Un'aula moderna di un'università popolare con studenti adulti di età diverse che interagiscono con tablet e laptop durante un corso di competenze digitali. L'atmosfera è collaborativa e l'illuminazione naturale. Prime lens, 35mm, profondità di campo, colori naturali.

Competenze Digitali Post-COVID: Le Università Popolari Ridisegnano i Corsi?

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un tema che, ne sono certo, tocca le corde di molti di noi: le competenze digitali. Viviamo in un mondo che va a mille all’ora, bombardati da informazioni, app, social media e chi più ne ha più ne metta. Ma siamo davvero capaci di navigare questo mare magnum con consapevolezza e spirito critico? E soprattutto, come è cambiato il modo in cui impariamo a farlo, specialmente dopo lo tsunami chiamato COVID-19?

Mi sono imbattuto di recente in uno studio tedesco molto interessante che ha messo il naso proprio in questa faccenda, analizzando i programmi delle Volkshochschulen, che potremmo tradurre come le nostre “Università Popolari” o centri di educazione per adulti. E le scoperte, ve lo dico subito, sono piuttosto stuzzicanti!

Ma prima, cos’è questa “Media Literacy”?

Prima di tuffarci nei risultati, facciamo un piccolo passo indietro. Quando parliamo di “Medienkompetenz” (competenze mediali o digitali), non intendiamo solo saper usare un computer o uno smartphone. C’è molto di più! Un esperto tedesco, Dieter Baacke, già negli anni ’90 parlava di quattro dimensioni fondamentali:

  • Conoscenza dei media: capire come funzionano i media, quali sono le tecnologie dietro.
  • Utilizzo dei media: saperli usare attivamente per comunicare e agire.
  • Creazione con i media: non solo consumare, ma anche produrre contenuti.
  • Critica dei media: la capacità di analizzare e valutare i messaggi mediatici in modo riflessivo e, appunto, critico.

Insomma, essere “competenti” significa poter partecipare attivamente alla società, prendere decisioni informate e non farsi travolgere passivamente dalla marea digitale. E, diciamocelo, con la pandemia e la valanga di informazioni (e disinformazioni!) che ci ha investito, questa capacità è diventata ancora più cruciale.

Le Università Popolari: un faro nella formazione continua

Le Università Popolari, in Germania come da noi, giocano un ruolo pazzesco. Hanno una diffusione capillare e offrono opportunità di apprendimento a persone di tutte le età. Sono luoghi dove si coltiva la “partecipazione digitale per tutti”, un motto che suona come musica per le mie orecchie. L’idea è quella di dare a chiunque gli strumenti per essere parte attiva della società, della cultura e del mondo del lavoro. Bello, no?

Da decenni, queste istituzioni offrono corsi legati alle tecnologie. Pensateci: già negli anni ’70 si iniziava a discutere delle implicazioni sociali delle nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione. Poi, con l’arrivo di computer e Internet nelle case, c’è stato un vero boom di corsi. Ma, come hanno evidenziato diverse ricerche passate, l’attenzione era spesso concentrata sull’aspetto “strumentale”: come si usa questo software? Come si naviga in Internet? Un focus molto orientato alla qualificazione professionale, con la parte critica un po’ messa in ombra.

L’effetto COVID-19: cosa è cambiato nei programmi?

E qui arriva il bello dello studio che vi accennavo. I ricercatori si sono chiesti: la pandemia ha rimescolato le carte? Ha cambiato il modo in cui le Università Popolari affrontano le competenze digitali? Per scoprirlo, hanno analizzato i programmi di cinque di queste istituzioni, confrontando l’offerta pre-pandemia (primavera 2020) con quella post-pandemia (primavera 2024).

I risultati sono un mix interessante. Da un lato, il numero totale di corsi offerti è diminuito un po’ ovunque. La pandemia ha lasciato il segno, anche a livello finanziario, e non si è ancora tornati ai livelli pre-crisi. Ma – e questo è il dato che mi ha colpito – la percentuale di corsi dedicati alle competenze digitali è, nella maggior parte dei casi, aumentata! Da un 11,1% si è passati a un 12,3% in media sul campione analizzato.

Un'aula moderna e luminosa di un'università popolare, con adulti di età diverse che partecipano attivamente a un workshop sulle competenze digitali, alcuni usano laptop, altri tablet, e l'istruttore indica uno schermo interattivo. Prime lens, 35mm, profondità di campo, illuminazione calda e accogliente.

Questo suggerisce una maggiore attenzione verso questi temi, forse spinta proprio dall’accelerazione digitale che il COVID-19 ci ha imposto. Pensate a quante cose abbiamo dovuto imparare a fare online in fretta e furia!

Meno “come si fa” e più “perché e come criticamente”?

Ma l’aspetto più affascinante, secondo me, è il leggero spostamento di focus. Sembra esserci stata una timida virata dalle competenze operative di base (il classico corso su Word o Excel, per intenderci) verso un approccio più critico e creativo nell’uso delle tecnologie.

Analizzando i corsi attraverso modelli di competenza come il DigComp 2.2 AT (un framework europeo adattato dall’Austria) e il già citato modello di Baacke, è emerso che:

  • La categoria “Creazione di contenuti digitali” ha visto un aumento significativo. Pensate a corsi per creare fotolibri, collage, o persino per usare la stampa 3D a livello amatoriale. E, ovviamente, sono spuntati corsi sull’Intelligenza Artificiale, spesso con un taglio molto pratico e orientato all’uso quotidiano: “Come usare i sistemi di IA nella vita di tutti i giorni”.
  • Anche la dimensione della “Critica dei media” ha guadagnato terreno, sebbene la “Conoscenza dei media” (soprattutto quella strumentale-qualificatoria) rimanga ancora la più rappresentata. Sono comparsi nuovi incontri e conferenze su temi come “La battaglia per Internet: come Wikipedia, Mastodon e Co. sfidano i giganti tecnologici” oppure “Il culto dei selfie: come i filtri di bellezza e l’IA influenzano la nostra immagine di sé”. C’è persino un corso “Genitori-Figli-TikTok” che mira a esplorare tecniche creative ma anche a riflettere sui contenuti e sui potenziali pericoli. Fantastico!

Nonostante questi segnali positivi, va detto che i corsi puramente strumentali, legati all’uso di software per l’ufficio o gestionali, continuano a dominare la scena, sebbene in leggero calo. E la maggior parte delle offerte legate alle competenze digitali si trova ancora nell’area “Lavoro e Professione”.

Perché questi cambiamenti? Ipotesi e riflessioni

Cosa può aver guidato questa evoluzione? Lo studio avanza alcune ipotesi:

  1. La spinta digitale indotta dal COVID ha aumentato temporaneamente il bisogno di formazione su strumenti specifici (cloud, videoconferenze, ecc.), specialmente in ambito lavorativo. Questo potrebbe aver portato a una sorta di “saturazione” della domanda per questi corsi più basici negli anni successivi.
  2. Le difficoltà finanziarie durante la pandemia potrebbero aver spinto le istituzioni a concentrarsi su corsi con una domanda già consolidata. Ora, forse, c’è un tentativo di “risvegliare” la domanda con proposte nuove e più orientate alla riflessione critica e alla creatività.
  3. La crescente attenzione pubblica verso temi come l’Intelligenza Artificiale ha sicuramente giocato un ruolo nell’introdurre nuovi argomenti.

Resta da vedere se questa sia l’alba di una vera e propria inversione di tendenza o solo un assestamento temporaneo. Quello che è certo è che le Università Popolari si trovano di fronte a una sfida continua: bilanciare la necessità di fornire competenze pratiche e spendibili sul mercato del lavoro con la missione, a mio avviso fondamentale, di formare cittadini consapevoli, critici e capaci di partecipare attivamente a una società sempre più digitalizzata.

C’è ancora strada da fare perché la “critica dei media” abbia lo stesso peso della “conoscenza dei media” strumentale. Ma i segnali di un cambiamento, seppur timido, ci sono. E questo, per chi come me crede nell’importanza di un’educazione che emancipa, è sicuramente una buona notizia.

E voi, cosa ne pensate? Avete frequentato corsi di questo tipo? Credete che l’offerta formativa stia andando nella giusta direzione? Fatemelo sapere nei commenti!

Un gruppo eterogeneo di adulti in un ambiente di apprendimento collaborativo, che discutono animatamente attorno a un tavolo con laptop aperti e appunti, simboleggiando la dimensione critica e di co-creazione delle competenze digitali. Obiettivo zoom 24-70mm, luce naturale da una finestra laterale, colori vividi, espressioni concentrate e partecipi.

Personalmente, ritengo che questa evoluzione sia essenziale. Non basta saper “fare clic”, dobbiamo capire cosa stiamo cliccando, perché lo stiamo facendo e quali sono le implicazioni. Le Università Popolari, con la loro vocazione all’educazione permanente e all’inclusione, sono il luogo ideale per coltivare queste competenze a 360 gradi. La sfida è quella di non limitarsi a rispondere alla domanda immediata del mercato, ma di anticipare i bisogni formativi di una cittadinanza che deve essere sempre più attrezzata per decifrare la complessità del reale, anche quello digitale.

Lo studio tedesco, pur con le sue limitazioni (un campione piccolo, l’analisi dei programmi e non dei corsi effettivamente realizzati), ci offre spunti preziosi. Ci dice che qualcosa si muove, che la consapevolezza dell’importanza di una media literacy più completa sta crescendo. Speriamo che questa tendenza si consolidi e si diffonda, perché ne abbiamo davvero un gran bisogno!

Fonte: Springer

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