Immagine fotorealistica di una donna sudafricana in un contesto rurale, il suo volto esprime forza mista a preoccupazione, luce naturale filtrata del tardo pomeriggio che crea lunghe ombre. Obiettivo da ritratto 35mm, leggero effetto duotone seppia e grigio per dare un tono riflessivo, profondità di campo che sfoca lo sfondo di un paesaggio arido con capanne tradizionali.

Controllo e Violenza: L’Ombra Nascosta sulle Donne Rurali in Sudafrica

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa di tosto, un argomento che spesso rimane nell’ombra ma che ha un impatto devastante sulla vita di tantissime donne: la violenza del partner intimo (IPV – Intimate Partner Violence) e, in particolare, come questa sia legata a doppio filo con i comportamenti controllanti del partner. Ci concentreremo su una realtà specifica e spesso trascurata: quella delle donne sposate che vivono nelle aree rurali del Sudafrica.

Perché questo argomento è così importante?

Beh, diciamocelo, la violenza contro le donne è una piaga globale, un problema di salute pubblica e una violazione dei diritti umani bella e buona. L’IPV ne è la forma più diffusa. Ma cosa intendiamo esattamente? Parliamo di qualsiasi comportamento dannoso – fisico, sessuale, emotivo – inflitto da un partner all’interno di una relazione intima. E sì, anche se esistono casi di donne violente verso gli uomini, la stragrande maggioranza delle volte sono gli uomini ad agire violenza contro le partner donne.

A livello mondiale, circa una donna su tre sperimenta violenza dal partner nel corso della sua vita. Numeri da capogiro, vero? Eppure, spesso questi episodi non vengono nemmeno denunciati.

Il legame sottile ma potente: il Comportamento Controllante

Qui entra in gioco un aspetto fondamentale che, secondo me, non viene esplorato abbastanza: il comportamento controllante. Di cosa si tratta? È quell’insieme di azioni che un partner mette in atto per rendere l’altra persona dipendente, subordinata, privandola delle risorse necessarie per resistere, essere indipendente o scappare da quella situazione di dominio. L’obiettivo è chiaro: regolare e controllare la vita quotidiana della vittima.

Pensate a cose come:

  • Isolare la vittima da amici e famiglia.
  • Monitorare e limitare i suoi spostamenti.
  • Regolare o controllare le sue abitudini quotidiane.
  • Essere costantemente gelosi o accusarla di infedeltà.

Questi comportamenti non sono “solo” fastidiosi o sintomo di insicurezza. Sono spesso il precursore della violenza fisica o sessuale. Creano un ambiente domestico di oppressione, dove la resistenza è quasi impossibile.

La situazione specifica delle donne rurali in Sudafrica

Perché focalizzarci proprio sulle aree rurali del Sudafrica? Perché lì la situazione è particolarmente complessa. Il Sudafrica post-apartheid vive ancora un profondo divario tra aree urbane e rurali, e tra uomini e donne in termini di qualità della vita. Le comunità rurali affrontano alti livelli di disagio sociale ed economico, con disoccupazione e povertà diffuse.

Le donne, in particolare, si scontrano con enormi disuguaglianze: accesso limitato a istruzione di qualità, servizi sociali di base e opportunità di lavoro. In molte di queste comunità, vige ancora un sistema tradizionale di autorità basato su gerarchie di genere ed età, dove gli uomini anziani dominano sugli uomini più giovani, sulle donne e sui bambini.

Ritratto fotorealistico di una donna sudafricana rurale, sguardo intenso e riflessivo, ambientato all'esterno di una semplice abitazione rurale al tramonto. Utilizzare un obiettivo da ritratto 35mm, con una profondità di campo ridotta per sfocare leggermente lo sfondo e concentrarsi sull'espressione della donna. Luce calda e naturale, stile filmico con leggera grana.

Pratiche culturali come l’‘inhlonipha’, che impone a donne e bambini di essere sottomessi e rispettosi verso uomini e anziani, sono ancora comuni. Le donne sono viste quasi come proprietà, prima del padre e poi del marito. Questo mix di sistema tradizionale, norme culturali e patriarcali crea un terreno fertile per il dominio maschile e la subordinazione femminile, rendendo le donne rurali più vulnerabili all’IPV rispetto alle loro controparti urbane. Non a caso, studi precedenti hanno correlato la residenza in aree rurali con una maggiore incidenza di IPV.

Cosa ci dice lo studio? I numeri parlano chiaro

Lo studio che sto analizzando si basa sui dati del South African Demographic and Health Survey (SADHS) del 2016, focalizzandosi su un campione di 783 donne sposate o conviventi nelle aree rurali. E i risultati sono illuminanti, anche se preoccupanti.

Innanzitutto, il comportamento controllante è diffusissimo: ben il 55,8% delle donne intervistate lo ha sperimentato nella propria relazione. Le forme più comuni?

  • Gelosia se la donna parla con altri uomini (55,7%)
  • Controllo degli spostamenti (33%)
  • Accuse di infedeltà (19%)
  • Divieto di frequentare le amiche (16,3%)
  • Limitazioni nel vedere i propri familiari (9,7%)

Per quanto riguarda l’IPV vero e proprio, il 23,8% delle donne ha dichiarato di aver subito violenza fisica, sessuale o emotiva dal partner attuale. La forma più comune è quella emotiva (17,9%), seguita da quella fisica (14,3%) e sessuale (3,1%).

Ma ecco il punto cruciale: lo studio ha dimostrato che il comportamento controllante è un forte predittore di IPV. Le donne che subivano comportamenti controllanti avevano una probabilità 4,6 volte maggiore di subire anche violenza (fisica, emotiva o sessuale) rispetto a quelle che non li subivano. Un legame fortissimo!

Quali comportamenti controllanti pesano di più?

Analizzando più a fondo, sono emerse alcune forme di controllo particolarmente legate all’IPV:

  • Accuse di infedeltà: Questo è risultato il fattore predittivo più forte. Le donne accusate ingiustamente avevano probabilità 4,6 volte maggiori di subire IPV.
  • Restrizioni nel vedere i familiari: Le donne a cui veniva impedito o limitato il contatto con la famiglia avevano probabilità 2 volte maggiori di subire IPV.
  • Gelosia: La gelosia del partner (se la donna parlava con altri uomini) aumentava le probabilità di IPV di circa 1,6 volte.
  • Controllo generale degli spostamenti: Anche questo aumentava le probabilità di IPV di circa 1,6 volte.

Immagine simbolica fotorealistica: una mano femminile che cerca di raggiungere una chiave appesa appena fuori dalla sua portata, mentre una figura maschile sfocata e in ombra osserva sullo sfondo. L'ambientazione è interna, scarsamente illuminata. Utilizzare un obiettivo macro 100mm per focalizzarsi sulla mano e la chiave, con alta definizione e illuminazione controllata per creare un'atmosfera tesa.

Questi dati confermano quanto trovato in altri studi: sospetti di infedeltà, gelosia e restrizioni sociali sono potenti detonatori di violenza. Perché? Spesso, in contesti patriarcali, il rifiuto di una donna di sottomettersi al controllo del partner viene percepito come una minaccia alla mascolinità, alla sua capacità di “controllare” la moglie. La violenza diventa allora un modo per riaffermare quell’autorità perduta o messa in discussione. Pensate a donne accusate di infedeltà (e poi abusate psicologicamente o fisicamente) solo perché hanno rifiutato un rapporto sessuale, sono tornate a casa tardi o sono state viste parlare con un altro uomo. Le accuse, vere o false che siano, diventano uno strumento potente di ricatto e controllo.

Il controllo come anticamera della violenza: tutte le forme

È interessante notare come il comportamento controllante aumenti il rischio per tutte le forme di IPV:

  • Violenza Psicologica/Emotiva: Le donne che subivano controllo avevano probabilità 4 volte maggiori di subire anche violenza psicologica.
  • Violenza Fisica: Le probabilità di subire violenza fisica erano addirittura 6 volte maggiori per chi subiva controllo.
  • Violenza Sessuale: Il rischio di violenza sessuale era 9 volte maggiore per le donne sottoposte a comportamenti controllanti.

Questi numeri ci dicono che il bisogno di controllo del partner abusante può sfociare in un’ampia gamma di violenze. Non possiamo più considerare il controllo come qualcosa di separato o meno grave della violenza fisica. È parte integrante dello stesso schema di abuso, e spesso ne è la miccia. La teoria del “controllo coercitivo” di Stark ci aiuta a capire proprio questo: l’abuso non è solo l’atto fisico, ma un sistema deliberato per minare l’autonomia e l’umanità della vittima, spesso attraverso tattiche non fisiche ma estremamente dannose.

Cosa possiamo fare? Un approccio combinato è la chiave

Ok, abbiamo capito la gravità del problema e il legame stretto tra controllo e violenza, specialmente in contesti vulnerabili come le aree rurali sudafricane. E adesso? Lo studio suggerisce che non basta affrontare la violenza quando si manifesta, ma bisogna agire anche sulle sue radici, come il comportamento controllante.

Servono approcci combinati, che mettano insieme:

  • Educazione e Sensibilizzazione: Far capire come si manifesta il controllo nelle relazioni intime, quali sono i segnali d’allarme.
  • Percorsi per chiedere aiuto: Creare canali sicuri e accessibili per le donne che subiscono controllo e violenza, considerando che spesso il controllo stesso impedisce loro di cercare aiuto.
  • Empowerment delle donne: Investire nello sviluppo personale e nell’indipendenza economica delle donne rurali. Questo significa affrontare i fattori strutturali, culturali e interpersonali che contribuiscono alla loro vulnerabilità.

Fotografia di gruppo realistica: diverse donne sudafricane rurali di età differenti sono sedute insieme all'aperto, sotto un albero, impegnate in una conversazione animata e solidale. Alcune sorridono, altre ascoltano attentamente. Luce naturale brillante, obiettivo 50mm per una prospettiva naturale, colori vividi che esprimono speranza e comunità.

È fondamentale che chi lavora sul campo tenga conto della complessità delle esperienze delle donne, considerando come fattori strutturali (povertà, mancanza di servizi), culturali (norme patriarcali) e interpersonali (la dinamica specifica della relazione) si intreccino. Solo così si possono offrire interventi davvero efficaci e significativi.

In conclusione, quello che emerge da questo studio è un messaggio forte: non possiamo ignorare il ruolo del comportamento controllante se vogliamo davvero combattere la violenza contro le donne. È un campanello d’allarme, un indicatore di rischio altissimo, specialmente per le donne che vivono in condizioni di maggiore vulnerabilità. Lavorare sulla prevenzione, sull’empowerment e sul supporto diventa allora non solo necessario, ma urgente.

Fonte: Springer

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