Brevetti Neurotech: Viaggio al Confine tra Innovazione e Coscienza
Avete presente quella sensazione di guardare un vecchio film di fantascienza e pensare: “Wow, l’avevano previsto!”? Beh, a volte la realtà supera davvero la fantasia, specialmente quando si parla di neurotecnologie. Mi viene in mente una frase del 1930, tratta da un resoconto sulla macchina che “legge la mente” del Dr. Hans Berger, l’inventore dell’elettroencefalogramma (EEG). Diceva più o meno così: “Oggi sono ancora segni segreti, domani forse riveleranno malattie mentali e cerebrali, e dopodomani si potranno persino scrivere lettere con la scrittura cerebrale”. All’epoca, pura speculazione. Oggi? L’EEG è uno strumento clinico fondamentale e la comunicazione tramite onde cerebrali non è più solo un sogno.
Questa storia ci insegna una cosa fondamentale: anticipare i cambiamenti tecnologici è un’impresa ardua, ma dannatamente importante. Perché? Semplice: tecnologia e società si plasmano a vicenda. E quando l’innovazione corre più veloce delle nostre norme sociali, nascono tensioni, rischi, e la possibilità di fare qualche bel pasticcio. Ecco perché oggi si parla tanto di Innovazione Responsabile (IR). L’idea è quella di integrare la riflessione etica e sociale direttamente nel processo di innovazione, attraverso quattro pilastri: anticipare i problemi, riflettere criticamente su ciò che stiamo facendo, includere il pubblico nel dibattito e rispondere attivamente alle nuove conoscenze e prospettive.
E credetemi, nel campo delle neurotecnologie, questa esigenza è più forte che mai. Parliamo di strumenti che possono “leggere” (registrare) e “scrivere” (stimolare) l’attività del nostro cervello. Pensate alla risonanza magnetica funzionale (fMRI), alla stimolazione cerebrale profonda (DBS), alle interfacce cervello-computer (iBCI). Da un lato, queste tecnologie hanno rivoluzionato la nostra comprensione del cervello e offerto speranza a chi soffre di epilessia, dolore cronico, disturbi del movimento e problemi di salute mentale. Dall’altro, la capacità di identificare e potenzialmente manipolare i nostri stati psicologici interni solleva interrogativi etici da far tremare i polsi. La nostra privacy mentale è a rischio? E che dire della nostra autonomia, identità, autenticità, se qualcuno può “ritoccare” i meccanismi fisiologici del nostro pensiero?
Il Groviglio dei Brevetti: Innovazione, Segretezza e la Sfida Etica
Qui entriamo nel vivo della questione, perché l’innovazione, soprattutto quella che mira al mercato, passa spesso attraverso i brevetti. Un brevetto dà all’inventore diritti commerciali esclusivi, un modo per monetizzare il proprio ingegno. E nel campo delle neurotecnologie, il numero di domande di brevetto è esploso: tra il 2000 e il 2021, è aumentato di 20 volte! Parliamo di passare da meno di 500 a oltre 12.000 domande annuali ai cinque maggiori uffici brevetti del mondo. Impressionante, vero?
Il problema è che, per ottenere un brevetto, l’invenzione deve essere “nuova”, il che spesso implica una certa segretezza nelle fasi iniziali. Questo rende difficile integrare le pratiche di Innovazione Responsabile fin da subito, quando le idee sono ancora fresche e malleabili. È un bel dilemma: come possiamo assicurarci che queste potentissime tecnologie siano sviluppate in modo etico se la discussione approfondita inizia solo quando il “prodotto” è quasi pronto per essere brevettato?
Inoltre, ci sono questioni specifiche legate ai brevetti, soprattutto negli Stati Uniti. Ad esempio, i brevetti su “metodi medici” (che descrivono procedure chirurgiche o terapeutiche) sono considerati non brevettabili in molte parti del mondo perché potrebbero ostacolare l’innovazione e l’accesso alle cure. Negli USA, invece, la situazione è più complessa e, sebbene ci siano tutele per gli operatori sanitari, queste non sono assolute. Immaginate un ospedale citato in giudizio per aver dimostrato a scopo educativo un metodo medico brevettato! Questo scenario, purtroppo, non è così peregrino.

Di fronte a questo scenario, un recente studio pubblicato su Humanities and Social Sciences Communications ha cercato di fare un po’ di luce, proponendo un metodo innovativo per identificare i brevetti neurotecnologici statunitensi e, soprattutto, per valutarne le tensioni etiche intrinseche. L’obiettivo? Fornire principi guida per affrontare queste preoccupazioni lungo tutta la filiera, dall’invenzione alla commercializzazione.
Sotto la Lente: Come Abbiamo “Spulciato” i Brevetti
Vi racconto brevemente come hanno fatto, perché è affascinante. I ricercatori hanno adattato un algoritmo di ricerca semantica per scandagliare i brevetti rilasciati dall’Ufficio Brevetti e Marchi degli Stati Uniti (USPTO) tra il 2016 e il 2020. Hanno cercato termini chiave relativi a neuroanatomia, imaging e modulazione cerebrale. Un lavoraccio, ve lo assicuro!
Dopo la raccolta automatica, è iniziata la curatela manuale. Ogni brevetto è stato esaminato per vedere se soddisfaceva criteri specifici, come avere una rivendicazione di metodo indipendente e un’interazione non farmacologica con il sistema nervoso umano. Poi, si è passati all’analisi etica. Diversi revisori hanno esaminato i brevetti, cercando di identificare potenziali danni legati al marketing o all’applicazione della tecnologia. Hanno valutato la fattibilità tecnologica, le aspettative dichiarate e gli esempi d’uso per mappare i principi morali in gioco. Solo i brevetti considerati “eticamente intensi” sono stati trattenuti per un’analisi più approfondita e una validazione da parte di esperti.
E i risultati? Preparatevi, perché sono illuminanti. Su 2737 brevetti iniziali, 779 sono stati ritenuti idonei. Di questi, 39 (il 5%) hanno sollevato preoccupazioni etiche. Dopo ulteriori scremature e validazioni, 9 casi studio sono emersi, raggruppati in tre temi principali: validità scientifica, privacy mentale e integrità mentale.
Le “Zone Grigie” dei Brevetti Neurotech: Cosa Abbiamo Trovato?
Vediamo più da vicino queste categorie, perché toccano nervi scoperti.
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Validità Scientifica: Qui parliamo di brevetti che, diciamocelo chiaramente, gonfiano un po’ troppo i risultati o travisano le reali capacità della tecnologia.
- Un esempio? Un brevetto (US 9,956,425) che propone una procedura combinata di modificazione genetica non virale seguita da neuromodulazione fotodinamica invasiva. Bello sulla carta, ma la terapia genica con vettori non virali è ancora altamente sperimentale, sollevando dubbi su maturità tecnologica, efficacia clinica e benessere del paziente.
- Un altro (US 10,512,769) suggerisce l’uso della stimolazione non invasiva del nervo vago (VNS) per “prevenire lo sviluppo neurologico anomalo del feto” in donne incinte o “per donne che potrebbero trasmettere una variante genetica dell’autismo al figlio”. Affermazioni, ad oggi, prive di fondamento scientifico. La VNS non agisce sullo sviluppo fetale né, per quanto ne sappiamo, sulla ricombinazione genetica.
- E che dire di un brevetto (US 10,396,905) che descrive metodi di neuromodulazione transcranica per “replicare stati cognitivi da un cervello all’altro”? Una semplificazione eccessiva che rischia di alimentare incomprensioni e aspettative irrealistiche, quasi da film di serie B.
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Privacy Mentale: Questo è un tasto dolente. La registrazione e il potenziale uso improprio dei dati che rappresentano la nostra attività neurale.
- Un brevetto (US 9,280,784) propone una tecnica di marketing in cui i dati di neuroimaging, che rappresentano il coinvolgimento dello spettatore, guidano le strategie pubblicitarie. Senza regole chiare sull’uso commerciale dei dati cerebrali, il rischio di esposizione di informazioni sensibili è altissimo.
- Un altro (US 10,321,870) descrive un metodo per inferire in tempo reale il benessere psichiatrico basandosi sull’attività neurale e sui dati dello smartphone. Misure di osservazione così intense potrebbero essere appropriate solo in casi psichiatrici estremi, ma sollevano enormi interrogativi sulla privacy quotidiana.
- Pensate a un brevetto (US 10,799,140) che delinea un metodo per operare a distanza un auricolare di biofeedback per insegnare abilità agli utenti, suggerire cambiamenti nel loro ambiente e pubblicizzare prodotti di terzi. Ancora una volta, la protezione del consumatore e il controllo sui propri dati cerebrali sembrano passare in secondo piano.
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Integrità Mentale: Qui si tocca il nucleo della nostra persona. Le neurotecnologie che possono cambiare unilateralmente i nostri schemi comportamentali.
- Un brevetto (US 9,352,145) descrive un metodo per utilizzare dispositivi di neuromodulazione impiantati nei centri di regolazione delle emozioni del cervello per alleviare i sintomi di disturbi deliranti e schizoaffettivi. L’intenzione è lodevole (beneficenza verso il paziente), ma le conseguenze comportamentali potrebbero essere imprevedibili e non sempre allineate con i migliori interessi del paziente.
- Similmente, un altro (US 10,155,114) rivendica un metodo per stimolare “una posizione correlata alla ricompensa nel cervello del paziente” per trattare una vasta gamma di disturbi neurologici, tra cui ADHD, disturbi da uso di sostanze, autismo, dolore cronico, schizofrenia e comportamento aggressivo. Interferire direttamente con i meccanismi di ricompensa può cambiare il comportamento di un individuo in modi profondi e, di nuovo, imprevedibili.

Perché Tutto Questo Dovrebbe Importarci? Implicazioni e Riflessioni Profonde
Questi esempi, emersi da un’analisi molto conservativa, ci mostrano che le preoccupazioni per la validità scientifica, la privacy mentale e l’integrità mentale dovrebbero essere in primo piano nello sviluppo e nella valutazione dei brevetti neurotecnologici. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di essere consapevoli dei rischi.
La validità scientifica è cruciale. Le aziende che vendono neurotecnologie direttamente al consumatore (DTC) operano spesso in un panorama normativo insufficiente. Se un brevetto rilasciato da un ente governativo suggerisce che una procedura può prevenire l’autismo o facilitare la comunicazione da cervello a cervello, capite bene che questo può legittimare strategie di vendita disoneste e sfruttatrici. Inoltre, il brevetto preventivo da parte di entità che non producono nulla (i cosiddetti “patent troll”) può bloccare l’accesso a percorsi di innovazione critici e far lievitare i costi sanitari globali.
La privacy mentale estende la protezione alla nostra “auto-reclusione” dei fenomeni cognitivi. Le aziende che sfruttano brevetti come quelli citati per il marketing o il biofeedback a distanza non sono vincolate ai rigidi mandati di sicurezza imposti dalle autorità sanitarie. Potrebbero riutilizzare o esporre i dati derivati dal cervello senza conseguenze significative. Certo, in alcuni casi, come il monitoraggio di malattie psichiatriche gravi, un’osservazione invasiva potrebbe essere un compromesso accettabile per una maggiore indipendenza del paziente, ma la linea è sottile.
L’integrità mentale, infine, riguarda gli effetti diretti della neuromodulazione sulla mente umana e le tensioni irrisolte per i diritti e il benessere del paziente. Quando si interviene per alleviare i sintomi di disturbi psichiatrici, si sta modificando l’attività neurale con l’effetto netto di cambiare la percezione e il comportamento del paziente. Questo va al cuore della relazione mente-cervello. Con così tanto ancora sconosciuto sulle proprietà emergenti delle regioni cerebrali interconnesse, gli interventi mirati potrebbero indurre cambiamenti profondi e indesiderati nella cognizione, deviando drasticamente dagli obiettivi terapeutici. Fino a quando gli effetti e i rischi, ad esempio della DBS per i disturbi psicotici, non saranno meglio caratterizzati, queste incertezze minano il principio etico biomedico fondamentale del “non nuocere” (nonmaleficence).
Guardando al Futuro: Un Appello alla Cautela e all’Azione Consapevole
È chiaro che l’analisi etica dei brevetti neurotecnologici ha dei limiti. I dati sulla fattibilità delle invenzioni potrebbero non essere pubblici, e il valore di un brevetto potrebbe non risiedere solo nel facilitare l’innovazione (a volte serve solo ad attrarre partner industriali). Tuttavia, il metodo proposto in questo studio è un passo importante, fondato sui principi di anticipazione e riflessività dell’Innovazione Responsabile.
Cosa possiamo fare? Estendere questo tipo di lavoro con studi comparativi sui brevetti rilasciati da diverse giurisdizioni (Cina, Europa, Giappone, Corea del Sud) potrebbe darci una prospettiva globale. Alcune giurisdizioni, come l’Organizzazione Europea dei Brevetti, impongono minimi etici alle domande di brevetto, posizionando gli esaminatori come “guardiani” della commercializzazione. Sebbene le sfumature della neuroetica possano andare oltre la loro competenza specifica, gli esaminatori potrebbero comunque segnalare i brevetti neurotecnologici per una valutazione da parte di regolatori appropriati. Un percorso che potrebbe essere automatizzato e adottato anche dall’USPTO o dall’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale.
In definitiva, i principi di validità scientifica, privacy mentale e integrità mentale possono promuovere considerazioni etiche nell’innovazione neurotecnologica, ma non devono certo limitarle. Il campo è in continua evoluzione, e come ci ha insegnato il Dr. Berger, la speculazione può diventare realtà. Le neurotecnologie stanno drasticamente rimodellando la nostra comprensione del cervello, offrendo nuove possibilità mediche ma ponendo anche sfide etiche e sociali complesse.
L’imperativo è una collaborazione che promuova l’innovazione sostenendo al contempo i diritti umani fondamentali. Mentre le neurotecnologie continuano a evolversi, un’infrastruttura informata sull’Innovazione Responsabile, che coinvolga titolari di brevetti e funzionari degli uffici brevetti, sarà indispensabile per navigare e proteggere il complesso e affascinante terreno del cervello umano. Perché, in fondo, stiamo parlando della nostra essenza più intima.
Fonte: Springer
