Test Anticorpi COVID: L’ELISA “Fatto in Casa” Etiope Sfida i Colossi Commerciali
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di una cosa che mi ha davvero incuriosito, un argomento che ci tocca tutti da vicino, anche se magari pensiamo che la fase calda sia passata: il COVID-19 e, più nello specifico, come facciamo a sapere se lo abbiamo avuto. No, non parlo dei tamponi che cercano il virus attivo, ma dei test sierologici, quelli che vanno a caccia degli anticorpi, le nostre piccole sentinelle immunitarie che testimoniano un incontro passato con il SARS-CoV-2.
Sapete, durante la pandemia, questi test sono stati fondamentali. Ci hanno aiutato a capire quanto si stesse diffondendo il virus (anche tra chi non aveva sintomi!), a identificare persone potenzialmente immuni e, più avanti, a monitorare la risposta ai vaccini. Il problema è che non tutti i test sono uguali. Ce ne sono di diversi tipi, con tecnologie e affidabilità differenti, e spesso quelli più precisi sono anche i più costosi o richiedono laboratori super attrezzati.
La Sfida: Affidabilità vs Accessibilità
Immaginate ora di trovarvi in un contesto con risorse limitate. Come si fa a monitorare la situazione epidemiologica su larga scala se i test più performanti sono fuori budget o difficili da implementare? È una bella sfida, vero? Ed è proprio qui che entra in gioco una storia affascinante che arriva dall’Etiopia.
Mi sono imbattuto in uno studio recente che ha messo a confronto un test ELISA (un metodo immunologico molto diffuso nei laboratori) sviluppato “in casa” dall’Armauer Hansen Research Institute (AHRI) in Etiopia, con due test commerciali già affermati sul mercato. L’obiettivo? Capire se questo test “fatto in casa”, decisamente più economico, potesse reggere il confronto con i “colossi” commerciali in termini di affidabilità. Una sorta di Davide contro Golia della diagnostica!
I Contendenti sul Ring
Vediamo chi erano i protagonisti di questa comparazione:
- L’eroe locale (In-house ELISA): Sviluppato da AHRI in collaborazione con l’Oregon Health and Sciences University (OHSU). Questo test va a cercare gli anticorpi IgG diretti contro una parte specifica della proteina Spike del virus, la famosa RBD (Receptor Binding Domain). È presentato come un’opzione cost-effective.
- Il Professionista Affermato (Elecsys CLIA): Prodotto da Roche Diagnostics, un nome noto nel settore. Utilizza una tecnologia chiamata Chemiluminescent Immunoassay (CLIA), considerata molto sensibile e specifica, ma richiede strumentazione avanzata (Cobas e601) ed è più costosa. Questo test cerca anticorpi contro un’altra proteina del virus, la Nucleocapside (N).
- Il Test Rapido (Rapid LFA): Un test basato sulla Lateral Flow Immunoassay (LFIA), simile ai test di gravidanza per intenderci. Veloce, pratico, non richiede laboratorio, ma generalmente considerato un po’ meno sensibile dei metodi ELISA o CLIA. Questo specifico test (Hangzhou Covid-19 IgG/IgM) rileva sia le IgG che le IgM.
La domanda fondamentale era: quanto sono d’accordo questi tre test nel dire “sì, ci sono anticorpi” o “no, non ci sono”?
Lo Studio sul Campo: Testare tra i Banchi di Scuola
I ricercatori hanno fatto le cose in grande. Hanno raccolto campioni di siero da ben 1441 studenti di 60 scuole sparse in 15 distretti considerati “hotspot” per il COVID-19 nella regione di Oromia, in Etiopia. È importante sottolineare che tutto questo è avvenuto nell’aprile 2021, quindi prima dell’arrivo della variante Omicron e prima che iniziassero le campagne vaccinali su larga scala nel paese. Un’istantanea preziosa della situazione immunitaria “naturale” pre-Omicron in quella popolazione giovane (età media circa 16 anni).
Ogni campione di siero è stato analizzato con tutti e tre i metodi. Immaginate il lavoro! Hanno poi usato un po’ di statistica per vedere quanto i risultati coincidessero. Hanno calcolato l’accordo percentuale generale, l’accordo sui positivi (PPA – Positive Percent Agreement), l’accordo sui negativi (NPA – Negative Percent Agreement) e un indice chiamato Kappa di Cohen (κ), che misura l’accordo al di là di quello che potrebbe verificarsi solo per caso. Un valore di Kappa sopra 0.6 è considerato “sostanziale”, sopra 0.8 è “quasi perfetto”.

I Risultati: L’ELISA “Fatto in Casa” Tiene Testa!
E qui arriva la parte succosa. Come se l’è cavata il test ELISA dell’AHRI? Sorprendentemente bene, direi!
- ELISA vs CLIA (Roche): L’accordo generale è stato dell’80.8%. Il coefficiente Kappa è risultato κ = 0.61, che indica un accordo sostanziale. Non male per un test “fatto in casa” contro un sistema super tecnologico! In pratica, quando il test CLIA diceva “positivo”, l’ELISA era d’accordo nell’81.7% dei casi (PPA), e quando il CLIA diceva “negativo”, l’ELISA concordava nell’80.1% dei casi (NPA).
- ELISA vs Test Rapido (LFA): Qui l’accordo è stato un po’ più basso. Accordo generale del 75.8% e Kappa κ = 0.52, che significa accordo moderato. Il PPA era comunque buono (83%), ma l’NPA era più basso (70.4%), suggerendo che l’ELISA e il test rapido non erano sempre allineati sui campioni negativi.
- CLIA (Roche) vs Test Rapido (LFA): Curiosamente, anche questi due test commerciali hanno mostrato un accordo sostanziale tra loro (κ = 0.73), con un’ottima concordanza sui negativi (NPA del 91.9%).
Cosa ci dicono questi numeri? Che l’ELISA sviluppato localmente in Etiopia si comporta in modo molto simile al test CLIA di Roche, che è un po’ il gold standard da laboratorio (anche se più costoso e complesso). L’accordo con il test rapido è inferiore, ma questo non sorprende più di tanto, date le differenze intrinseche tra le tecnologie (ELISA/CLIA sono da laboratorio, LFA è rapido e potenzialmente meno sensibile/specifico).
Perché Queste Differenze? Una Questione di Bersagli e Metodi
È interessante notare che una parte del “disaccordo” tra i test potrebbe dipendere anche da cosa vanno a cercare. Ricordate? L’ELISA dell’AHRI punta alla proteina Spike (RBD), mentre il CLIA di Roche cerca la proteina Nucleocapside (N). Sono due parti diverse del virus, e la risposta anticorpale verso di esse può variare leggermente da persona a persona o nel tempo. Inoltre, le metodologie stesse sono diverse: ELISA usa una reazione colorimetrica, CLIA usa la chemiluminescenza, LFA usa il flusso laterale su una striscetta. È normale che non ci sia un accordo perfetto al 100%.

Lo studio ha anche rivelato una sieroprevalenza generale (cioè la percentuale di studenti che avevano anticorpi) intorno al 43-47% a seconda del test usato, con tassi più alti negli studenti sopra i 18 anni e nei maschi. Questo dà un’idea di quanto il virus fosse già circolato in quella comunità prima dell’arrivo di Omicron.
Implicazioni: Un’Arma in Più per la Salute Pubblica
Allora, qual è il messaggio da portare a casa? Secondo me, è un messaggio di grande speranza e ingegnosità. Questo studio dimostra che è possibile sviluppare localmente strumenti diagnostici affidabili e a basso costo, capaci di competere con alternative commerciali molto più dispendiose.
L’ELISA dell’AHRI si è rivelato uno strumento promettente per:
- Sondaggi siero-epidemiologici su larga scala: Per capire la reale diffusione del virus in una popolazione, anche in contesti con risorse limitate.
- Monitoraggio dell’immunità: Sia quella derivante da infezione naturale che, potenzialmente, quella indotta da vaccino (anche se questo studio era pre-vaccinazione).
- Supporto alla diagnosi: In casi sospetti dove magari il tampone molecolare risulta negativo.
Pensateci: poter disporre di un test ELISA “fatto in casa”, validato e performante, significa poter fare monitoraggio continuo, capire meglio la dinamica dell’epidemia e prendere decisioni di salute pubblica più informate, senza dipendere esclusivamente da kit d’importazione costosi. È un passo enorme verso l’autosufficienza diagnostica, specialmente per paesi a basso e medio reddito.
Certo, lo studio ha i suoi limiti, come l’assenza di dati precisi sull’inizio dei sintomi o la conferma con tampone molecolare per tutti i casi, che avrebbero aiutato a interpretare ancora meglio le discordanze. Ma i punti di forza, come l’ampio campione e il confronto diretto tra tre diverse metodologie in un contesto reale, sono innegabili.

In conclusione, questa ricerca etiope ci mostra come l’innovazione locale possa fornire soluzioni concrete a sfide sanitarie globali. L’ELISA dell’AHRI non sarà forse identico ai test commerciali più blasonati, ma ha dimostrato una performance decisamente solida, soprattutto rispetto al test CLIA, aprendo la strada a un suo utilizzo come strumento prezioso ed economico per la sorveglianza del SARS-CoV-2. Un plauso ai ricercatori dell’AHRI e ai loro collaboratori! È fondamentale continuare a monitorare l’esposizione e l’immunità al virus per essere pronti ad affrontare il futuro.
Fonte: Springer
