Primo piano fotografico di uno studente universitario, forse proveniente da un percorso VET, che guarda fuori da una finestra del campus con espressione pensierosa e leggermente stanca, simboleggiando il mix di stress accademico e speranza. Obiettivo 50mm, luce naturale morbida, profondità di campo media che sfoca leggermente lo sfondo del campus.

Studenti VET all’Università: Quando lo Stress Brucia (e la Soddisfazione Salva)

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento che mi sta particolarmente a cuore e che, forse, non riceve l’attenzione che merita: il burnout tra gli studenti universitari. Ma non studenti “qualsiasi”. Parliamo di un gruppo specifico, quelli che arrivano all’università da un percorso di formazione professionale (VET – Vocational Education and Training). Mi sono imbattuto in uno studio affascinante (condotto in Cina, ma con spunti validi ovunque, secondo me) che ha messo sotto la lente d’ingrandimento proprio loro, cercando di capire cosa li manda “in fumo” e cosa, invece, li aiuta a tenere botta.

Chi sono questi studenti “VET pathway”?

Prima di tuffarci nei risultati, cerchiamo di capire chi sono questi ragazzi e ragazze. In Cina (ma dinamiche simili esistono anche altrove), c’è un percorso che permette agli studenti diplomati in istituti professionali di accedere all’università per conseguire una laurea. Questi studenti, che chiameremo “studenti VET pathway”, partono spesso con una formazione molto pratica, orientata al “saper fare”, e si ritrovano catapultati in un ambiente universitario più teorico, accademico.

Pensateci un attimo: background diversi, forse basi teoriche da recuperare, un ambiente nuovo, magari anche qualche pregiudizio strisciante (purtroppo, a volte chi viene dal professionale è visto come uno studente “di serie B”, un’etichetta ingiusta e dannosa). Non stupisce che possano faticare ad adattarsi, no? E questa fatica può tradursi in stress. Tanto stress.

Lo stress accademico: il primo nemico

Lo studio che ho letto ha usato uno strumento piuttosto nuovo e specifico per misurare il burnout, il BAT (Burnout Assessment Tool), su 357 di questi studenti. E cosa è emerso? Beh, una cosa che forse potevamo immaginare, ma che vedere confermata dai numeri fa sempre effetto: lo stress accademico è un grosso problema.

I ricercatori hanno scoperto che più gli studenti percepiscono stress legato allo studio (carico di lavoro, esami, aspettative, percezione di sé), più alti sono i livelli di burnout. Il burnout, ricordiamocelo, non è solo sentirsi un po’ stanchi. È un esaurimento emotivo profondo, un distacco cinico dallo studio, una sensazione di incompetenza che ti logora dentro.

Nello specifico, sembra che le fonti principali di stress per questi studenti siano il carico di lavoro e gli esami, e la loro bassa percezione delle proprie capacità accademiche. Sentirsi indietro, non all’altezza, dover sgobbare il doppio per stare al passo… capite bene che è una miscela esplosiva.

La soddisfazione per la vita universitaria: l’ancora di salvezza?

Ma c’è un altro pezzo del puzzle, ed è qui che le cose si fanno interessanti. Lo studio ha indagato anche la soddisfazione per la vita scolastica/universitaria. Come si sentono questi studenti nel loro campus? Sono contenti dell’ambiente, delle relazioni, dei servizi, della loro crescita personale lì dentro?

Ebbene, i risultati parlano chiaro:

  • Lo stress accademico non solo aumenta il burnout, ma riduce anche la soddisfazione per la vita universitaria. Logico: se sei sotto pressione e ti senti inadeguato, è difficile goderti l’esperienza.
  • La soddisfazione per la vita universitaria, a sua volta, è negativamente correlata al burnout. Cioè, più uno studente è soddisfatto della sua vita nel campus, meno è probabile che vada in burnout.

Fotografia macro di una pila di libri accademici su una scrivania di legno scuro, con una tazza di caffè fumante accanto. Luce calda e controllata, obiettivo macro 90mm, alta definizione dei dettagli sulla copertina dei libri e sulla tazza.

Il ruolo “cuscinetto” della soddisfazione

Ma la vera chicca dello studio, secondo me, è aver dimostrato che la soddisfazione per la vita universitaria non è solo un “effetto collaterale” dello stress o un fattore protettivo a sé stante. Fa da mediatore. Cosa significa in parole povere? Significa che parte dell’effetto negativo dello stress sul burnout passa *attraverso* la riduzione della soddisfazione.

Immaginate così: lo stress ti colpisce (effetto diretto sul burnout), ma allo stesso tempo ti rende meno felice della tua vita universitaria, e questa infelicità contribuisce ulteriormente al tuo burnout (effetto indiretto). La soddisfazione, quindi, agisce un po’ come un cuscinetto: se riusciamo a mantenerla alta, possiamo attutire parte dell’impatto negativo dello stress.

Cosa ci dice tutto questo? Implicazioni pratiche

Questa ricerca, anche se fatta in Cina, ci lancia un messaggio forte e chiaro, valido per tutte le università che accolgono studenti con percorsi diversi: non basta concentrarsi solo sulla didattica. Per aiutare questi studenti (e probabilmente tutti gli studenti) a non “bruciarsi”, dobbiamo lavorare su due fronti:

  • Ridurre lo stress accademico non necessario: Questo può voler dire tante cose. Magari offrire supporto per colmare eventuali lacune teoriche, rimodulare i carichi di lavoro dove possibile, usare metodi di valutazione che non generino solo ansia, aiutare gli studenti a costruire una percezione più realistica e positiva delle proprie capacità. Gli insegnanti qui hanno un ruolo cruciale!
  • Aumentare la soddisfazione per la vita universitaria: Questo va oltre le aule. Significa creare un ambiente accogliente, migliorare le infrastrutture e i servizi, favorire le relazioni sociali positive, offrire supporto psicologico accessibile, organizzare attività che arricchiscano l’esperienza nel campus (gruppi di studio, attività culturali, sportive…).

Lo studio ha anche notato alcune differenze interessanti. Ad esempio, le studentesse tendevano a riportare più stress e burnout dei colleghi maschi. E gli studenti del primo anno di università (dopo il passaggio dal VET) sembravano soffrire di più stress e burnout ed essere meno soddisfatti rispetto a quelli del secondo anno, forse per le difficoltà iniziali di adattamento a un contesto tutto nuovo. Questo suggerisce che il supporto nella fase di transizione è fondamentale.

Un appello finale

Questi studenti VET pathway sono una risorsa preziosa. Hanno competenze pratiche, spesso una grande determinazione, e portano una prospettiva diversa nel mondo accademico. Ignorare le loro specifiche difficoltà, lo stress a cui sono sottoposti e il rischio di burnout non è solo ingiusto nei loro confronti, ma è anche una perdita per l’intera società.

Dobbiamo guardarli, ascoltarli e agire. Creare percorsi universitari che siano davvero inclusivi significa anche prendersi cura del benessere psicologico di chi li intraprende, soprattutto quando arriva da strade meno “tradizionali”. Ridurre lo stress e coltivare la soddisfazione non sono “optional”, sono ingredienti essenziali per permettere a questi talenti di fiorire.

Fonte: Springer

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *