Gruppo diversificato di donne di mezza età che partecipano a una lezione di yoga dolce all'aperto in un parco rigoglioso, guidate da un'istruttrice. Alcune sono in piedi, altre sedute su tappetini. Espressioni concentrate ma serene. Obiettivo grandangolare 24mm per includere il gruppo e l'ambiente naturale. Luce solare filtrata dagli alberi.

Cancro al Seno e Attività Fisica: L’Unione Fa Davvero la Forza (e Serve l’Esperto)?

Ciao a tutte! Oggi voglio chiacchierare con voi di un argomento che mi sta molto a cuore e che tocca la vita di tante donne: come ritrovare la voglia e la forza di fare attività fisica dopo una diagnosi di cancro al seno. Sappiamo bene che il percorso è tosto: la malattia stessa, le terapie… lasciano spesso strascichi come stanchezza cronica, un po’ di tristezza o ansia. E indovinate un po’? Proprio queste cose rendono difficile mettersi in moto. Ma c’è un circolo vizioso: muoversi poco può peggiorare questi sintomi e, purtroppo, è anche associato a un rischio maggiore di recidive. Un bel dilemma, vero?

Le linee guida ci dicono che dovremmo fare almeno 150 minuti di attività moderata (come una camminata svelta) o 75 minuti di attività intensa alla settimana. Facile a dirsi! Molte donne, dopo la diagnosi, non riescono a raggiungere questi obiettivi. E spesso mancano le risorse giuste, specialmente quel supporto sociale che fa tanta differenza.

L’idea: Mettere insieme le forze

Allora ci siamo chiesti: e se mettessimo in contatto donne che hanno vissuto o stanno vivendo la stessa esperienza? L’idea di creare delle “coppie di supporto” (o *dyads*, come le chiamano i ricercatori) sembrava promettente. Vedere altre donne attive nonostante la diagnosi, ricevere incoraggiamento da chi capisce davvero, scambiarsi consigli… tutto questo può aumentare la fiducia e la motivazione. E farlo online, magari con videochiamate, abbatte tante barriere: distanza, tempo, costi, e anche la paura di infezioni, che in certi periodi è stata una preoccupazione reale.

Però, una domanda sorgeva spontanea: basta il supporto tra pari, o serve anche la guida di un esperto, un “Professionista Qualificato dell’Esercizio” (QEP)? Magari avere qualcuno che dia consigli tecnici, programmi personalizzati, potrebbe fare la differenza?

Lo studio: Peer support vs. Peer support + Esperto

Per capirci qualcosa di più, abbiamo messo in piedi uno studio (un *randomized controlled trial*, per la precisione) coinvolgendo 108 donne che avevano avuto una diagnosi di cancro al seno e facevano poca attività fisica. Le abbiamo divise in due gruppi, dopo averle “accoppiate” in base a età, fuso orario, situazione familiare e livello di attività fisica iniziale:

  • Gruppo MatchQEP: 54 donne, accoppiate tra loro, che per 10 settimane si incontravano virtualmente (su Zoom) una volta a settimana con la loro compagna *e* con un QEP. L’esperto guidava sessioni di 60 minuti focalizzate su obiettivi, supporto reciproco, superamento delle barriere, formazione di abitudini, il tutto basato su solide teorie del cambiamento comportamentale (come il Behavior Change Wheel e il modello COM-B).
  • Gruppo Match (Controllo): 54 donne, anche loro accoppiate, ma senza l’intervento del QEP. Venivano incoraggiate a comunicare e supportarsi a vicenda in autonomia per le stesse 10 settimane.

A tutte abbiamo dato un Fitbit per monitorare l’attività (oltre a chiedere loro di compilare questionari) e consigli su come supportare la propria partner. Abbiamo misurato l’attività fisica moderata-vigorosa (MVPA) prima dell’inizio, dopo le 10 settimane, e poi ancora a 14 e 24 settimane dalla partenza, per vedere se i cambiamenti duravano nel tempo. Abbiamo anche chiesto quanto si sentissero supportate dalla compagna.

Due donne di mezza età sorridenti si incoraggiano a vicenda durante una sessione di stretching leggero in un parco cittadino. Luce mattutina diffusa. Obiettivo prime 50mm, messa a fuoco selettiva sui loro volti, sfondo leggermente sfocato. Atmosfera positiva e di supporto reciproco.

I risultati: Sorprese e conferme

E qui arrivano le parti interessanti! Cosa abbiamo scoperto?

1. Il supporto tra pari funziona! La prima bella notizia è che, basandoci su quello che le donne ci hanno raccontato (self-report), entrambi i gruppi hanno aumentato significativamente la loro attività fisica dopo le 10 settimane. Evviva! Questo conferma che mettere in contatto le donne e incoraggiarle a sostenersi a vicenda è una strategia valida.

2. L’esperto in più? Non ha fatto la differenza (sull’attività fisica totale). Ecco la sorpresa: non c’è stata una differenza significativa nell’aumento dell’attività fisica tra il gruppo che aveva anche il supporto del QEP e quello che aveva solo la compagna. Sembra che, almeno in termini di *quantità* di movimento misurata (MVPA), aggiungere l’esperto non abbia dato quella spinta in più che ci aspettavamo.

3. Il vero motore: sentirsi supportate. Indipendentemente dal gruppo, una cosa è emersa chiaramente: le donne che percepivano un maggior supporto dalla loro partner (supporto tangibile, emotivo, informativo, di stima) riportavano livelli più alti di attività fisica. Questo è un punto cruciale! Non è (solo) l’esercizio in sé, ma la relazione, il sentirsi capite, incoraggiate, aiutate. Questo legame sembra essere potentissimo.

4. L’effetto “contagio” non c’è stato. Abbiamo anche verificato se l’attività fisica di una donna influenzasse quella della sua compagna (il cosiddetto *contagion effect*). Sorprendentemente, non abbiamo trovato questa correlazione, né nei dati self-report né in quelli del Fitbit. In questo contesto virtuale, sembra che sia stato più importante il supporto intenzionale che non l’esempio concreto dell’attività svolta dalla partner. Forse perché non potevano “vedersi” fare attività tramite il Fitbit (i dati non erano condivisi tra partner)?

5. Occhio ai dati e al lungo termine. C’è da dire che i dati del Fitbit (quelli “oggettivi”) hanno mostrato un quadro un po’ diverso: livelli di attività più stabili durante l’intervento e un leggero calo nei mesi successivi in entrambi i gruppi, senza differenze significative tra loro. Questo ci ricorda che c’è spesso una differenza tra quanto pensiamo di muoverci e quanto ci muoviamo davvero, e che mantenere i risultati nel tempo è la vera sfida. Interessante anche notare che la percezione del supporto sociale è diminuita nel tempo dopo la fine dell’intervento strutturato, specialmente nel gruppo con il QEP. Forse la presenza dell’esperto ha reso il supporto più legato all’intervento stesso, e meno “autonomo” tra le partner?

Schermo di un computer portatile che mostra una videochiamata di gruppo su Zoom. Tre donne di età diverse, una delle quali sembra una professionista (QEP), discutono animatamente e sorridono. Illuminazione da ufficio casalingo. Obiettivo zoom standard 35-70mm, cattura l'interazione virtuale.

Cosa ci portiamo a casa?

Insomma, che significa tutto questo? Per me, il messaggio più forte è il potere incredibile del supporto tra pari. Creare connessioni tra donne che condividono un’esperienza così profonda come il cancro al seno può essere una leva potentissima per aiutarle a essere più attive. Forse, in alcuni casi, concentrarsi sul nutrire queste relazioni di supporto reciproco può essere altrettanto (o persino più) efficace e sicuramente più sostenibile ed economico che aggiungere sempre e comunque la supervisione di un esperto, specialmente in programmi virtuali.

Questo non significa che i QEP non siano importanti! Il loro ruolo è fondamentale per la sicurezza, per programmi specifici, per chi ha esigenze particolari. Ma questo studio suggerisce che l’elemento “supporto sociale” fornito da una compagna “alla pari” ha un valore intrinseco enorme che non va sottovalutato.

Primo piano dettagliato di un fitness tracker Fitbit Inspire 2 al polso di una donna. Lo schermo mostra dati sull'attività fisica. Luce naturale morbida. Obiettivo macro 90mm, alta definizione dei dettagli del dispositivo e della pelle.

Certo, ogni studio ha i suoi limiti. Questo è stato fatto principalmente con donne bianche, relativamente giovani, in Canada. Servono altre ricerche per vedere se i risultati valgono per tutte. E l’uso del Fitbit potrebbe aver influenzato i comportamenti.

Ma la direzione mi sembra chiara: per aiutare le donne dopo un cancro al seno a ritrovare il benessere attraverso l’attività fisica, dobbiamo investire nelle relazioni, nel supporto reciproco, nella creazione di piccole comunità (anche virtuali) dove sentirsi capite e incoraggiate. Perché a volte, la spinta più grande non viene da un programma perfetto, ma da una compagna di viaggio che ti dice: “Forza, ce la possiamo fare insieme!”.

Fonte: Springer

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