Etiopia: A Caccia dei Bambini “Zero Dosi” e dei Segreti per Proteggerli
Parliamoci chiaro: i vaccini sono una delle più grandi conquiste della medicina, vero? Salvano milioni di vite ogni anno, proteggono i nostri piccoli da malattie terribili e, pensate un po’, aiutano persino il loro sviluppo cognitivo e il futuro scolastico. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che l’immunizzazione eviti tra i 3,5 e i 5 milioni di decessi ogni anno. Mica male, eh? E non è solo una questione di salute: vaccinare significa anche meno spese sanitarie, meno sovraccarico per gli ospedali e una società più equa. Un vero toccasana!
Nonostante sappiamo tutti quanto siano fondamentali, milioni di bimbi nel mondo restano senza quella protezione essenziale. Si parla di ben 14,5 milioni di bambini “zero-dose”, cioè che non hanno ricevuto nemmeno la prima dose del vaccino contro difterite, tetano e pertosse (DTP). E l’Etiopia, purtroppo, è uno dei Paesi africani con più bambini in questa situazione, con enormi differenze tra le varie zone, specialmente quelle pastorali e più difficili da raggiungere.
La Sfida Etiope: Progressi e Disparità
Certo, l’Etiopia ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni, triplicando la copertura vaccinale infantile. Un applauso se lo meritano! Ma l’obiettivo del 90% di copertura entro il 2025 è ancora lontano, e le disparità regionali sono un osso duro. Immaginatevi aree vastissime, comunità nomadi, infrastrutture carenti… non è facile portare i vaccini ovunque. Eppure, è proprio lì che bisogna concentrare gli sforzi.
Per capire meglio come affrontare questa sfida, è nato il progetto “Strengthening Service Delivery in Ethiopia (SSD)”, finanziato dalla Gates Foundation. L’idea è semplice ma ambiziosa: migliorare l’identificazione e la vaccinazione dei bambini zero-dose e sotto-immunizzati, potenziando i servizi sanitari e la distribuzione dei vaccini fino all’ultimo miglio. E per farlo bene, servono dati freschi e precisi.
La Nostra Indagine sul Campo
Ed è qui che entro in gioco io, o meglio, noi ricercatori. Tra luglio e agosto 2024, abbiamo condotto un’indagine approfondita, una specie di fotografia della situazione. Abbiamo intervistato 1.368 mamme di bambini tra i 12 e i 23 mesi, sparsi tra le regioni agrarie e quelle pastorali dell’Etiopia. Volevamo capire quali fattori, a livello individuale e comunitario, influenzassero il numero di dosi di vaccino ricevute dai piccoli.
Il sistema sanitario etiope è organizzato su tre livelli, ma è alla base, nei cosiddetti “health post” a livello di kebele (la più piccola unità amministrativa), che gli Operatori Sanitari di Estensione (HEW) fanno un lavoro cruciale, offrendo servizi preventivi come le vaccinazioni, anche con programmi “outreach” supportati da volontari della comunità. Abbiamo incluso nel nostro studio 20 distretti (woreda), 16 agrari e 4 pastorali, per avere un quadro il più completo possibile.
La selezione delle famiglie è stata rigorosa, usando una tecnica di campionamento stratificato a due stadi. Abbiamo raccolto dati sull’immunizzazione dei bambini, ma anche su tante altre variabili: età e istruzione della madre, sesso del bambino, ricchezza della famiglia, distanza dalla struttura sanitaria più vicina, se la mamma aveva partorito in ospedale, se aveva ricevuto visite domiciliari da operatori sanitari durante la gravidanza, e persino se in famiglia c’era un libretto delle vaccinazioni per altri bambini sotto i 5 anni.

Cosa Abbiamo Scoperto: Numeri che Fanno Riflettere
I risultati, ve lo dico subito, sono stati un pugno nello stomaco, ma anche una mappa preziosa per orientare gli interventi. Circa il 14% dei bambini non aveva ricevuto nemmeno una vaccinazione. Avete capito bene, zero! E il 62% era sotto-immunizzato, cioè non aveva completato il ciclo raccomandato. Ma la cosa che più colpisce sono le differenze abissali tra le regioni: nelle aree agrarie, il 9% dei bambini era zero-dose, mentre nelle aree pastorali questa percentuale schizzava al 69%! E per i sotto-immunizzati, si passava dal 60% nelle regioni agrarie al 92% in quelle pastorali. Numeri che parlano da soli.
Solo il 38% dei bambini aveva ricevuto tutte le dosi di vaccino previste. Un altro dato interessante: il 22% dei bambini aveva ricevuto un numero di dosi variabile da 1 a 7. La prevalenza di bambini zero-dose variava significativamente anche in base al livello di istruzione della madre, alla religione e al quintile di ricchezza. Sorprendentemente, o forse no, le comunità che vivevano più vicino alle strutture sanitarie avevano un tasso di vaccinazione zero-dose più alto rispetto a quelle più lontane, probabilmente perché molti servizi vengono erogati tramite campagne mobili “outreach” piuttosto che in postazioni fisse.
I Fattori Chiave: Chi Rischia di Più e Perché
Ma quali sono i fattori che fanno la differenza? Grazie a un’analisi statistica piuttosto sofisticata (un modello di regressione binomiale negativa multilivello, per i più curiosi), abbiamo individuato alcuni elementi cruciali.
- Istruzione della madre: Le mamme con un’istruzione superiore avevano maggiori probabilità di far vaccinare i propri figli (Adjusted Incidence Rate Ratio, AIRR = 1.20). L’istruzione apre la mente e dà consapevolezza.
- Ricchezza del nucleo familiare: I bambini di famiglie benestanti (AIRR = 1.39) e della classe media (AIRR = 1.32) ricevevano più dosi rispetto a quelli di famiglie povere. La povertà è una barriera, sempre.
- Parto in struttura sanitaria: Aver partorito in ospedale o in un centro sanitario aumentava significativamente la probabilità che il bambino ricevesse più vaccini (AIRR = 1.57). È un’occasione d’oro per la prima dose e per informare la madre.
- Visite domiciliari degli operatori sanitari (CHW): Le visite durante la gravidanza da parte degli operatori sanitari comunitari facevano la differenza (AIRR = 1.32). Il contatto diretto, il consiglio, la fiducia.
- Possesso di un libretto vaccinale: Se in famiglia c’era già un bambino sotto i 5 anni con un libretto delle vaccinazioni, le probabilità che anche il nuovo nato ricevesse più dosi aumentavano di ben due volte e mezzo (AIRR = 2.45)! L’esperienza positiva conta.
- Regione di residenza: E qui torniamo al punto dolente. I bambini delle aree pastorali avevano il 60% in meno di probabilità di ricevere un numero elevato di dosi rispetto a quelli delle aree agrarie (AIRR = 0.40).
Abbiamo anche chiesto alle mamme perché i loro figli non fossero vaccinati o completamente vaccinati. Le ragioni più comuni? Mancanza di consapevolezza (46%), orari e luoghi di vaccinazione scomodi (25%), assenza del vaccino o del vaccinatore (21%), paura degli effetti collaterali (15%), troppo lavoro per la madre (14%) e mancanza di fiducia nell’immunizzazione (7%). Nelle aree pastorali, la scomodità logistica era più sentita, mentre in quelle agrarie pesava di più la sfiducia.
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Cosa Ci Dice Tutto Questo? Piste per il Futuro
Questo studio ci ha mostrato chiaramente che una fetta importante di bambini in Etiopia o salta del tutto le vaccinazioni o non completa il ciclo, e che le comunità pastorali, più svantaggiate, portano il peso maggiore di questa situazione. La distanza dalla struttura sanitaria, il livello di istruzione della madre, la ricchezza, il parto assistito, le visite degli operatori sanitari e il possesso di un libretto vaccinale sono tutti tasselli di un puzzle complesso.
Nelle regioni pastorali, la vicinanza a una struttura sanitaria sembrava invece giocare a favore, forse perché le madri avevano un accesso migliore agli “health post” e questo le motivava a seguire il calendario vaccinale. Questo ci dice che non esiste una soluzione unica, ma bisogna adattare le strategie al contesto.
Le disparità regionali sono un campanello d’allarme. Le aree pastorali lottano con strade dissestate, infrastrutture sanitarie limitate e uno stile di vita nomade che rende difficile raggiungere le famiglie. C’è bisogno di interventi su misura: potenziare i programmi di vaccinazione mobile e “outreach”, e lavorare tantissimo sul coinvolgimento della comunità. E, naturalmente, investire di più per migliorare le infrastrutture sanitarie.
L’istruzione materna e la condizione socio-economica sono altri nodi cruciali. Bisogna pensare a strategie per raggiungere i bambini zero-dose nelle famiglie più povere e con mamme meno istruite, magari promuovendo l’alfabetizzazione femminile.
Il fatto che il parto in struttura sanitaria e le visite domiciliari degli operatori sanitari (CHW) siano così importanti ci suggerisce dove insistere. I CHW sono figure chiave: possono consigliare, sfatare miti, identificare chi è rimasto indietro con le vaccinazioni e fare da ponte con il sistema sanitario. E se una madre ha già vaccinato un figlio, è più probabile che vaccini anche gli altri. Dobbiamo valorizzare queste esperienze positive.
Una nota curiosa: a differenza di altri studi, nel nostro la religione non è emersa come un fattore predittivo significativo. Forse le cose stanno cambiando, o forse dipende dalla popolazione specifica che abbiamo studiato.
Guardando Avanti: Un Impegno Necessario
Certo, il nostro studio ha dei limiti. Nonostante tutti gli sforzi per minimizzare i bias, il ricordo delle madri o la desiderabilità sociale potrebbero aver influenzato un po’ i dati. Ma i punti di forza sono tanti: un’analisi statistica avanzata e un campione rappresentativo di gran parte del Paese.
La conclusione è chiara: per affrontare il problema dei bambini zero-dose in Etiopia servono interventi contestualizzati, che tengano conto delle specificità delle aree pastorali e delle popolazioni più vulnerabili. Migliorare l’accesso ai servizi, potenziare i programmi “outreach”, rafforzare il sistema sanitario e il ruolo degli operatori sanitari comunitari nelle aree meno servite: ecco la strada da percorrere per proteggere la salute di ogni bambino.
È una sfida grande, ma non impossibile. E ogni bambino vaccinato è una vittoria per tutti.
Fonte: Springer
