parole: L’Importanza dell’Azione
Il tema “Azione” è stato sollevato soprattutto dagli Allarmati e dai Preoccupati. Vedere azioni concrete da parte dei governi, delle aziende e un cambiamento diffuso nei comportamenti individuali viene interpretato come un segnale della serietà del problema. Non solo: per questi gruppi, l’azione concreta porta anche speranza e ottimismo, combattendo il senso di impotenza.
- I gruppi più scettici (Disinteressati, Dubbiosi, Sprezzanti) parlano meno di azione, ma quando lo fanno, spesso puntano il dito sull’azione su scala globale, sostenendo che gli sforzi dell’Australia siano inutili se i grandi inquinatori (Cina, India…) non fanno la loro parte.
- Gli Sprezzanti, in particolare, chiedono anche depoliticizzazione e deradicalizzazione del dibattito, lamentando che sia diventato un “dogma ideologico intollerante”. Questo sottolinea il bisogno disperato di un discorso bipartisan e di trovare messaggeri fidati anche all’interno dei loro gruppi di riferimento.

Cosa Ci Portiamo a Casa?
Questo studio è affascinante perché ci dà una prospettiva “dal basso”, direttamente dalle persone. Ci dice che:
- Non siamo tutti uguali: Le strategie di comunicazione sul clima devono essere super personalizzate per i diversi segmenti di pubblico. Parlare agli “Allarmati” non è come parlare ai “Dubbiosi”.
- Gli estremi sono duri da scalfire: Chi è molto convinto (in un senso o nell’altro) difficilmente dichiara di essere disposto a cambiare idea. Forse gli sforzi maggiori vanno concentrati sui gruppi intermedi?
- Prove e fiducia sono la chiave: Ma bisogna capire *quali* prove e *chi* viene considerato affidabile dai diversi gruppi. La trasparenza e la chiarezza sono fondamentali, così come ricostruire la fiducia nella scienza e nelle istituzioni.
- L’azione conta: Vedere che si fa qualcosa di concreto è un segnale potente, sia per confermare le preoccupazioni sia per dare speranza.
- C’è differenza tra dire e fare? Lo studio ci dice cosa le persone *pensano* li farebbe cambiare idea. Ma è davvero così nella pratica? Spesso non siamo bravissimi a capire cosa influenza davvero le nostre opinioni.
- L’AI è un’alleata preziosa: Strumenti come GPT possono davvero aiutarci a capire meglio la società analizzando grandi quantità di testo in modo rapido ed efficiente.
Insomma, cambiare idea sul clima è complesso. Non basta snocciolare dati scientifici. Serve empatia, ascolto, comunicazione mirata, fiducia e, soprattutto, azioni coerenti. Questo studio australiano ci offre una mappa preziosa per navigare questo territorio difficile, ricordandoci che dietro ogni statistica ci sono persone con le loro paure, speranze e convinzioni. E forse, capire cosa serve per far cambiare idea a loro è il primo passo per cambiare davvero le cose.
Fonte: Springer
