Condividere la Fede: Un Viaggio Sorprendente Tra Paesi e Religioni
Avete mai pensato a chi, nel mondo, sente il bisogno di parlare della propria fede con gli altri, anche con chi la pensa diversamente? È una domanda che mi ha sempre affascinato. Spesso pensiamo all’evangelizzazione come a qualcosa di controverso, magari legato a specifici gruppi religiosi o a certe aree geografiche. Ma la realtà, come ho scoperto immergendomi in una ricerca vasta e illuminante, è molto più complessa e, per certi versi, sorprendente.
Parliamoci chiaro: la condivisione della fede, o ‘faith sharing’ come la chiamano gli studiosi, è un fenomeno diffuso globalmente, molto più di quanto si possa immaginare. Non riguarda solo i cristiani negli Stati Uniti, su cui si è concentrata gran parte della ricerca finora. Attraverso i dati del Global Flourishing Study (GFS), uno studio imponente che ha coinvolto oltre 200.000 persone in 22 paesi diversi per cultura, geografia e religione, abbiamo finalmente una panoramica più ampia. E credetemi, i risultati scardinano parecchi preconcetti.
Una Mappa Inaspettata della Condivisione
La prima cosa che salta all’occhio è la variazione enorme tra i paesi. Se vi aspettate che i paesi occidentali siano i più “aperti” a parlare di fede, preparatevi a una sorpresa. La condivisione è ai livelli più bassi proprio in Europa, ma anche in Giappone, Australia e negli Stati Uniti. Chi sono allora i più propensi a condividere il proprio credo? I dati indicano chiaramente l’Africa (con Tanzania e Kenya in testa, dove oltre l’80% delle persone condivide la propria fede!), l’America Latina, il Medio Oriente e l’Asia (Giappone escluso).
Pensate: in Tanzania, l’83% degli intervistati afferma di parlare della propria religione o spiritualità anche con chi ha credenze diverse. In Kenya siamo all’81%, in Nigeria al 76%. Sono numeri impressionanti, che ci raccontano di società dove la fede è un elemento vibrante e comunicativo della vita quotidiana. Dall’altra parte dello spettro, troviamo il Giappone, con un misero 4%, e la Svezia con il 19%. L’Italia non era inclusa in questo specifico studio, ma i dati europei (Spagna 26%, Polonia 30%, UK 23%, Germania 21%) suggeriscono che anche da noi i livelli sarebbero probabilmente contenuti.
È interessante notare che non c’è una correlazione semplice tra la religione dominante e la propensione alla condivisione. Paesi a maggioranza musulmana come la Tanzania e la Nigeria sono ai primi posti, ma l’Egitto è più in basso. Paesi cattolici come il Brasile e le Filippine sono nella parte alta della classifica, mentre Polonia e Spagna sono più in basso. E i paesi protestanti vanno dal secondo posto del Kenya al ventunesimo della Svezia. Sembra quasi che la diversità religiosa stessa, in alcuni contesti, possa stimolare la condivisione, o forse è il riflesso di cambiamenti religiosi recenti e dinamici.

Non Solo Cristiani Americani: Chi Parla Davvero di Fede?
Uno dei punti cruciali emersi da questa ricerca è quanto fosse limitata la nostra comprensione basandoci quasi esclusivamente sui cristiani americani. Certo, gruppi come i Protestanti Conservatori, i Protestanti Neri e i Mormoni negli USA sono noti per la loro attività di condivisione. Ma cosa succede altrove? Lo studio GFS ci mostra che la condivisione è comune in tutte le grandi tradizioni religiose.
I dati Pew Research Center sui musulmani, ad esempio, indicavano già che circa il 60% di loro in 39 paesi sentiva il “dovere di provare a convertire gli altri all’Islam”. Il GFS conferma un’alta percentuale di condivisione tra i musulmani nei paesi analizzati (59%). Ma non solo: anche Indù, Buddisti, Ebrei e seguaci di altre religioni partecipano attivamente a questo dialogo interreligioso, seppur con modalità e frequenze diverse a seconda del contesto nazionale.
Anzi, se guardiamo i dati aggregati, gruppi come gli Umbanda, gli Spiritisti e gli Indù mostrano percentuali di condivisione altissime, anche se la loro presenza è concentrata in paesi dove la condivisione è già molto diffusa (come il Brasile per Umbanda e Spiritisti, o l’India per gli Indù). In generale, però, Musulmani, Cristiani e Indù tendono ad essere tra i gruppi più propensi alla condivisione in molti dei paesi studiati.
E i non religiosi? La domanda del GFS (“Parlo agli altri della mia religione o spiritualità…”) poteva risultare poco pertinente per chi si identifica come ateo, agnostico o senza religione (infatti molti hanno risposto “non pertinente”). Tuttavia, altre ricerche, come il U.S. Religious Landscape Survey del 2007, hanno mostrato che una percentuale significativa di non religiosi negli USA (circa il 67%) dichiara di condividere le proprie opinioni su Dio e la religione con persone religiose. Questo ci suggerisce che la “condivisione di visioni del mondo” non è affatto un’esclusiva dei credenti, anche se misurarla richiede domande formulate diversamente.
L’Eccezione Americana (e Occidentale): Perché i Vecchi Schemi Non Funzionano
Qui le cose si fanno davvero interessanti. I fattori che negli Stati Uniti sembravano predire chi condivide di più la fede (età, istruzione, stato civile, impiego, status di immigrato) spesso non funzionano allo stesso modo in altri paesi. Anzi, a volte l’associazione è esattamente l’opposto!
- Età: Negli USA, spesso si associa la condivisione a fasce d’età specifiche, ma globalmente il quadro è variegato. In alcuni paesi condividono di più i giovani (Egitto, Indonesia, Israele), in altri gli anziani (Hong Kong, Spagna, Sud Africa), in altri ancora entrambi più della mezza età (Turchia, Germania, USA stessi!), e in altri non c’è differenza significativa.
- Istruzione: Negli USA, i meno istruiti tendono a condividere di più. Ma in ben sei paesi analizzati (Germania, Indonesia, Giappone, Filippine, Svezia, UK) sono i più istruiti a farlo maggiormente! In altri nove paesi, vale la regola inversa (come negli USA), e in altri ancora l’istruzione non sembra contare.
- Genere: Le donne condividono un po’ di più in dieci paesi (tra cui USA, India, Brasile), ma nella maggior parte degli altri non emergono differenze significative.
- Status di immigrato: In alcuni paesi condividono di più i nativi (Brasile, Israele, USA), in altri gli immigrati (Australia, Indonesia, Spagna, Svezia), e in molti non c’è legame.
Questa incredibile variabilità ci lancia un messaggio forte: è pericoloso generalizzare. Ogni società ha un contesto culturale, storico e politico unico che influenza profondamente come e perché le persone parlano della loro fede. Non possiamo prendere il modello americano (o europeo) e applicarlo al resto del mondo.

Il Filo Rosso: Cosa Unisce Chi Condivide la Fede?
Nonostante tutte queste differenze, c’è un fattore che emerge come straordinariamente consistente in tutti i 22 paesi analizzati: la frequenza della partecipazione religiosa. Chi partecipa più spesso alle funzioni religiose (più di una volta a settimana, una volta a settimana, ecc.) è significativamente più propenso a condividere la propria fede rispetto a chi partecipa raramente o mai.
Questo legame è universale, attraversa culture e religioni. Suggerisce che un impegno attivo nella propria comunità di fede si traduce spesso in un desiderio o in una pratica di comunicare quella fede all’esterno. È interessante notare, però, che anche tra coloro che dichiarano di non frequentare mai funzioni religiose, una percentuale non trascurabile (in media il 27% a livello globale, ma con enormi variazioni nazionali) afferma comunque di condividere le proprie credenze religiose o spirituali.
E qui entra in gioco un altro fenomeno affascinante, che potremmo chiamare “effetto contagio” o “spillover effect”. Nelle società dove la religiosità è molto alta e diffusa (come la Tanzania o il Kenya), anche le persone meno praticanti o che si dichiarano non religiose tendono a condividere la fede molto più che altrove. Al contrario, nelle società più secolarizzate (come Svezia o Giappone), anche le persone molto devote condividono la loro fede con molta meno frequenza. Sembra quasi che il “clima” religioso generale di un paese influenzi il comportamento di tutti, credenti e non.
Per esempio, in Tanzania, il 63% di chi non va mai a messa condivide la fede – una percentuale più alta della media di condivisione totale in 17 degli altri paesi studiati! In Giappone, invece, solo il 2% di chi non frequenta mai condivide, e persino tra i frequentatori più assidui si arriva appena al 38%.
Perché Queste Differenze? Ipotesi sul Tavolo
Spiegare queste enormi differenze non è semplice, ma la ricerca suggerisce alcune piste:
- Vitalità religiosa vs. Sicurezza esistenziale: Forse nei paesi dove la religione è più “viva” e dinamica, la condivisione è una sua naturale espressione. Dove invece prevale la sicurezza economica e sociale (come in Europa), la religione potrebbe ritirarsi nella sfera privata.
- Mercati religiosi e Cambiamenti recenti: In luoghi come l’Africa sub-sahariana, la diffusione di Cristianesimo e Islam è relativamente recente. Le organizzazioni religiose sono giovani, imprenditoriali, spesso non legate allo Stato. Il cambiamento religioso è visto come normale, e questo potrebbe incoraggiare la condivisione. Al contrario, dove una religione dominante è radicata da secoli e sostenuta dallo Stato, parlare di fede con chi la pensa diversamente può essere visto come inappropriato o persino offensivo.
- Capitale sociale e Confini simbolici: In alcune società (specialmente occidentali), le élite culturali potrebbero usare la non-religione o una spiritualità “eclettica” per distinguersi, rendendo la condivisione pubblica della fede qualcosa di poco “raffinato”. Altrove, le élite potrebbero avere background diversi (magari formatesi in scuole missionarie) e la condivisione della fede non porta lo stesso stigma sociale.
Sono ipotesi affascinanti, che richiedono ulteriori studi per essere confermate.
Un Invito alla Scoperta
Questa ricerca, la prima nel suo genere per ampiezza e diversità, ci offre uno specchio potente. Ci mostra che la condivisione della fede è un fenomeno umano complesso, profondamente radicato in molte culture e religioni, ma modellato in modi unici dal contesto locale. Ci ricorda di andare oltre gli stereotipi e di non dare per scontato che ciò che vale in un angolo del mondo valga ovunque.
In un’epoca di crescenti restrizioni alla libertà religiosa e di tensioni interreligiose, capire chi condivide la propria fede, come e perché, diventa fondamentale. Non per giudicare, ma per comprendere meglio la dinamica globale del cambiamento religioso e le mille sfaccettature del dialogo (e talvolta dello scontro) tra visioni del mondo diverse. Spero davvero che questo studio sia solo l’inizio di un’esplorazione più profonda.
Fonte: Springer
