Cannabis in Gravidanza: E se il Vero “Colpevole” degli Effetti sul Bambino Fosse un Altro?
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento che sta molto a cuore a tante future mamme e, diciamocelo, solleva un bel po’ di domande e preoccupazioni: l’uso di cannabis durante la gravidanza. Sappiamo che è una delle sostanze più diffuse, subito dopo tabacco e alcol, e ci si chiede spesso quali possano essere le reali conseguenze sul piccolino in arrivo. Bene, mettetevi comodi perché sto per raccontarvi di uno studio affascinante che potrebbe farci vedere le cose da una prospettiva un po’ diversa.
La Domanda da Un Milione di Dollari: Quali Rischi Corrono i Bambini?
Da tempo la ricerca scientifica indaga i possibili legami tra l’uso di cannabis da parte della mamma in attesa e vari esiti per il neonato e il suo sviluppo futuro. Si parla di effetti sul peso alla nascita, sulla lunghezza, sulla circonferenza cranica, sul rischio di parto pretermine o di necessità di cure speciali subito dopo la nascita. E non finisce qui: l’attenzione si concentra anche sullo sviluppo cognitivo e neurologico a lungo termine, come i risultati scolastici o eventuali problemi di iperattività.
Molti studi hanno effettivamente trovato delle associazioni: bimbi nati da mamme che avevano usato cannabis in gravidanza sembravano mostrare, ad esempio, un peso alla nascita leggermente inferiore o punteggi più bassi in alcuni test cognitivi. Ma, e c’è un grosso “ma”, la vita reale è complicata! È difficilissimo, in questi studi osservazionali, isolare l’effetto puro e semplice della cannabis da un sacco di altri fattori che potrebbero entrare in gioco. Pensateci: lo stile di vita, la situazione socioeconomica, l’uso di altre sostanze… sono tutte variabili che possono confondere le acque e rendere complicato capire cosa sia causa di cosa.
L’Idea Geniale: Usare il Papà come “Controllo Negativo”
Ed è qui che entra in gioco lo studio di cui voglio parlarvi, basato sui dati del famoso ALSPAC (Avon Longitudinal Study of Parents and Children), una ricerca che ha seguito migliaia di famiglie nel Regno Unito per decenni. I ricercatori hanno avuto un’idea brillante per cercare di districare questa matassa: usare l’uso di cannabis da parte del papà durante la gravidanza della partner come “esposizione di controllo negativo”.
Cosa significa? Semplice: se gli effetti negativi osservati sui bambini fossero dovuti principalmente a un meccanismo biologico diretto della cannabis che attraversa la placenta (quindi un effetto intrauterino), allora l’uso di cannabis da parte del papà non dovrebbe essere associato agli stessi problemi, o comunque in misura molto minore. Il papà, infatti, condivide con la mamma e il futuro bambino l’ambiente familiare, le condizioni socioeconomiche, e spesso anche abitudini e stili di vita, ma la sua cannabis non arriva direttamente al feto!
Questo approccio ci permette di capire se le associazioni osservate sono davvero dovute alla cannabis della mamma che agisce sul feto, o se invece sono il riflesso di un contesto familiare e socioeconomico più ampio che influenza sia l’uso di sostanze da parte dei genitori sia lo sviluppo del bambino.
Cosa Hanno Scoperto i Ricercatori? Preparatevi alla Sorpresa!
Analizzando i dati di oltre 15.000 triadi madre-padre-figlio, i risultati sono stati, a dir poco, illuminanti.
Inizialmente, confermando studi precedenti, si è visto che l’uso di cannabis da parte della mamma durante la gravidanza era associato a:
- Una leggera riduzione del peso alla nascita (circa 110 grammi in meno) e della lunghezza del neonato.
- Una maggiore probabilità di ricovero del neonato in terapia intensiva neonatale.
- Punteggi leggermente inferiori nei risultati scolastici all’età di 16 anni.
Fin qui, nulla di troppo nuovo sotto il sole, direte voi. Ma aspettate il bello!

Quando i ricercatori hanno iniziato a “pulire” questi dati, tenendo conto di un sacco di potenziali fattori confondenti – come il livello di istruzione dei genitori, la loro classe sociale, l’uso di tabacco e alcol sia da parte della mamma che del papà – molte di queste associazioni si sono indebolite parecchio. Questo già ci dice che buona parte dell’effetto osservato potrebbe non essere dovuto direttamente alla cannabis, ma a tutto il “pacchetto” di circostanze che la circondano.
Ma il vero colpo di scena è arrivato confrontando gli effetti dell’uso di cannabis della mamma con quelli dell’uso di cannabis del papà. Ebbene sì: le associazioni tra l’uso di cannabis del papà e gli esiti del bambino erano sorprendentemente simili a quelle osservate per la mamma! E, cosa ancora più importante, dopo aver aggiustato i dati per i fattori confondenti, non c’erano differenze statisticamente significative tra l’impatto dell’uso materno e quello paterno.
Il Ruolo Chiave dei Fattori Socioeconomici
Questo cosa ci suggerisce? Che le associazioni tra l’uso di cannabis in gravidanza da parte della mamma e gli esiti negativi per il bambino potrebbero essere guidate più da fattori di confondimento residuo, in particolare quelli legati alla posizione socioeconomica (SEP), piuttosto che da un effetto biologico causale diretto della cannabis sul feto.
Lo studio ha infatti evidenziato come l’uso di cannabis fosse più frequente in genitori con uno status socioeconomico più basso. E sappiamo bene come la SEP sia, di per sé, fortemente correlata agli esiti della gravidanza e allo sviluppo dei bambini. È come se l’uso di cannabis fosse un “indicatore” di un insieme più ampio di vulnerabilità socioeconomiche e ambientali che possono influenzare la salute e lo sviluppo del bambino.
Pensiamoci: un ambiente familiare con maggiori difficoltà economiche, magari meno accesso a cure sanitarie di qualità o a un’alimentazione ottimale, o con livelli di stress più elevati, può avere un impatto sullo sviluppo del feto e del bambino, indipendentemente dall’uso di cannabis in sé.
Cosa Portiamo a Casa da Questo Studio?
Attenzione, questo non significa assolutamente che “allora fumare cannabis in gravidanza va bene”! Anzi. L’uso di cannabis in gravidanza rimane un segnale importante, un potenziale campanello d’allarme per esiti che potrebbero essere meno ottimali per il bambino. Tuttavia, questo studio ci spinge a guardare oltre la semplice equazione “cannabis = danno diretto”.
Ci dice che, probabilmente, gran parte di quello che abbiamo attribuito agli effetti biologici diretti della cannabis potrebbe essere in realtà l’effetto di un contesto socioeconomico e familiare più complesso. È fondamentale, quindi, che la ricerca futura continui a utilizzare disegni di studio robusti come questo, che tengano conto dei papà e dei fattori di confondimento, per capire meglio le vere dinamiche in gioco.
Un’altra considerazione importante riguarda la potenza della cannabis. Lo studio ALSPAC è iniziato negli anni ’90, quando la cannabis in circolazione aveva concentrazioni di THC (il principio psicoattivo) decisamente inferiori rispetto a quelle di oggi. Questo potrebbe aver influenzato i risultati, e studi su coorti più recenti potrebbero dare esiti diversi.
In conclusione, la storia è più sfumata di quanto pensassimo. Invece di puntare il dito solo sulla sostanza, forse dovremmo concentrarci di più sul supporto complessivo alle famiglie, soprattutto quelle in condizioni di maggiore vulnerabilità socioeconomica. Perché, come sembra suggerire questo affascinante studio, il benessere dei nostri figli è un puzzle complesso, e la cannabis potrebbe essere solo una delle tante tessere, e forse nemmeno la più determinante in termini di causalità biologica diretta.
Fonte: Springer
