Benzofenoni nel Piatto e sulla Pelle: Siamo Davvero al Sicuro? Uno Sguardo da Taiwan
Ciao a tutti! Avete mai pensato a quante sostanze chimiche ‘invisibili’ ci circondano ogni giorno, magari nascoste nei prodotti che usiamo o nel cibo che mangiamo? Io sì, e ultimamente la mia attenzione (e quella di molti ricercatori) si è concentrata su un gruppo di composti chiamati benzofenoni (BP). Sono ovunque: nelle creme solari, negli imballaggi alimentari, persino in alcuni inchiostri e vernici. Proprio per questa loro diffusione, è nata una certa preoccupazione sui potenziali rischi per la nostra salute e per l’ambiente.
Ecco perché mi sono immerso con grande interesse in uno studio recente condotto a Taiwan. L’obiettivo? Capire quanto siamo esposti a questi BP nella vita quotidiana, se c’è un legame tra la nostra dieta e i livelli di BP nel corpo, e soprattutto, se corriamo qualche rischio per la salute. Pronti a scoprire cosa è emerso?
Ma cosa sono esattamente questi Benzofenoni e dove li troviamo?
Prima di tuffarci nei risultati, facciamo un passo indietro. I benzofenoni (li chiameremo BP per comodità) sono una famiglia di composti chimici organici, delle “chetoni aromatici” per i più tecnici. La loro fama deriva principalmente dalla loro capacità di assorbire i raggi UVA e UVB. Per questo sono usatissimi come filtri UV nelle creme solari e in molti prodotti per la cura personale (PCPs), per proteggere sia noi che i prodotti stessi dal degrado causato dal sole.
Ma non finisce qui! Li troviamo anche come:
- Fotoiniziatori in inchiostri, vernici e rivestimenti che si asciugano con luce UV.
- Ingredienti in farmaci, prodotti chimici per l’agricoltura e insetticidi.
- Agenti aromatizzanti, fissativi per profumi, esaltatori di fragranze.
- Additivi in plastiche e adesivi.
Insomma, sono davvero dappertutto. E come ci entriamo in contatto? Principalmente attraverso tre vie:
- Ingestione orale: Questa sembra essere la via principale. I BP possono migrare dagli imballaggi alimentari (specialmente plastiche e cartoni) ai cibi e alle bevande. Possono contaminare l’acqua potabile o essere naturalmente presenti in alcuni alimenti (come tè nero, uva). A volte vengono persino aggiunti come aromi.
- Assorbimento cutaneo: Pensate alle creme solari, ai cosmetici, ma anche ai vestiti trattati.
- Inalazione: L’aria interna può contenere BP, rilasciati da vari prodotti o presenti nella polvere.
Una volta assorbiti, il nostro corpo li metabolizza e li espelle principalmente attraverso le urine. Ma una parte può accumularsi, e qui nascono le preoccupazioni per l’esposizione cronica.

Studi in vitro e in vivo hanno suggerito che alcuni BP potrebbero agire come interferenti endocrini (imitando gli estrogeni o bloccando gli androgeni) e sono stati associati a potenziali effetti negativi sullo sviluppo, sulla riproduzione, oltre a possibili effetti cancerogeni e neurotossici. Ad esempio, il BP-1 ha mostrato effetti anti-androgenici, mentre il BP-3 sembra influenzare geni legati agli ormoni.
Lo Studio di Taiwan: Cosa abbiamo cercato?
Consapevoli di questo background, i ricercatori a Taiwan hanno deciso di andare a fondo. Hanno coinvolto 706 persone rappresentative della popolazione generale (bambini, adolescenti, adulti, anziani) provenienti da diverse aree dell’isola. A tutti è stato chiesto di fornire un campione di urina e di compilare un questionario sulle loro abitudini alimentari nell’ultimo mese (un questionario di frequenza alimentare).
L’idea era misurare con precisione (usando una tecnica sofisticata chiamata UHPLC-MS/MS) le concentrazioni urinarie di diversi tipi di benzofenoni, in particolare BP, BP-1 e BP-3. L’obiettivo finale era triplice:
- Quantificare i livelli di BP nella popolazione generale taiwanese.
- Vedere se c’era una correlazione tra questi livelli e la frequenza di consumo di certi cibi.
- Valutare il rischio per la salute basandosi su questi livelli interni di esposizione.
Questo approccio, chiamato biomonitoraggio umano, è molto più accurato rispetto alla sola stima dell’esposizione esterna (ad esempio, calcolando quanto BP potrebbe esserci nel cibo), perché misura direttamente ciò che è entrato ed è stato processato dal nostro corpo.
I Risultati: Cosa hanno rivelato i campioni di urina?
E i risultati? Direi piuttosto interessanti! Il benzofenone “base” (BP) è stato rilevato in oltre il 90% dei partecipanti. Questo suggerisce un’esposizione molto diffusa. Al contrario, altri derivati come BP-1 e BP-3 sono stati trovati meno frequentemente (BP-3 nel 21% circa, BP-1 e altri sotto il 10%, mentre BP-2 e BP-4 non sono stati rilevati).
Le concentrazioni mediane erano:
- BP: 2.72 µg/g creatinina
- BP-1: 15.17 µg/g creatinina
- BP-3: 16.17 µg/g creatinina
(La creatinina è una sostanza nelle urine usata per “normalizzare” le concentrazioni, tenendo conto di quanto è diluita l’urina).
Analizzando i dati per fasce d’età, è emerso che gli adulti (19-64 anni) e gli anziani (>65 anni) tendevano ad avere livelli di BP più alti e frequenze di rilevamento maggiori. In particolare, il gruppo >65 anni mostrava la media geometrica più alta.
Altre osservazioni curiose:
- Le concentrazioni di BP erano leggermente più alte a Taiwan settentrionale.
- Le persone sovrappeso mostravano livelli di BP più alti (forse per un maggior consumo di cibo o perché i BP, essendo lipofili, si accumulano nel grasso?).
- I livelli di BP sembravano variare con le stagioni, con un picco in primavera. Questo è interessante perché contrasta con l’idea che l’esposizione sia legata solo all’uso di creme solari (che ci si aspetterebbe maggiore in estate).
- Non c’erano differenze significative tra uomini e donne.
L’alta rilevazione di BP (non BP-3, il filtro solare più comune) e il picco primaverile suggeriscono fortemente che la fonte principale di esposizione a Taiwan potrebbe non essere tanto l’uso di cosmetici, quanto piuttosto la dieta, forse legata al packaging alimentare o alla contaminazione ambientale.
Il Legame con la Dieta: Davvero quello che mangiamo fa la differenza?
Qui le cose si fanno ancora più intriganti. Analizzando le abitudini alimentari, i ricercatori hanno cercato correlazioni tra la frequenza di consumo di 18 gruppi di alimenti e i livelli di BP nelle urine. Ed ecco cosa è saltato fuori, con differenze notevoli tra le fasce d’età:
- Adulti (19-64 anni): È emersa una correlazione positiva significativa tra i livelli di BP e il consumo frequente di cereali e pane e di latte, yogurt e formaggio. Curiosamente, c’era una correlazione negativa con il consumo di caffè.
- Bambini (6-11 anni): Qui, livelli più alti di BP erano associati a un maggior consumo di carne (in particolare, un’analisi più approfondita ha indicato le frattaglie, “internal organ meats”).
- Anziani (>65 anni): In questa fascia d’età, si è osservata una correlazione negativa significativa tra i livelli di BP e il consumo di frutta fresca, verdura e caffè. Sembrerebbe quasi che una dieta ricca di questi alimenti sia protettiva, o che chi li consuma meno sia più esposto ad altre fonti.
- Adolescenti (12-18 anni): Sono emerse correlazioni negative con il consumo di prodotti a base di ghiaccio (gelati industriali?) e torte, ma un’analisi successiva (regressione multipla, aggiustando per altri fattori) ha trovato un’associazione positiva con il consumo di gelato (ice cream) sia in questa fascia d’età che negli adulti (19-64).

Questi risultati sembrano confermare l’ipotesi del ruolo chiave della dieta. La presenza di BP in cibi come riso, pane e latte era già stata segnalata in studi precedenti a Taiwan, probabilmente a causa della migrazione dagli imballaggi o della contaminazione durante la produzione e conservazione. Sembra proprio che la nostra dieta possa disegnare una mappa della nostra esposizione ai BP!
Siamo a Rischio? La Valutazione della Salute
Ok, abbiamo capito che siamo esposti ai BP, soprattutto al tipo “base”, e che la dieta gioca un ruolo importante. Ma la domanda cruciale è: tutto questo rappresenta un pericolo per la nostra salute?
Per rispondere, i ricercatori hanno stimato l’Assunzione Giornaliera Stimata (EDI – Estimated Daily Intake) di BP per ogni partecipante, basandosi sui livelli misurati nelle urine e su altri parametri come peso corporeo e tasso di escrezione di creatinina. Hanno usato simulazioni statistiche avanzate (Monte Carlo) per tenere conto delle incertezze e delle variabilità individuali.
Poi, hanno confrontato questi valori di EDI con la dose di riferimento stabilita dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA), che per il BP è di 30 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno (µg/kg-bw/day). Questo è il livello al di sotto del quale si ritiene che l’esposizione non comporti rischi apprezzabili per la salute.
Il risultato? Rassicurante! L’EDI mediano di BP per tutte le fasce d’età era molto basso, variando da 0.02 a 0.07 µg/kg-bw/day. Anche nei casi di esposizione più alta (al 95° percentile), i valori rimanevano ben al di sotto della dose di riferimento EFSA.
È stato calcolato anche il Quoziente di Pericolo (HQ – Hazard Quotient), che è il rapporto tra l’EDI e la dose di riferimento. Un HQ inferiore a 1 indica un rischio considerato basso. Ebbene, per tutte le fasce d’età, l’HQ per il BP era molto inferiore a 1 (tra 0 e 0.02).
Quindi, basandosi sui dati attuali e sugli standard di sicurezza europei, l’esposizione al solo BP nella popolazione generale di Taiwan sembra comportare un rischio per la salute molto basso.
Limiti dello Studio e Prospettive Future
Come ogni ricerca scientifica, anche questo studio ha i suoi punti di forza ma anche alcune limitazioni che è onesto riconoscere.
Tra i punti di forza, c’è sicuramente l’ampio campione rappresentativo della popolazione, l’uso del biomonitoraggio (analisi delle urine) e il tentativo di collegare esposizione, dieta e rischio.
Tuttavia, ci sono dei “ma”:
- L’uso di un singolo campione di urina potrebbe non riflettere l’esposizione a lungo termine, dato che i BP vengono metabolizzati abbastanza rapidamente.
- Il questionario sulla frequenza alimentare si basa sulla memoria dei partecipanti, che può non essere sempre precisa (bias di ricordo).
- Il questionario copriva solo un numero limitato di gruppi alimentari, potendo tralasciare altre fonti dietetiche.
- L’esposizione da fonti non dietetiche (come cosmetici, polvere, aria) non è stata valutata a fondo.
- La valutazione del rischio si è concentrata solo sul BP, non considerando l’effetto cumulativo potenziale di tutti i diversi benzofenoni a cui potremmo essere esposti (non è stato calcolato un Indice di Pericolo – HI).

Cosa significa tutto questo? Che c’è ancora lavoro da fare! Servono ulteriori ricerche per identificare con più precisione tutte le fonti di esposizione (ad esempio, analizzando direttamente i cibi e gli imballaggi) e per capire meglio gli effetti sulla salute dell’esposizione combinata a diversi BP e ad altre sostanze chimiche.
In Conclusione: Cosa Portiamo a Casa?
Questo studio taiwanese ci offre uno spaccato affascinante (e per certi versi rassicurante) sulla nostra convivenza con i benzofenoni. Ci dice che l’esposizione, almeno al BP “base”, è molto comune, quasi ubiquitaria. Ci suggerisce fortemente che la nostra dieta, e forse indirettamente gli imballaggi alimentari, gioca un ruolo chiave nel determinare i livelli di queste sostanze nel nostro corpo, con pattern diversi a seconda dell’età.
La buona notizia è che, almeno ai livelli attuali rilevati a Taiwan, il rischio per la salute associato al solo BP sembra essere basso, ben al di sotto delle soglie di sicurezza internazionali.
Tuttavia, non possiamo abbassare la guardia. L’ampia diffusione di questi composti richiede un monitoraggio continuo, specialmente per quanto riguarda il loro uso negli imballaggi alimentari e nei materiali a contatto con gli alimenti. È fondamentale capire meglio da dove provengono esattamente i BP che finiscono nel nostro piatto e nel nostro corpo.
Insomma, i benzofenoni rimangono un po’ “amici invisibili” e un po’ “nemici nascosti”. Conoscerli meglio, grazie a studi come questo, è il primo passo per assicurarci che rimangano più amici che nemici per la nostra salute.
Fonte: Springer
