Centrali Fantasma: Il Futuro Incerto del Nostro Patrimonio Industriale Energetico
Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio un po’ insolito, tra ciminiere silenziose e sale macchine abbandonate. Avete mai pensato a cosa succede a quelle enormi centrali elettriche a combustibili fossili (le chiameremo FFPS, dall’inglese Fossil Fuel Power Stations) che stanno chiudendo i battenti una dopo l’altra, qui nel Sud-Ovest dell’Europa? È un tema che mi affascina e mi preoccupa allo stesso tempo, perché tocca corde profonde: la nostra storia industriale, la lotta al cambiamento climatico e il destino di paesaggi che, nel bene e nel male, hanno segnato il nostro territorio.
Vedete, manca uno studio completo che analizzi l’impatto delle politiche climatiche sul patrimonio costruito di queste industrie “inquinanti”. Ecco perché mi sono tuffato in una ricerca approfondita, concentrandomi su Spagna, Francia, Portogallo, Italia, Gibilterra, Malta, Monaco e Città del Vaticano. Paesi che, oltre a condividere un contesto storico e climatico simile, hanno tutti ratificato gli accordi sul clima e hanno una certa tradizione nella gestione del patrimonio industriale.
La Sfida: Decarbonizzazione vs. Conservazione
L’obiettivo? Capire come stiamo conservando (o non conservando) queste vecchie centrali a carbone e petrolio, come le politiche di decarbonizzazione influenzano il loro destino e quali dilemmi legati al patrimonio culturale emergono quando si decide di chiuderle per ridurre le emissioni di gas serra.
Gli Accordi di Parigi del 2015 e le normative europee successive (come il Regolamento UE 2021/1119) stanno accelerando la decarbonizzazione industriale. Questo significa trasformare o chiudere impianti basati sui combustibili fossili. Bello, no? Certo, per il pianeta. Ma che ne è di questi giganti di metallo e cemento? Che ne è del loro significato culturale?
Alla COP27 del 2022 si è finalmente riconosciuto il legame critico tra patrimonio culturale e cambiamento climatico. Si è parlato del potenziale del patrimonio come motore di sviluppo sostenibile. Eppure, quando si tratta di queste FFPS, la situazione è complessa. Molte vengono chiuse per rispettare l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile (SDG) numero 13 (ridurre le emissioni). La loro dismissione, spesso vista come una misura di ripristino ambientale (in linea con l’SDG 15), è un requisito legale.
Ma è davvero così semplice? Queste centrali, un tempo considerate le “cattedrali del mondo moderno”, simboli della Seconda Rivoluzione Industriale e del progresso, sono diventate i “paria dei gas serra”. Da icone a fantasmi demoliti in un paesaggio deindustrializzato. È una narrazione potente, ma forse troppo semplicistica. Non si tratta solo di uno scontro tra conservazionisti del patrimonio e ambientalisti; entrano in gioco politiche urbane, di rigenerazione territoriale e culturali.
Il Valore Nascosto delle “Cattedrali” Industriali
Pensateci: la demolizione di queste strutture imponenti è quasi un rituale simbolico che segna la fine di un’era. Allo stesso tempo, l’integrazione di impianti dismessi in parchi pubblici richiama pratiche di design contemporaneo che giocano sul concetto di “sublime (de)industriale”. L’emergenza climatica, come prima l’obsolescenza tecnologica, ci lascia in eredità nuovi siti dismessi, la cui comprensione culturale è una sfida affascinante.
Questi luoghi sono legati indissolubilmente alla storia antropogenica del cambiamento climatico, creando un tema interpretativo condiviso: il “patrimonio del cambiamento climatico”. Le FFPS colpite dalle politiche di decarbonizzazione sono spesso strutture costruite nell’ultimo terzo del XX secolo, magari con un’architettura esterna più “ascetica”, senza fronzoli artistici (anche se ci sono eccezioni, come la centrale di Aboño in Spagna, decorata dall’artista Joaquín Vaquero), ma caratterizzate da ciminiere slanciate e, a volte, da imponenti torri di raffreddamento iperboloidi.
Quali argomenti si usano per difenderle? Gli stessi principi delle carte internazionali sul patrimonio industriale:
- Il loro valore come punti di riferimento nel paesaggio (landmark).
- L’estetica industriale.
- La testimonianza dell’evoluzione tecnologica e morfologica.
- Eventuali singolarità artistiche contemporanee.
- Il significato storico del sito.
- La loro rilevanza globale.
- La facilità di conservazione (a volte!) e il potenziale per nuovi usi.
Sono risorse culturali complesse, quasi metafore della complessità del nostro tempo. Alcuni esperti suggeriscono che i criteri di selezione e conservazione dovrebbero legarsi direttamente ai processi di generazione dell’energia, per rispettarne l’essenza e favorire un approccio didattico.

“Dark Heritage” e Memorie Contese
Il contesto del cambiamento climatico aggiunge ulteriori significati. Associazioni come Hispania Nostra parlano del loro valore testimoniale, un approccio che nel mondo anglosassone chiamano “dark heritage”, sottolineando la relazione con l’ambiente. Si può parlare di “paesaggi della Grande Accelerazione”, segnati dal consumo globale di combustibili e dall’impatto delle attività estrattive. Conservare una ciminiera diventa un’azione complessa di “patrimonializzazione dell’inquinamento”.
Ma non è solo questo. Le proteste locali contro l’alterazione di questi paesaggi possono essere lette come una rivendicazione della memoria delle comunità colpite dalle politiche energetiche, una denuncia del deterioramento di società spesso formate da migranti, spostate da interessi capitalistici. L’esempio della centrale di San Adrià de Besòs, riconosciuta come simbolo delle lotte operaie contro l’inquinamento e salvata grazie a un referendum cittadino, è illuminante.
Quindi, invece di vedere questi siti solo come “brownfield” contaminati da demolire, potremmo considerarli come siti del patrimonio industriale in trasformazione. Potremmo pensare a un “energyscape”, un paesaggio culturale caratterizzato dall’impronta dei sistemi di produzione, fornitura e consumo di energia. Certo, c’è anche chi sostiene la rinaturalizzazione e il restauro come modo per fornire un “patrimonio naturale” alle generazioni future, vedendo la distruzione del lascito industriale come una misura allineata all’agenda della sostenibilità. È un dibattito aperto.
Uno Sguardo al Patrimonio Costruito: Tra Riuso e Abbandono
La ricerca ha coinvolto la creazione di un database georeferenziato, incrociando riferimenti storici, letteratura sul patrimonio, report amministrativi e documentazione aziendale. Ho cercato di mappare non solo le centrali attive o chiuse di recente, ma anche quelle storiche, per avere un quadro il più completo possibile.
Il risultato? Un totale di 1.305 record di FFPS per uso commerciale e autoproduzione industriale nel Sud-Ovest Europa tra il 1882 e il 2020. Di queste, 849 sono state geolocalizzate con precisione.
I numeri parlano chiaro:
- Attive nel 2022: 218 (16,70%), per lo più a gas e costruite negli ultimi 30 anni.
- Riconvertite/Riusate: Solo 199 (15,24%), principalmente per usi urbani (culturali, museali). Il riuso industriale è meno frequente.
- Chiuse, abbandonate o demolite: Ben 475 (oltre il 36%).
- Status incerto: 413, probabilmente smantellate (molte costruite prima del 1950).
E la protezione legale? Bassissima. Solo 49 FFPS (< 5%) godono di uno status di protezione patrimoniale. In Spagna, ad esempio, abbiamo 13 edifici e 4 ciminiere protette, ma solo 5 risalgono alla seconda metà del XX secolo (Alcudia, Sant Adrià de Besòs, Malaga, As Pontes). In Francia, nonostante oltre 90 siti siano listati nell’inventario generale, almeno 30 sono stati demoliti *dopo* l’iscrizione! In Portogallo, solo 2 su 12 inventariate sono classificate come monumento. In Italia, si tende a proteggere selettivamente gli elementi più significativi (come le sale turbine di Porto Marghera e Civitavecchia, o parti della centrale di Genova-Lanterna).
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Storie di Riuso: Da Fabbriche di Energia a Fabbriche di Cultura (e non solo)
Dagli anni ’80, il riuso più comune per le FFPS dismesse nel Sud-Ovest Europa è stato quello culturale, museale ed educativo. Spesso si recuperano le sale caldaie e turbine, o si conservano solo le ciminiere come landmark urbani. Questo avviene soprattutto in contesti urbani e per edifici precedenti al 1970, magari con uno stile storicista o razionalista.
Non solo nelle grandi capitali (pensiamo a Montemartini a Roma, Mediodía a Madrid, Bankside/Tate Modern a Londra), ma anche in città di medie dimensioni come Rouen (Francia) o Ponferrada e Puertollano (Spagna). Proprio a Ponferrada, la centrale MSP (1918-1945) è diventata monumento nazionale nel 2022 ed è un museo dal 2007. A Granollers (Spagna), la centrale Roca Umbert (1951) conserva ancora i macchinari ed è un notevole bene didattico.
In Italia, vecchie centrali urbane sono state integrate come strutture culturali a Roma, Milano, Torino, Modena, Bergamo, Savona, Portoferraio. In Portogallo, ben 23 impianti storici sono stati recuperati per usi culturali e turistici, come la famosa Central Tejo a Lisbona, ora parte della rete “Museos da Energia”. A Malta, la centrale Lascaris (1894) è parte dei circuiti turistici del porto, e una sezione dei macchinari della Marsa A (1952) è conservata nelle gallerie che ospitano attività culturali di Enemalta.
Ci sono anche altri usi: uffici (Saint Omer Longuenesse in Francia, Madrid-Mazarredo in Spagna, Civitavecchia in Italia), supermercati (Rouen), persino templi (Sobradelo in Spagna, Saint Claude in Francia).
Il riuso industriale esiste, ma è meno diffuso: sottostazioni elettriche (Adrall o Valencia in Spagna), fabbriche (Amiens o Creusot in Francia). L’ex centrale SNIA Viscosa a Torviscosa (Italia, 1937-1961) è stata reintegrata in una fabbrica chimica. La centrale di Saint-Leu-d’Esseren (Francia, 1955) è forse il più grande esempio di FFPS conservata per uso industriale (centro logistico).
Le Grandi Escluse: Le Centrali del Tardo XX Secolo
E le centrali costruite nell’ultimo terzo del XX secolo, quelle più colpite dai programmi di decarbonizzazione? Quelle nate dopo le crisi petrolifere degli anni ’70 e ’80, quando il carbone europeo tornò in auge e le infrastrutture energetiche furono rinnovate? I dati mostrano che queste grandi centrali a carbone e petrolio, nonostante alcune eccezioni, non hanno ancora ricevuto un’effettiva considerazione culturale in termini di protezione o riuso.
Funchal (Portogallo, 1952-76) è stata adattata a museo nel 1997. San Adrià de Besòs (Spagna, 1976), con le sue iconiche tre ciminiere, è ancora in attesa di un nuovo uso, ma la sua conservazione è frutto di un notevole movimento cittadino supportato dalle amministrazioni locali e da Docomomo Ibérico. Nelle Baleari, i fondi europei Just Transition supporteranno progetti di decontaminazione e riuso per la centrale di Alcudia (Spagna, 1961), dopo la sua iscrizione al massimo livello di protezione culturale. In Galizia, si è discusso della conservazione della ciminiera di As Pontes de García Rodríguez (Spagna, 1982) come monumento ingegneristico, ma l’amministrazione regionale ha rifiutato, nonostante le richieste dei cittadini.

Ci sono proposte di adattamenti parziali, senza una vera vocazione patrimoniale: la sala turbine di Andorra-Teruel (Spagna, 1981) proposta come centro operativo per un impianto fotovoltaico; l’edificio uffici di Anllares e il magazzino di Velilla (Spagna, 1982) conservati per uso comunitario. Anche l’attenzione per gli impianti ancora attivi è scarsa, sebbene in Francia EDF abbia implementato programmi culturali a Bouchain (dove si conserva la torre di raffreddamento) e Le Havre (le cui ciminiere, usate per proiezioni luminose, saranno presto smantellate).
Il Dibattito Infuocato: Demolire o Conservare?
Siamo di fronte a un grande dibattito. Da un lato, la necessità ambientale, la mancanza di rilevanza patrimoniale percepita e i costi economici spingono verso la dismissione. Dall’altro, ci sono i valori storici, architettonici, tecnologici e sociali. Le controversie sul patrimonio sembrano accendersi proprio con gli annunci di dismissione; sugli impianti attivi, l’attenzione è limitata.
Si parla di preservare il “patrimonio immateriale” (le memorie, le storie dei lavoratori) come misura palliativa, mentre le assenze lasciate dalla deindustrializzazione disegnano nuove mappe della diaspora operaia. È una contraddizione tipica del fenomeno patrimoniale: i “discorsi autorizzati sul patrimonio” invocano la memoria collettiva, ma poi giudicano questi siti inquinati non conformi ai criteri standard del patrimonio costruito.
C’è una notevole disparità tra gli interventi realizzati nelle vecchie centrali urbane, spesso in città importanti, e l’abbandono amministrativo delle aree minerarie o rurali dove si trovano gli impianti più recenti. Questo squilibrio potrebbe essere un indicatore delle disparità territoriali che affliggono l’Europa, tra aree urbane in crescita e aree rurali in declino.
Nonostante le linee guida internazionali e nazionali (come il Piano Nazionale Spagnolo per il Patrimonio Industriale o le dichiarazioni del Just Transition Fund dell’UE) riconoscano l’importanza di preservare l’identità e il patrimonio (tangibile e intangibile) delle comunità minerarie ed energetiche in transizione, l’applicazione pratica è un’altra storia. Dipende dai criteri di ogni stato membro e regione.
Situazioni Nazionali a Confronto
La controversia più accesa sembra essere in Spagna, con una crescente domanda sociale di protezione supportata da accademici, alcune amministrazioni e associazioni. Ma le competenze regionali frammentate e i rifiuti di protezione da parte di alcune regioni (Aragona, Castilla y León, Paesi Baschi, Asturie) rendono difficile un approccio coordinato.
In Francia, le proteste sono state meno forti, forse perché il nucleare domina il mix energetico e le grandi ristrutturazioni industriali risalgono alla fine del secolo scorso. Tuttavia, c’è stata una controversia rilevante per le ciminiere di Vitry (1966).
A Malta, i valori architettonici attribuiti alla centrale Marsa B (1966) non ne hanno impedito la demolizione nell’ambito di un progetto di riqualificazione urbana.
In Italia, i conflitti sembrano minori, forse per un maggiore riconoscimento sociale delle politiche di tutela e la sensibilità dell’amministrazione alle richieste delle associazioni (come AIPAI). Il programma FUTUR-E di ENEL per la riqualificazione di 23 centrali ha avuto buona copertura mediatica, anche se rimangono dibattiti aperti (es. ciminiera di Porto Tolle).
In Portogallo, Gibilterra, Monaco e Vaticano, non si registrano opposizioni significative alla dismissione legata alla decarbonizzazione, per motivi diversi (poche centrali attive in Portogallo, sostituzione con impianti più efficienti a Gibilterra, fornitura esterna a Monaco, applicazione dell’enciclica Laudato Si’ in Vaticano).

Perché si Demolisce Così Facilmente?
La demolizione sistematica delle FFPS sembra spiegarsi con tre fattori principali:
- Fattori sociali e culturali: Scarso riconoscimento pubblico dei valori culturali e paesaggistici del patrimonio industriale e dell’architettura contemporanea.
- Fattori legali: Mancata applicazione delle figure di protezione culturale esistenti e conseguente dismissione come applicazione delle normative che promuovono la rigenerazione ambientale e la decontaminazione.
- Fattori economici: Interessi industriali o immobiliari, costi di manutenzione elevati del patrimonio industriale, profitti derivanti dal riciclo dei materiali.
A questo si aggiunge spesso la posizione degli operatori energetici, che parlano di “riabilitazione dei siti” e “seconda vita”, ma nei fatti procedono spesso alla demolizione, magari conservando la memoria solo attraverso archivi, registrazioni audiovisive o modelli 3D. Programmi come FUTUR-E di ENEL, pur con componenti culturali, argomentano l’impraticabilità della conservazione fisica degli impianti.
I costi sono un fattore cruciale. La riabilitazione, la manutenzione (soprattutto per strutture complesse e materiali che richiedono trattamenti anti-corrosione) e la decontaminazione (amianto, ceneri radioattive) sono estremamente onerose. La demolizione, invece, può essere lucrativa grazie al riciclo. Inoltre, la grande scala di questi impianti li rende difficili da riutilizzare. Non dimentichiamo poi l’interesse economico legato alla loro posizione: siti costieri di grande interesse urbanistico, aree rurali idonee alla reindustrializzazione (spesso con nuovi impianti energetici, magari rinnovabili). Se non c’è una proposta redditizia, il ripristino ambientale appare spesso la soluzione più conveniente.
Conclusioni (Amarognole?)
Questa indagine nel Sud-Ovest Europa ci offre una panoramica inedita sulla dimensione del patrimonio costruito legato alla generazione di energia da combustibili fossili. I dati mostrano un livello di conservazione simile tra i paesi (attorno al 12%), ma evidenziano come il riconoscimento e la conservazione delle FFPS colpite dalla decarbonizzazione siano limitati, con un riuso concentrato su edifici urbani della prima metà del XX secolo.
Il patrimonio delle FFPS, al confine tra architettura e ingegneria, ha un potenziale leggibile anche in chiave transnazionale, soprattutto alla luce del cambiamento climatico (dark heritage). Ci sarebbero opportunità per l’appropriazione comunitaria e l’adattabilità turistica, ma le resistenze estetiche, ambientali ed economiche sono fortissime.
La demolizione viene presentata come misura allineata alla sostenibilità ambientale ed economica, ma porta alla cancellazione di tracce importanti della nostra storia industriale e sociale. Senza un cambio di rotta, la demolizione delle FFPS costruite nell’ultimo terzo del XX secolo continuerà, nonostante le linee guida che invocano la valorizzazione del patrimonio industriale come risorsa per lo sviluppo sostenibile delle comunità in transizione.
Insomma, le nostre “cattedrali” industriali affrontano un futuro incerto, strette tra la necessità di un futuro più verde e la difficoltà di riconoscere e conservare un passato ingombrante, ma denso di significati.
Fonte: Springer
