Vaccini COVID: Missione Possibile Convincere gli Scettici? Cosa Abbiamo Imparato
Amici, parliamoci chiaro. Ricordate il turbinio di emozioni, dubbi e speranze che ha accompagnato l’arrivo dei vaccini COVID-19? Io sì, eccome. E una domanda mi ronzava in testa, come a tanti, credo: è davvero possibile convincere chi è scettico o addirittura contrario a vaccinarsi? E cosa spinge chi era pronto a farlo a tirarsi indietro all’ultimo? Beh, mi sono imbattuto in uno studio affascinante che ha provato a fare luce proprio su questo, e voglio condividere con voi qualche spunto che ho trovato davvero illuminante.
Lo studio, pubblicato su BMC Public Health, ha seguito un gruppo rappresentativo di americani in due momenti cruciali: luglio 2020, quando i vaccini erano ancora un miraggio lontano, e poi tra luglio e agosto 2021, quando la campagna vaccinale era in pieno svolgimento. L’obiettivo? Capire cosa diavolo succede in quel limbo tra l’intenzione di vaccinarsi (o non vaccinarsi) e il comportamento effettivo. Quella che gli esperti chiamano “intention-behavior gap”, la discrepanza tra ciò che diciamo di voler fare e ciò che poi facciamo realmente.
Chi ha cambiato idea (in meglio!): gli esitanti che si sono vaccinati
La prima sorpresa, per me positiva, è stata scoprire che ben il 52% di coloro che nel 2020 erano esitanti si erano poi effettivamente vaccinati entro l’estate del 2021. Mica male, no? Ma cosa li ha spinti a fare il grande passo? Ecco alcuni fattori chiave emersi:
- Percezione del rischio più alta: Chi ha iniziato a vedere il COVID-19 come una minaccia seria per la propria salute era più propenso a vaccinarsi. Logico, direte voi, ma non sempre scontato.
- Accettazione generale dei vaccini: Se una persona ha già una visione positiva dei vaccini in generale, è più facile che accetti anche quello nuovo contro il COVID-19.
- Essere informati: Avere accesso a informazioni chiare e corrette sui vaccini ha fatto una grande differenza.
- Meno “abboccamenti” alla disinformazione: Chi ha creduto meno alle fake news e alle teorie strampalate sul COVID-19 si è vaccinato più volentieri.
- Fiducia negli scienziati: Un grande classico, ma sempre valido. Credere nella scienza e in chi la fa aiuta.
- Avere un’assicurazione sanitaria: Anche se i vaccini erano gratuiti, avere una copertura sanitaria sembra aver giocato un ruolo, forse perché facilita l’accesso generale alle cure e alle informazioni mediche.
Interessante notare anche che le donne e le persone sopra i 60 anni, tra gli esitanti, hanno mostrato una maggiore propensione a vaccinarsi. Forse una maggiore percezione del rischio o una più spiccata attitudine alla prevenzione?
Chi ha cambiato idea (in peggio?): i pro-vaccino rimasti non vaccinati
E qui arriva la parte un po’ più amara, ma altrettanto importante da capire. Circa il 14% di coloro che nel 2020 si erano dichiarati favorevoli al vaccino, un anno dopo non si erano ancora vaccinati. Un bel rompicapo, vero? Cosa è successo a queste persone? I fattori sembrano essere speculari a quelli visti prima, ma con qualche aggiunta interessante:
- Percezione del rischio più bassa: Se sottovaluti il pericolo, è più facile rimandare o evitare la vaccinazione.
- Minore accettazione generale dei vaccini: Anche se inizialmente favorevoli al vaccino COVID, una generale diffidenza di fondo verso i vaccini può aver preso il sopravvento.
- Essere meno informati: La carenza di informazioni corrette o l’esposizione a quelle sbagliate può erodere le buone intenzioni.
- Identificazione partitica: Ebbene sì, l’appartenenza politica ha giocato un suo ruolo. Nello studio, chi si identificava come Repubblicano, tra i “pro-vaccino”, aveva maggiori probabilità di rimanere non vaccinato. Un segnale di come la politica possa influenzare le scelte di salute.
- Minore fiducia negli scienziati: Come sopra, ma al contrario.
- Non avere un’assicurazione sanitaria: Anche qui, la mancanza di copertura sanitaria sembra aver rappresentato un ostacolo.
Inoltre, tra i favorevoli al vaccino, chi aveva un’istruzione universitaria o superiore era più propenso a vaccinarsi effettivamente, rispetto a chi aveva un livello di istruzione più basso. Questo sottolinea come il livello di educazione possa influenzare la capacità di navigare informazioni complesse e prendere decisioni consapevoli sulla salute.

L’importanza cruciale dell’informazione (e della lotta alla disinformazione)
Quello che mi sembra emergere con forza da questi dati è il potere dell’informazione. Essere ben informati, saper distinguere le notizie attendibili dalle bufale, fa una differenza enorme. Lo studio evidenzia come chi prestava attenzione alle notizie sui vaccini COVID-19 fosse più incline a vaccinarsi (se esitante) o a mantenere la propria intenzione (se pro-vaccino). Al contrario, credere alla disinformazione era un forte deterrente.
Questo ci dice che le campagne di comunicazione devono essere continue, chiare, accessibili e, soprattutto, devono affrontare attivamente la marea di fake news che circola. Non basta dare la notizia giusta, bisogna anche “smontare” quelle sbagliate, un lavoro faticoso ma essenziale.
Fiducia, politica e quel “costo percepito”
Un altro aspetto che mi ha fatto riflettere è il legame tra fiducia negli scienziati e scelte vaccinali. Chi si fida di più, si vaccina di più, indipendentemente dalle intenzioni iniziali. E questa fiducia, purtroppo, a volte si intreccia con l’identificazione politica. Lo studio suggerisce che la politicizzazione della pandemia e dei vaccini ha avuto un impatto, rendendo più difficile per alcuni seguire le raccomandazioni sanitarie.
Come se ne esce? Forse cercando di “depoliticizzare” il più possibile la comunicazione sulla salute, affidandosi a figure autorevoli e trasversali, come i medici di base o leader comunitari rispettati, che non siano percepiti come legati a una parte politica.
E poi c’è la questione dell’accesso alle cure e dei costi percepiti. Anche se il vaccino COVID-19 era gratuito per tutti negli USA, il fatto che avere un’assicurazione sanitaria emergesse come fattore discriminante è significativo. Forse alcuni portali per la prenotazione chiedevano dati assicurativi creando confusione, o forse chi non ha un’assicurazione è generalmente meno abituato a interagire con il sistema sanitario. Questo ci ricorda che rimuovere le barriere, anche quelle solo percepite, è fondamentale.

Cosa ci portiamo a casa da questa storia?
La lezione più grande, per me, è che le intenzioni non sono scolpite nella pietra. C’è un margine enorme per convincere chi è esitante e, ahimè, anche per dissuadere chi era inizialmente favorevole. Questo significa che la battaglia per la salute pubblica si gioca ogni giorno, con ogni informazione che diamo e riceviamo.
Capire i fattori che colmano o allargano quel famoso “gap” tra intenzione e azione è cruciale. Dobbiamo:
- Comunicare chiaramente i rischi delle malattie, senza allarmismi ma con onestà.
- Coltivare un’accettazione generale dei vaccini, basata sulla scienza e sulla trasparenza.
- Inondare il campo con informazioni corrette e contrastare attivamente la disinformazione.
- Lavorare per ricostruire la fiducia nella scienza e nelle istituzioni scientifiche, mantenendo la comunicazione il più possibile neutrale e basata sui fatti.
- Rimuovere ogni possibile barriera all’accesso, anche quelle solo percepite.
Insomma, la sfida è complessa, ma non impossibile. Questo studio sul COVID-19 ci offre una mappa preziosa per navigare le acque difficili della persuasione in ambito sanitario. E le lezioni apprese, credo, non valgono solo per questa pandemia, ma per qualsiasi futura emergenza sanitaria e per la promozione della vaccinazione in generale. Perché, alla fine, la salute di uno è la salute di tutti.

Fonte: Springer
