Batteri Marini: I Nostri Alleati Segreti Contro la Plastica?
Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio affascinante nel profondo blu, alla scoperta di minuscoli eroi che potrebbero aiutarci a risolvere uno dei problemi più grandi del nostro tempo: l’inquinamento da plastica.
Un Mare di Plastica: Il Problema
Sappiamo tutti quanto la plastica sia utile: è robusta, leggera, durevole e resiste a un sacco di cose. Ma c’è un rovescio della medaglia enorme: la sua decomposizione è lentissima, molto più lunga della vita utile di un oggetto di plastica. Pensate a tutte le bottiglie, i sacchetti, i contenitori usa e getta… un utilizzo brevissimo per un’eredità che dura decenni, secoli!
Ogni anno produciamo circa 400 milioni di tonnellate di rifiuti plastici nel mondo, e solo una misera parte (il 9%!) viene riciclata. Il resto? Finisce accumulato ovunque, specialmente nei nostri preziosi ecosistemi marini. La pandemia di COVID-19, poi, ha peggiorato la situazione, con un’impennata nell’uso di plastica monouso (mascherine, imballaggi) che ha riversato altre migliaia di tonnellate di rifiuti negli oceani.
Queste plastiche, derivate dal petrolio, non si biodegradano facilmente. Anzi, si frammentano in microplastiche e nanoplastiche che invadono ogni angolo del mare, entrando nella catena alimentare e potenzialmente trasportando tossine fino a noi. Una vera emergenza ambientale!
La Speranza nelle Bioplastiche: I PHA
Ma se ci fosse un’alternativa? Qui entrano in gioco i Poliidrossialcanoati (PHA). Immaginate una plastica prodotta non dal petrolio, ma da microrganismi! I PHA sono poliesteri biodegradabili che alcuni batteri accumulano come riserva di energia. Il loro grande vantaggio? Sono completamente biodegradabili, specialmente in ambiente marino, molto più velocemente delle plastiche tradizionali. Potrebbero essere la risposta che cerchiamo per sostituire molte plastiche sintetiche.
Cacciatori di Plastica Sottomarini: La Nostra Ricerca
La domanda sorge spontanea: se i PHA sono biodegradabili, chi se ne occupa in natura? La risposta è: altri microrganismi! Esistono batteri e funghi, sparsi in diversi ambienti (suolo, compost, e sì, anche nel mare), che producono degli enzimi speciali, chiamati PHA depolimerasi. Queste “forbici molecolari” spezzano le lunghe catene dei PHA in molecole più piccole che i microbi possono poi “mangiare” per crescere.
La mia ricerca si è concentrata proprio qui: scovare batteri marini capaci di degradare i PHA. Perché proprio marini? Perché sono già adattati a quell’ambiente e potrebbero essere la chiave per ripulire i nostri oceani.
Abbiamo iniziato raccogliendo detriti marini e campioni di acqua di mare, in particolare dalla Baia di Tan Khu in Thailandia. L’idea era semplice: mettere questi campioni in un “brodo” speciale (chiamato ASW) contenente come unica fonte di carbonio un tipo specifico di PHA, il P(3HB). Solo i batteri capaci di “digerire” il P(3HB) sarebbero riusciti a crescere.
Dopo questa prima fase di “arricchimento”, abbiamo trasferito i batteri su piastre di agar contenenti sempre P(3HB). Qui la magia diventa visibile: i batteri che producono le PHA depolimerasi creano un alone trasparente attorno alla loro colonia, segno che stanno letteralmente sciogliendo la bioplastica! È stato emozionante vedere questi aloni comparire dopo qualche settimana di incubazione a 30°C.

Il Nostro Campione: SS1-2
Abbiamo isolato sei ceppi batterici promettenti, tutti capaci di creare l’alone trasparente. Per capire quale fosse il più “affamato” di P(3HB), abbiamo misurato il cosiddetto “indice di degradazione” (il rapporto tra il diametro dell’alone e quello della colonia). Dopo una settimana, un isolato in particolare, che abbiamo chiamato SS1-2, ha mostrato l’indice più alto (1.44). Era il nostro campione!
Ma chi era SS1-2? Per scoprirlo, abbiamo analizzato il suo aspetto al microscopio elettronico (rivelando batteri a forma di bastoncello) e, soprattutto, abbiamo sequenziato una porzione specifica del suo DNA, il gene 16S rRNA, che è un po’ come la carta d’identità dei batteri. Confrontando la sequenza con i database esistenti, abbiamo scoperto che SS1-2 è molto simile (97.81% di somiglianza) a un batterio marino chiamato Pseudooceanicola antarcticus, originariamente isolato nelle fredde acque dell’Antartide. Questo batterio è noto per la sua capacità di degradare polimeri complessi e la sua resistenza a sale e freddo lo rende un candidato ideale per la biodegradazione marina. Potrebbe addirittura trattarsi di una nuova specie del genere Pseudooceanicola!
La Ricetta Perfetta per l’Enzima
Avere un batterio promettente è fantastico, ma per applicazioni pratiche (come la bioremediation o l’uso industriale dell’enzima) serve che questo batterio produca molta PHA depolimerasi. E la produzione di enzimi è influenzata da tanti fattori: il tipo di “cibo” (fonte di azoto), la temperatura, l’acidità (pH), la quantità di bioplastica (carico di substrato)…
Così è iniziata la fase di ottimizzazione. Abbiamo testato diverse fonti di azoto e scoperto che il cloruro di ammonio (NH4Cl) era la migliore per il nostro SS1-2. Poi abbiamo verificato la temperatura ideale, che si è rivelata essere 30°C, e il pH ottimale, risultato essere 7.5 (leggermente alcalino).
Ma la vera sfida era capire come interagissero tra loro la quantità di P(3HB) (il substrato) e la concentrazione di NH4Cl. Qui ci è venuta in aiuto la statistica, con una tecnica chiamata Metodologia della Superficie di Risposta (RSM). È un modo intelligente per testare diverse combinazioni di fattori e costruire un modello matematico che predice la condizione migliore.

Risultati Sorprendenti
L’RSM ci ha indicato la “ricetta perfetta”: una concentrazione dello 0.5% sia per il P(3HB) che per l’NH4Cl. Abbiamo quindi provato a coltivare SS1-2 in queste condizioni ottimizzate. I risultati sono stati incredibili! L’attività della PHA depolimerasi prodotta è schizzata alle stelle, raggiungendo un picco dopo 9 giorni di incubazione.
Confrontando la produzione enzimatica nelle condizioni ottimizzate con quella iniziale (nel terreno di coltura non ottimizzato), abbiamo ottenuto un aumento di ben 5.32 volte! Siamo passati da un’attività di 0.0094 mg/mL/min a un massimo di circa 0.05 mg/mL/min. Questo dimostra quanto sia cruciale trovare le condizioni giuste per “convincere” i batteri a dare il massimo.
È interessante notare come la fonte di azoto sia fondamentale. Mentre per noi l’NH4Cl è stato il migliore, altri studi su batteri diversi hanno trovato risultati ottimali con urea o solfato d’ammonio. E anche la concentrazione è critica: troppo poco azoto limita la crescita, ma troppo può inibire la produzione dell’enzima, perché il batterio si concentra sulla crescita cellulare piuttosto che sulla secrezione di enzimi. Abbiamo trovato che lo 0.5% di NH4Cl era il punto dolce per SS1-2.
Perché è Importante? Il Futuro è Bio
Questa scoperta è entusiasmante per diversi motivi. Innanzitutto, abbiamo identificato un nuovo attore, potenzialmente una nuova specie di Pseudooceanicola, capace di degradare efficacemente i PHA in ambiente marino. Questo amplia la nostra conoscenza sulla biodegradazione in mare.
In secondo luogo, abbiamo dimostrato che ottimizzando le condizioni di coltura, possiamo aumentare notevolmente la produzione dell’enzima PHA depolimerasi. Questo è fondamentale per pensare a future applicazioni:
- Bioremediation Marina: Utilizzare questi batteri o i loro enzimi per ripulire le aree marine inquinate da bioplastiche PHA.
- Riciclo Industriale: Impiegare gli enzimi per scomporre i rifiuti di PHA in modo controllato, recuperando i monomeri per produrre nuova bioplastica, chiudendo il cerchio in un’ottica di economia circolare.
- Biotecnologie: Sviluppare processi industriali più efficienti e sostenibili basati su questi enzimi.
Certo, ci sono ancora sfide da affrontare: bisogna migliorare ulteriormente la stabilità e l’efficienza dell’enzima in condizioni industriali variabili e studiare come passare dalla scala di laboratorio a quella industriale. Ma il potenziale è enorme.

Lo studio di microrganismi come il nostro SS1-2 e dei loro enzimi “mangia-plastica” apre scenari promettenti per un futuro più sostenibile, dove possiamo gestire i nostri rifiuti in modo più intelligente e proteggere i nostri preziosi oceani. È un campo di ricerca in continua evoluzione, e sono felice di farne parte e di condividere queste scoperte con voi!
Fonte: Springer
