Un bambino piccolo, di circa 6 anni, disegna sorridendo seduto a un tavolo basso in una stanza luminosa e accogliente. Accanto a lui, un pupazzo colorato (simile a Monkey Bob). Obiettivo 35mm, luce calda e naturale, leggero effetto bokeh sullo sfondo per concentrarsi sul bambino e sull'attività creativa. Simboleggia speranza, gioco terapeutico e recupero.

Piccoli Guerrieri: Cosa Serve Davvero ai Bambini per Guarire dalla Violenza Domestica?

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa di delicato ma incredibilmente importante: come possiamo aiutare i bambini più piccoli a riprendersi dopo aver vissuto esperienze di violenza domestica. Sappiamo tutti quanto queste situazioni possano essere devastanti, ma spesso ci concentriamo sugli adulti, dimenticando che i più piccoli sono vittime a pieno titolo, con bisogni specifici per guarire.

Recentemente mi sono imbattuto in uno studio affascinante che ha cercato di dare voce proprio a loro, ai bambini sotto i 12 anni, e alle loro mamme. L’obiettivo? Capire cosa li aiuta davvero a partecipare ai percorsi di supporto e quali cambiamenti positivi riescono a ottenere. E credetemi, quello che hanno scoperto è illuminante e apre prospettive nuove su come dovremmo affrontare questo problema.

Dare Voce ai Più Piccoli: Una Sfida Necessaria

Pensateci: a livello globale, si stima che un bambino su sette viva la violenza domestica in casa. Un numero spaventoso. E anche se la legge, come il Domestic Abuse Act del 2021 in Inghilterra e Galles, inizia a riconoscere i bambini come vittime dirette, la realtà è che c’è una carenza enorme di servizi dedicati a loro. Un report recente ha mostrato che il 75% dei genitori sopravvissuti alla violenza domestica non è riuscito a ottenere supporto per i propri figli, pur desiderandolo.

Il problema è anche che sappiamo ancora troppo poco su come i bambini, specialmente i più piccoli, vivono questi percorsi di aiuto. Spesso le valutazioni si basano su quello che dicono gli adulti, non sulle esperienze dirette dei bambini. Ma come possiamo creare un supporto efficace se non ascoltiamo direttamente i protagonisti? Questo studio ha cercato di colmare proprio questo vuoto, usando un approccio qualitativo, con interviste approfondite a sette bambini e alle loro mamme, analizzando sei casi familiari nel dettaglio. È fondamentale superare l’idea che i bambini piccoli siano troppo “vulnerabili” per partecipare a ricerche su temi così sensibili. Con le giuste cautele etiche e metodi adatti alla loro età, possiamo e dobbiamo ascoltarli.

Cosa Aiuta Davvero i Bambini a “Esserci”?

Dalle parole dei bambini sono emerse quattro cose fondamentali che li hanno aiutati a partecipare attivamente al percorso di supporto:

  • Sentirsi ‘Pronti’ (anche se con un po’ di paura): All’inizio, molti bambini erano timidi, un po’ preoccupati, non sapevano cosa aspettarsi. Come ha detto un bambino, la sua faccia all’inizio era “un po’ a zig zag, un po’ preoccupata”. Ma c’era anche eccitazione! Sapere cosa sarebbe successo, grazie alle spiegazioni della mamma o degli operatori, li aiutava a sentirsi più tranquilli. È stato cruciale che gli operatori costruissero un rapporto con calma, rispettando i loro tempi.
  • Affrontare le ‘Preoccupazioni’: La maggior parte dei bambini voleva aiuto per le proprie “preoccupazioni”, spesso legate alla difficoltà di gestire le emozioni come la rabbia o la paura. Poter parlare di “cose di famiglia”, anche di piccole frustrazioni quotidiane con la mamma, li faceva sentire ascoltati e alleggeriti.
  • Relazioni che Contano: La fiducia e il rapporto positivo con l’operatore sono stati la chiave. Sentirsi capiti, ascoltati da qualcuno “gentile e comprensivo” ha fatto la differenza. Anche l’umorismo giocava un ruolo importante: “È divertente, mi fa sempre ridere”, ha detto un bambino parlando della sua operatrice. A volte, cambiare ambiente (da scuola a un bar, per esempio) aiutava a creare uno spazio più confortevole.
  • Attività e Strumenti Coinvolgenti: Questo è un punto fortissimo! I bambini hanno parlato con entusiasmo di attività creative e giochi usati durante le sessioni. Non erano solo passatempi, ma veri e propri strumenti per esprimere sentimenti e regolare le emozioni.

Fotografia macro di un barattolo di vetro ('worry jar') decorato da un bambino, pieno di piccoli foglietti colorati arrotolati. Illuminazione controllata per evidenziare i dettagli. Obiettivo macro 100mm, messa a fuoco precisa sui foglietti. Simboleggia la gestione delle preoccupazioni.

Il Potere del Gioco e della Creatività

Immaginate un “barattolo delle preoccupazioni” dove scrivere o disegnare ciò che angoscia e metterlo via. O un pupazzo colorato come “Monkey Bob” a cui confidare i propri timori, sapendo che poi li avrebbe “raccontati” alla mamma. Questi strumenti non sono banali: diventano canali sicuri per condividere emozioni difficili. Un bambino ha persino regalato il suo “mostro delle preoccupazioni” a un amico che ne aveva bisogno, perché lui ormai non ne aveva più!

Attività come creare un “acchiappasogni” per scacciare gli incubi legati al padre abusivo, o usare l’immagine di una bibita gassata che esplode per parlare della rabbia e imparare a “far uscire piccole bollicine alla volta”, hanno reso concetti complessi accessibili e memorabili. Anche disegnare le “Mani Amiche” (Helping Hands), identificando gli adulti di cui fidarsi (genitori, insegnanti), ha aiutato i bambini a sentirsi meno soli e più sicuri. È incredibile come queste attività, apparentemente semplici, abbiano permesso ai bambini di affrontare traumi, esprimersi e trovare strategie concrete per stare meglio. E a volte, semplicemente, si divertivano a disegnare, colorare o leggere, creando momenti di normalità e gioco.

Il Ruolo Insostituibile della Mamma (e del Supporto Integrato)

Lo studio ha evidenziato un altro aspetto cruciale: il supporto non era solo per i bambini, ma anche per le loro mamme. E questo faceva una differenza enorme. Le mamme, ricevendo a loro volta aiuto, riuscivano a:

  • Capire meglio l’impatto della violenza sui figli: Molte mamme hanno detto di aver acquisito più consapevolezza grazie ai percorsi dedicati a loro.
  • Imparare strategie per rispondere alle preoccupazioni dei figli: Il lavoro parallelo permetteva una comunicazione efficace: le preoccupazioni dei bambini arrivavano alle mamme tramite gli operatori, e viceversa.
  • Sentirsi meno sole: I gruppi di supporto per le mamme erano fondamentali per condividere esperienze simili e capire di non essere sole né colpevoli.

Questo approccio “olistico”, dove sia il bambino che la mamma hanno uno spazio dedicato ma coordinato, si è rivelato vincente. I bambini sentivano di avere un posto “solo per loro” dove parlare liberamente, senza paura di turbare la mamma. E le mamme si sentivano più attrezzate per sostenere i figli nel loro percorso. Fondamentale anche il ruolo degli operatori nell’essere “avvocati” dei bambini, assicurandosi che la loro voce fosse ascoltata nelle decisioni importanti (piani di sicurezza, incontri protetti, procedimenti legali).

Gruppo ristretto di madri sedute in cerchio in una stanza luminosa e confortevole, che parlano e si sostengono a vicenda. Espressioni empatiche e attente. Obiettivo 24mm per includere il gruppo mantenendo un'atmosfera intima. Luce morbida e naturale.

I Risultati? Cambiamenti Concreti e Speranza

Ma alla fine, tutto questo supporto ha funzionato? Assolutamente sì, secondo i bambini stessi! Hanno identificato miglioramenti tangibili in diverse aree:

  • Benessere e Fiducia: Si sentivano meno ansiosi (“Mi preoccupo molto meno ora”), più felici (“Faccione sorridente ora!”) e più sicuri di sé (“So che le persone mi ascolteranno”).
  • Comportamento e Coping: Avevano imparato a gestire meglio la rabbia e le situazioni stressanti (“Sono un po’ meglio… prima a scuola avrei dato un pugno”).
  • Situazione a Casa: Qui i pareri erano a volte più sfumati, segno che certe dinamiche familiari richiedono tempo. Alcuni notavano grandi miglioramenti (“Va molto meglio a casa, sono sempre felice ora”), altri cambiamenti più piccoli (“Mamma non dice più tante parolacce”). Significativamente, una bambina ha raccontato che grazie al supporto, la mamma aveva capito che lei e il fratello non volevano più vedere il padre abusivo e aveva smesso di forzarli.
  • Scuola e Amici: Molti hanno riportato miglioramenti nelle relazioni con i coetanei e a scuola (“Va tutto bene ora… ho un sacco di amici”).

Anche le mamme hanno confermato questi progressi, notando maggiore capacità dei figli di esprimere emozioni, miglioramenti nell’umore, nel sonno, e una diminuzione di paure e rabbia. Hanno anche sottolineato come la comunicazione in famiglia fosse migliorata, permettendo di parlare più apertamente delle esperienze vissute.

Cosa Portiamo a Casa?

Questo studio ci lascia un messaggio potente: ascoltare i bambini, anche i più piccoli, è fondamentale. Non sono soggetti passivi, ma attori competenti nella loro stessa guarigione. Hanno bisogno di relazioni basate sulla fiducia, di spazi sicuri, di strumenti creativi e divertenti per esprimersi e di sentirsi “pronti” (nel loro modo) ad affrontare il percorso.

L’approccio integrato, che supporta sia i bambini che le mamme (il genitore non abusante), sembra essere particolarmente efficace, perché rafforza la relazione madre-figlio, spesso minata dalla violenza, e crea un fronte comune verso la guarigione.

Certo, ci sono sfide. La pandemia ha mostrato i limiti del supporto online, specialmente all’inizio. E la mancanza di continuità con gli operatori può essere un ostacolo. Inoltre, c’è un bisogno disperato di più servizi come questi, stabili e ben finanziati, non progetti a breve termine che poi scompaiono.

Ma la strada è tracciata: dobbiamo investire in programmi che mettano al centro la voce dei bambini, che usino metodi creativi e relazionali, e che sostengano l’intera famiglia (non abusante) nel difficile ma possibile cammino verso un futuro libero dalla violenza e pieno di speranza. Perché ogni bambino merita di poter sognare “una scuderia di cavalli, una piscina e i capelli lunghi”, o di “avere una libreria popolare”, libero dal peso del passato.

Fonte: Springer

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