Respirare Liberi: Affrontare le Lesioni Sottoglottiche con una Tecnica Innovativa e Sicura
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di una sfida medica affascinante e di come, a volte, l’ingegno ci permette di superare ostacoli che sembrano insormontabili. Immaginate una zona delicatissima del nostro corpo, appena sotto le corde vocali: la regione sottoglottica. Qui possono formarsi lesioni, sia benigne che maligne, che rappresentano un bel grattacapo per noi medici. Perché? Beh, per la loro posizione anatomica critica e perché spesso sono ricche di vasi sanguigni, il che aumenta non poco i rischi durante qualsiasi procedura.
Il Dilemma delle Lesioni Sottoglottiche
Quando ci troviamo di fronte a una lesione in questa zona, la nostra priorità è duplice: ottenere una diagnosi precisa (spesso tramite biopsia) e, se necessario, intervenire per trattarla, il tutto garantendo la massima sicurezza per il paziente, soprattutto per quanto riguarda la respirazione e il controllo di eventuali sanguinamenti.
Tradizionalmente, per gestire le vie aeree in questi casi, si usa spesso la maschera laringea (LMA). È uno strumento utile che permette l’inserimento di un broncoscopio flessibile e offre una buona visuale della glottide e della zona sottostante. Permette anche al paziente di respirare spontaneamente o di essere ventilato se necessario. Sembra l’ideale, vero? Eppure, ha i suoi limiti. Se la lesione sanguina abbondantemente – cosa non rara, data la loro vascolarizzazione – controllare l’emorragia e garantire una ventilazione adeguata con la LMA diventa tremendamente difficile. Immaginate il panico: stai cercando di vedere e operare in uno spazio ristretto, e all’improvviso tutto si riempie di sangue, mettendo a rischio la respirazione del paziente. Non è una situazione in cui vogliamo trovarci.
Un’altra opzione storica è il broncoscopio rigido. Questo strumento ha il vantaggio di avere un canale operativo ampio, ottimo per aspirare sangue e usare strumenti più grandi per fermare le emorragie (come l’Argon Plasma Coagulation – APC, l’elettrobisturi ad alta frequenza o il laser) o addirittura per “grattare via” il tumore. È spesso la prima scelta per le malattie delle vie aeree centrali. Tuttavia, proprio per la sua rigidità e per la posizione così alta della lesione sottoglottica, il campo visivo può essere limitato e l’accesso difficoltoso.
E le tecniche di embolizzazione vascolare? Certo, bloccare i vasi che nutrono la lesione prima dell’intervento può ridurre il rischio di sanguinamento. Ma non sempre è fattibile: a volte la situazione è troppo urgente, il paziente arriva da ospedali meno attrezzati, non può essere trasportato, è allergico ai mezzi di contrasto iodati (necessari per la procedura), o semplicemente l’ospedale non dispone della radiologia interventistica necessaria.
La Soluzione Innovativa: Broncoscopio Flessibile e Tubo Endotracheale
Ed ecco che arriva l’idea, quasi una “scappatoia” intelligente che abbiamo iniziato ad esplorare e che si sta rivelando incredibilmente efficace e sicura. Cosa facciamo? Utilizziamo un tubo endotracheale (ETT), quello classico che si usa per l’intubazione, ma in modo un po’ diverso.
Il concetto è questo: intubiamo il paziente sotto anestesia generale, posizionando l’estremità del tubo endotracheale appena oltre la lesione sottoglottica. Gonfiamo poi il palloncino (la cuffia) all’estremità del tubo. Questo gesto semplice ma cruciale fa due cose fondamentali:
- Isola le vie aeree inferiori: Il palloncino gonfio crea una barriera fisica. Se durante la procedura la lesione sanguina o si staccano frammenti di tessuto, questi non possono finire nei bronchi e nei polmoni, scongiurando il rischio di soffocamento o polmoniti ab ingestis.
- Garantisce la ventilazione: Il tubo è collegato al ventilatore, assicurando che il paziente riceva ossigeno e che l’anidride carbonica venga eliminata in modo controllato per tutta la durata dell’intervento.
A questo punto, con le vie aeree protette e la ventilazione assicurata, inseriamo il nostro broncoscopio flessibile. Ma dove? Nello spazio che si crea tra la parete esterna del tubo endotracheale e la parete interna della trachea. Sembra stretto, ed in effetti lo è, ma scegliendo un tubo endotracheale di diametro adeguato (ad esempio, un 4.5 mm di diametro interno, che ha un diametro esterno di circa 6.6 mm) e un broncoscopio flessibile standard (con diametro esterno di circa 5.5 mm), c’è spazio sufficiente per manovrare.

Attraverso il canale operativo del broncoscopio flessibile, possiamo quindi introdurre i nostri strumenti: pinze da biopsia per prelevare campioni di tessuto, la fibra per l’Argon Plasma Coagulation (APC) per coagulare i vasi sanguinanti o distruggere tessuto superficiale, o la sonda per la crioterapia con CO₂ per congelare e rimuovere la lesione. Il tutto sotto visione diretta e con una sicurezza decisamente maggiore rispetto all’uso della LMA in caso di lesioni “sanguinanti”.
Casi Clinici: Quando Questa Tecnica Fa la Differenza
Vi racconto brevemente due casi emblematici trattati con questa metodica.
Una donna di 45 anni con emottisi (tosse con sangue) da 8 giorni. La TAC mostrava un nodulo nella trachea superiore, appena 1 cm sotto la glottide, che alla broncoscopia appariva molto vascolarizzato. Crucialmente, la paziente era allergica allo iodio, quindi niente embolizzazione. Rifiutava anche l’intubazione da sveglia per ansia. Il broncoscopio rigido era impraticabile per la posizione troppo alta della lesione, e la LMA era considerata troppo rischiosa per l’elevato pericolo di sanguinamento. Abbiamo optato per la nostra tecnica combinata: intubazione con ETT 4.5, posizionamento oltre la lesione, cuffiaggio, e poi biopsia con il broncoscopio flessibile nello spazio tra tubo e trachea. C’è stato un sanguinamento di circa 90 ml, ma siamo riusciti a controllarlo efficacemente con adrenalina diluita, soluzione fisiologica ghiacciata e APC. La paziente è rimasta stabile per tutto l’intervento (circa 32 minuti).
Un uomo di 62 anni con dispnea intermittente, storia di cancro polmonare trattato e una precedente resezione di tumore tracheale con broncoscopio rigido. Un mese prima era finito in coma ed era stato intubato d’urgenza, probabilmente lesionando ulteriormente la zona sottoglottica dove si era riformato tessuto anomalo. Anche qui, la posizione rendeva il rigido inadatto, e l’anestesista temeva problemi di ventilazione e controllo del sanguinamento con la LMA. Abbiamo proceduto con la nostra tecnica: biopsia, seguita da crioterapia con CO₂ e APC per rimuovere parte del tessuto. Il sanguinamento è stato minimo (10 ml) e l’operazione è durata 45 minuti.
Questi casi dimostrano la fattibilità e la sicurezza di questo approccio in situazioni complesse dove le alternative erano limitate o troppo rischiose.
Non Solo Tumori: Applicazioni Estese
La bellezza di questa tecnica è che non si limita alle lesioni tumorali. L’abbiamo usata con successo anche in un paziente che aveva sviluppato una stenosi (restringimento) cicatriziale con tessuto di granulazione esuberante sopra una pregressa tracheostomia. Questo tipo di tessuto tende a sanguinare facilmente al minimo contatto. Dopo aver dilatato la stenosi con un palloncino, abbiamo usato il laser attraverso il broncoscopio flessibile, sempre protetti dall’intubazione, per trattare la granulazione. Il risultato è stato ottimo, con un buon recupero del calibro delle vie aeree mantenuto a 6 mesi di follow-up.

Vantaggi, Svantaggi e Prospettive Future
Ricapitolando, i vantaggi di questa tecnica sono chiari:
- Miglior protezione delle vie aeree distali da sangue e frammenti.
- Controllo più sicuro della ventilazione durante tutta la procedura.
- Possibilità di gestire sanguinamenti intraoperatori in modo più efficace rispetto alla LMA.
- Fattibilità anche quando altre opzioni (rigido, LMA, embolizzazione) sono controindicate o non disponibili.
Ovviamente, ci sono anche degli svantaggi o delle considerazioni da fare. Lo svantaggio più evidente è che il tubo endotracheale occupa spazio, riducendo l’area di manovra per il broncoscopio. Inoltre, l’uso di terapie termiche (come APC o laser) vicino a un tubo infiammabile richiede cautela. Per questo consigliamo l’uso di tubi di diametro interno ridotto (come il 4.5 mm) per massimizzare lo spazio libero e minimizzare il rischio. Esistono anche tubi specifici per micro-laringoscopia (MLT), progettati per procedure in spazi ristretti, che potrebbero rappresentare un’alternativa ancora più sicura e standardizzata in futuro.
Altre potenziali complicazioni includono traumi alle vie aeree dovuti alla manipolazione degli strumenti, lesioni termiche accidentali e rischi legati all’anestesia. È fondamentale un’attenta selezione dei pazienti, un monitoraggio continuo dei parametri vitali e un team esperto sia in broncoscopia che in gestione delle vie aeree. La comunicazione con l’anestesista prima della procedura è cruciale per valutare la fattibilità caso per caso.
Stiamo anche esplorando se questa tecnica possa essere applicata a lesioni in altre zone delle vie aeree centrali, magari utilizzando ETT “assemblati” per raggiungere zone più distali, anche se questa è ancora un’area sperimentale che richiede ulteriori studi per valutarne sicurezza e stabilità.
In conclusione, crediamo fermamente che la biopsia e la terapia interventistica delle lesioni sottoglottiche (e potenzialmente di altre lesioni delle vie aeree centrali) eseguite con un broncoscopio flessibile sotto la protezione di un’intubazione endotracheale rappresentino un’opzione sicura, efficace e fattibile. Offre una soluzione preziosa in scenari clinici difficili, ampliando le possibilità terapeutiche soprattutto in situazioni d’urgenza o quando le alternative standard non sono percorribili. Naturalmente, sono necessari ulteriori studi multicentrici per confermare questi risultati su popolazioni di pazienti più ampie e in contesti diversi, ma la strada intrapresa sembra davvero promettente per aiutare i pazienti a… respirare più liberamente!
Fonte: Springer
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Gomma nel Cemento: Un’Idea Riciclona con Qualche “Ma”
Ogni anno produciamo montagne di pneumatici usati. Smaltirli è un bel problema ambientale. Allora, qualche mente brillante ha pensato: perché non triturarli e usarli nel cemento al posto di una parte della sabbia? L’idea è geniale: ricicliamo un rifiuto, risparmiamo risorse naturali (la sabbia) e magari rendiamo il cemento un po’ meno rigido. Fantastico, no? Beh, quasi.
Il problema è che aggiungere la gomma, anche se migliora certe caratteristiche come l’assorbimento acustico o la resistenza agli urti, tende a ridurre la lavorabilità dell’impasto fresco (pensate a un impasto più “gommoso” e difficile da stendere) e, soprattutto, ne diminuisce la resistenza meccanica, sia a compressione che a flessione. Nel nostro studio specifico, sostituendo il 15% di sabbia con gomma riciclata, abbiamo visto cali drastici: fino al 77% in meno di lavorabilità (misurata con lo “slump test”), 49% in meno di resistenza a compressione e 47% in meno di resistenza a flessione. Insomma, un passo avanti per l’ambiente, ma due indietro per le prestazioni? Non proprio, perché qui entrano in gioco i nostri assi nella manica…
I Micro-Muratori: Batteri al Lavoro!
Ed ecco la svolta: i batteri! Non tutti i batteri vengono per nuocere, anzi. Alcuni sono dei veri e propri “bio-muratori”. In questo studio abbiamo usato due ceppi particolari: Sporosarcina Pasteurii (SpP) e Rhizobium Leguminosarum (RL). Cosa fanno di speciale?
L’idea è stata quindi: mettiamo insieme la gomma riciclata e questi batteri “buoni” nel cemento. La gomma dà un po’ di flessibilità e aiuta l’ambiente, i batteri compensano la perdita di resistenza e aggiungono la capacità di autoriparazione. Un team perfetto!
L’Esperimento: Mescolare, Testare e Osservare
Abbiamo preparato diverse miscele di calcestruzzo. Una di controllo (normale), una con il 15% di gomma al posto della sabbia, e poi varie miscele con gomma e diverse concentrazioni dei nostri due batteri (aggiunti nell’acqua d’impasto, circa il 20% del volume d’acqua). Abbiamo usato granuli di gomma di due dimensioni (0.2-2 mm e 2-4 mm) miscelati per avere una granulometria simile alla sabbia. Abbiamo anche aggiunto un superfluidificante per migliorare un po’ la lavorabilità generale.
Poi via con i test:
Risultati Che Fanno Esultare!
E qui viene il bello! I risultati sono stati davvero incoraggianti.
Come previsto, la miscela con solo gomma (M1) era peggiore di quella di controllo (M0) in termini di lavorabilità e resistenza. Ma aggiungendo i batteri… la musica è cambiata radicalmente!
La lavorabilità è migliorata tantissimo! Con le giuste concentrazioni batteriche (in particolare 10¹⁰+10¹⁰ e 10¹⁴+10¹⁴ cellule/mL), lo slump è aumentato fino al 160% rispetto alla miscela con sola gomma, tornando e superando i valori del cemento normale. Sembra che i batteri rendano l’impasto più fluido.
La resistenza a compressione ha avuto un recupero spettacolare. La miscela M6 (con gomma e batteri SpP+RL a concentrazione 10¹⁰+10¹⁰) ha mostrato un aumento della resistenza a compressione del 98.7% rispetto alla miscela con sola gomma (M1) a 28 giorni! Praticamente, ha recuperato quasi tutta la resistenza persa a causa della gomma, arrivando a prestazioni vicinissime (97.4% a 28 giorni, 99.94% a 56 giorni) a quelle del cemento di controllo (M0). Questo grazie alla calcite prodotta dai batteri SpP che riempie i pori e le micro-crepe, e all’effetto “collante” dei batteri RL.
Anche la resistenza a flessione ha seguito un trend simile. La stessa miscela M6 ha mostrato un incredibile aumento del 137.4% rispetto alla miscela con sola gomma, superando addirittura del 12.5% la resistenza a flessione del cemento normale a 28 giorni!
E la capacità di autoriparazione? Impressionante. Le miscele con i batteri (SHRC – Self-Healing Rubberized Concrete) hanno mostrato una chiusura quasi completa delle crepe indotte. Dopo 28 giorni, le crepe erano già chiuse per oltre l’80-90% (in larghezza, lunghezza e profondità). Dopo 80 giorni, le crepe erano praticamente scomparse, completamente sigillate dalla calcite prodotta dai batteri! Le miscele di controllo e quella con sola gomma, invece, non hanno mostrato alcuna guarigione significativa.
Uno Sguardo al Microscopio: La Prova del Nove
Le analisi al microscopio SEM hanno confermato quello che i test meccanici suggerivano. Il cemento di controllo (M0) mostrava diversi vuoti. Quello con la gomma (M1) aveva meno vuoti ma una matrice più debole. Le miscele con i batteri (M2 e soprattutto M6) mostravano una struttura molto più densa e compatta, con pochissimi vuoti, grazie alla precipitazione diffusa di cristalli di CaCO3. Si vedeva proprio la calcite riempire gli spazi!
L’analisi EDX ha confermato: nelle miscele con batteri, la percentuale di Calcio (Ca) e Carbonio (C) era significativamente più alta, segno inequivocabile della massiccia formazione di carbonato di calcio (CaCO3) dovuta all’attività batterica. Curiosamente, nelle miscele con gomma, aumentava anche lo Zolfo (S), un elemento presente negli pneumatici.
Perché Tutto Questo è Importante? Sostenibilità e Durabilità
Questa tecnologia è una potenziale svolta per diverse ragioni:
Il Futuro è (Auto)Riparatore?
Certo, la ricerca è ancora in corso, bisogna ottimizzare le concentrazioni, i metodi di incorporazione dei batteri, testare la durabilità a lunghissimo termine in condizioni reali. Ma i risultati sono estremamente promettenti. L’idea di combinare un materiale di scarto come la gomma con l’incredibile capacità dei batteri di “costruire” minerali apre scenari affascinanti per un’edilizia più verde e più resistente.
Quindi, la prossima volta che guardate un ponte, una strada o un edificio, pensate che forse, un giorno non troppo lontano, potrebbero essere fatti di questo cemento “vivo”, capace di curarsi da solo grazie a un esercito di microscopici operai. Non è fantastico?
Fonte: Springer
