Veduta fotorealistica del sito archeologico di Los Matagallares sulla costa di Granada, con resti parzialmente scavati di fornaci circolari in mattoni e numerosi frammenti di anfore romane sparsi in primo piano. Luce del mattino che illumina le rovine e il paesaggio collinare circostante. Obiettivo grandangolare 20mm, messa a fuoco nitida su tutta la scena, dettagli realistici della pietra e della ceramica.

Segreti d’Argilla: Viaggio nelle Antiche Fornaci Romane sulla Costa di Granada

Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio affascinante indietro nel tempo, sulla costa soleggiata di Granada, in Spagna. Immaginatevi intorno al III secolo d.C., un periodo di grandi cambiamenti per l’Impero Romano. Proprio qui, in un luogo chiamato Los Matagallares, vicino all’antica città romana di Selambina (l’odierna Salobreña), ferveva un’attività incredibile: la produzione di ceramica.

Non parliamo di vasetti qualsiasi, eh! Questo sito era uno dei più importanti centri di produzione ceramica di tutta l’Iberia meridionale, specialmente in quel cruciale III secolo. Pensate che da qui partivano tantissime anfore, quei contenitori iconici che solcavano il Mediterraneo carichi di tesori locali: salse di pesce prelibate (come il famoso garum), pesce salato, vino e chissà quali altre delizie. Los Matagallares, quindi, non era solo una fabbrica di vasi, ma un motore economico fondamentale per la provincia romana della Baetica (più o meno l’Andalusia di oggi) in quel periodo di transizione verso il Tardo Impero.

Un Tuffo nel Passato: Il Sito di Los Matagallares

Gli scavi archeologici, condotti tra il 1995 e il 1999, ci hanno regalato uno spaccato incredibile di questo luogo. Immaginate di camminare tra i resti di ben cinque fornaci, cumuli di scarti di produzione (i “cocci” che non erano venuti bene!) e altre strutture legate alla vita quotidiana dell’officina. Abbiamo trovato persino gli attrezzi del mestiere dei vasai: spatole, rotelle, supporti biconici usati per modellare e far asciugare i vasi, e persino palline di argilla cotta frammentate.

Grazie agli strati archeologici e ai materiali ritrovati, sappiamo che questa officina fu attiva dalla fine del II o inizio del III secolo d.C. fino alla fine del III o inizio del IV secolo d.C. La sua importanza sta proprio nell’essere una testimonianza eccezionale di come si produceva ceramica in un momento chiave della storia romana.

La varietà di anfore prodotte qui è sorprendente! Le più comuni erano le Dressel 14 e le Almagro 51c, destinate principalmente ai prodotti ittici. Pensate che per ognuno di questi tipi sono state distinte fino a quattro varianti morfologiche! Ma non si facevano solo quelle: c’erano anche le Beltrán IIB, Keay XVI, Keay XLI, Beltrán 72 (sempre per il pesce), e poi anfore per il vino come le Dressel 30, imitazioni delle Galliche 4, e le Matagallares I e II. Perfino qualche anfora per l’olio, come una tarda variante della Dressel 20, anche se in quantità molto minori. Insomma, un vero e proprio catalogo!

Ma non si vive di sole anfore! A Los Matagallares si produceva anche un’ampia gamma di ceramiche comuni e da cucina, a volte imitando le forme nordafricane, e persino materiali da costruzione come tegole. Probabilmente, però, queste merci avevano una diffusione più locale rispetto alle anfore destinate ai lunghi viaggi commerciali.

Ricostruzione fotorealistica di una fornace romana attiva a Los Matagallares al tramonto, con anfore di tipo Dressel 14 e Almagro 51c accatastate vicino all'ingresso e fumo denso che esce dal camino. Luce calda del tardo pomeriggio, dettagli realistici dell'argilla cruda, delle strutture in mattoni e del paesaggio circostante. Obiettivo prime 35mm, profondità di campo accentuata.

Sotto la Lente: Cosa Ci Raccontano le Ceramiche?

Ora viene il bello! Come facciamo a capire davvero come lavoravano questi antichi artigiani e da dove prendevano le materie prime? Qui entra in gioco la scienza. Abbiamo preso 44 campioni rappresentativi – frammenti di anfore di vari tipi, ceramiche comuni, da cucina, materiali edilizi e persino un supporto da vasaio – e li abbiamo analizzati con un approccio multi-tecnica. Un po’ come fare una “TAC” e un “esame del sangue” ai nostri reperti!

Abbiamo usato:

  • Petrografia in sezione sottile (OM): In pratica, abbiamo tagliato fettine sottilissime di ceramica (così sottili da essere trasparenti!) e le abbiamo guardate al microscopio polarizzatore. Questo ci permette di vedere i minerali e i frammenti di roccia (le “inclusioni”) presenti nell’impasto, capendo la loro natura e origine.
  • Diffrazione a raggi X (XRD): Questa tecnica ci svela quali minerali cristallini compongono la ceramica, dandoci indizi anche sulle temperature di cottura raggiunte nelle fornaci.
  • Fluorescenza a raggi X a dispersione di lunghezza d’onda (WD-XRF): Con questa analisi misuriamo la composizione chimica elementare della ceramica (quanto silicio, alluminio, ferro, calcio, ecc. c’è).

L’obiettivo? Duplice. Da un lato, volevamo definire la “carta d’identità” chimica e mineralogica dei prodotti di Los Matagallares. Questo è fondamentale perché ci permetterà, in futuro, di riconoscere le ceramiche provenienti da questa officina quando le troviamo in altri siti archeologici sparsi per l’Impero Romano. Immaginate di trovare un’anfora in Bretagna e poter dire con certezza: “Questa viene da Los Matagallares!”. Ci aiuterebbe a ricostruire le rotte commerciali e la portata economica di questa zona.

Dall’altro lato, analizzando i diversi tipi di ceramica, speravamo di capire meglio le scelte tecnologiche dei vasai: come sceglievano e preparavano l’argilla? Usavano “ricette” diverse per tipi diversi di vasi? Come gestivano la cottura? Sono aspetti affascinanti che ci aprono una finestra sull’organizzazione del lavoro in un’officina romana.

La “Ricetta” Segreta dei Vasai Romani

E cosa abbiamo scoperto? Beh, la prima cosa interessante è che la geologia locale intorno a Los Matagallares è dominata da rocce metamorfiche (scisti, quarziti, anfiboliti) ricche di minerali come granato, cianite, sillimanite… E indovinate un po’? Le inclusioni che abbiamo visto al microscopio nella stragrande maggioranza delle ceramiche (42 campioni su 44!) sono proprio frammenti di queste rocce metamorfiche e i loro minerali! Questo suggerisce fortemente che i vasai usassero materie prime locali, probabilmente argille raccolte vicino ai corsi d’acqua come il fiume Guadalfeo o la Rambla de Molvízar.

Abbiamo notato una certa variabilità nella “grana” dell’impasto: alcuni campioni hanno inclusioni più grossolane (sabbia media e grossa), altri sono più fini. È interessante notare che sembra esserci una tendenza: le anfore più grandi, come le Dressel 14 e le Keay XVI, tendono ad avere un impasto più grossolano, mentre tipi come Almagro 51c, Dressel 30 e Matagallares I sono spesso più fini. Non è una regola ferrea, ma potrebbe indicare che i vasai adattassero leggermente la ricetta in base alla dimensione o alla forma del vaso da produrre. Forse setacciavano l’argilla in modo diverso? O forse sceglievano depositi di argilla leggermente differenti? Per ora sono ipotesi, ma affascinanti!

Primo piano macro di una sezione sottile di ceramica romana vista al microscopio polarizzatore. Si distinguono chiaramente cristalli colorati di quarzo, miche brillanti e frammenti di roccia scura (scisto) immersi in una matrice argillosa rossastra. Illuminazione controllata da sotto, alta definizione, obiettivo macro 100mm, messa a fuoco precisa sui minerali.

L’analisi chimica (WD-XRF) ha confermato questa sostanziale omogeneità. La maggior parte dei campioni ha una composizione elementare molto simile. L’elemento che varia di più è il Calcio (CaO), con alcuni campioni (tutte anfore) che ne contengono un po’ di più (dal 4.5% al 7.3%) rispetto alla maggioranza, che è a basso contenuto di calcio. Non abbiamo trovato una corrispondenza diretta tra questo calcio e le inclusioni di carbonato viste al microscopio, quindi potrebbe dipendere dalla matrice argillosa stessa o da come venivano preparati gli impasti, forse con qualche piccola “distrazione” in più nella produzione delle anfore rispetto alle ceramiche comuni.

Ci sono state due eccezioni notevoli: un campione di orlo trilobato (MTG-20) che ha una composizione sia petrografica che chimica leggermente diversa (matrice più rossastra, ricca di ferro e alluminio, meno calcio). Potrebbe essere una ricetta locale un po’ diversa o forse un prodotto importato da un’altra officina regionale? Difficile dirlo con certezza. L’altro è un campione di tegola (MTG-37) con un impasto molto eterogeneo, come se l’argilla non fosse stata mescolata benissimo. Questo non è raro per i materiali da costruzione antichi, spesso fatti con meno cura rispetto al vasellame. Curiosamente, un altro pezzo di materiale da costruzione (MTG-38) aveva invece lo stesso impasto delle anfore e delle altre ceramiche, dimostrando che a volte usavano la stessa “ricetta” per tutto!

Cotto a Puntino? I Segreti della Cottura

E la cottura? Combinando i dati del microscopio (l’aspetto della matrice argillosa) e dell’XRD (i minerali presenti), sembra che la maggior parte delle ceramiche di Los Matagallares venisse cotta a temperature relativamente basse, probabilmente intorno agli 800-850°C. Solo pochi campioni, tra cui curiosamente i due materiali da costruzione, mostrano segni di temperature più alte (fino a 950-1000°C).

Anche se molti cocci appaiono di un colore omogeneo marrone o rossiccio, abbiamo notato variazioni, a volte anche all’interno dello stesso frammento (ad esempio, un nucleo più scuro e grigiastro rispetto ai bordi). Questo ci dice che le condizioni all’interno delle fornaci non erano perfettamente controllate, con fasi alternate di riduzione (meno ossigeno) e ossidazione (più ossigeno). Sembra che il colore finale non fosse una priorità assoluta, indipendentemente dalla funzione del vaso. Certo, dobbiamo ricordare che molti dei nostri campioni provengono da cumuli di scarti, quindi potrebbero rappresentare cotture non riuscite!

Tracce nel Tempo: Seguire le Merci Romane

Avere la “carta d’identità” precisa delle ceramiche di Los Matagallares è un passo enorme. Perché? Perché ci permette di fare quello che gli archeologi amano tanto: seguire le tracce! Possiamo confrontare le nostre analisi con quelle di ceramiche trovate in altri siti, anche molto lontani, e capire se provengono proprio da qui.

Questo è cruciale per le anfore. Sappiamo che forme simili venivano prodotte anche in altre officine della Baetica o del Nord Africa. La sola forma non basta per essere sicuri dell’origine. A volte ci aiutano i bolli (marchi impressi sull’argilla prima della cottura) o le iscrizioni dipinte (tituli picti), ma a Los Matagallares sono rarissimi. Abbiamo trovato solo qualche bollo IAN su anfore Dressel 14.

Ma grazie alle nostre analisi scientifiche, possiamo superare questo limite. E abbiamo già un esempio concreto! Studiando anfore trovate sulla costa catalana, a Mataró (l’antica Iluro), abbiamo identificato un frammento di anfora Dressel 30 (ILU088) la cui composizione petrografica ed elementare corrisponde perfettamente a quella dei prodotti di Los Matagallares! È una prova tangibile che le merci prodotte qui viaggiavano almeno fino alla costa nord-orientale della Spagna. Chissà dove altro potremo trovarle in futuro!

Mappa antica stilizzata del Mediterraneo occidentale romano, con evidenziate la costa di Granada (Los Matagallares) e la costa catalana (Mataró/Iluro). Frecce tratteggiate indicano una possibile rotta commerciale marittima tra le due aree. Colori seppia e ocra, stile cartografico antico. Dettagli delle coste e nomi delle province romane.

Perché Tutto Questo è Importante?

Questo studio su Los Matagallares non è solo una curiosità per specialisti. Ci aiuta a capire meglio l’economia romana in un periodo complesso, le connessioni commerciali tra diverse regioni, le tecnologie artigianali. Ogni frammento analizzato aggiunge un tassello al grande puzzle della storia.

Identificare con certezza i prodotti di Los Matagallares in giro per il Mediterraneo ci permetterà di disegnare mappe di distribuzione più precise, non solo per le anfore ma anche per le imitazioni locali di ceramiche da cucina africane, che magari finora sono state scambiate per importazioni vere e proprie.

Il nostro lavoro sottolinea quanto sia importante continuare ad analizzare scientificamente i materiali provenienti dalle officine ceramiche romane della Baetica e di altre regioni. Solo così potremo distinguere le produzioni, ricostruire le reti commerciali e comprendere a fondo le dinamiche economiche e sociali che hanno plasmato il mondo antico. Speriamo che questo studio sia d’ispirazione per future ricerche! È un campo in cui c’è ancora tantissimo da scoprire, e ogni nuova analisi ci avvicina un po’ di più a comprendere la vita quotidiana e i grandi commerci dei nostri antenati romani.

Fonte: Springer

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