Concetto di supporto e cura per la salute mentale, simboleggiato da una luce soffusa che illumina una stanza tranquilla di ospedale. Obiettivo 35mm, profondità di campo, toni caldi e rassicuranti.

Autolesionismo: Quando il Dolore Ritorna. Un’Analisi Canadese che Fa Riflettere

Amici, oggi voglio parlarvi di un tema tosto, uno di quelli che ti stringono un po’ il cuore ma di cui è fondamentale parlare: l’autolesionismo e, in particolare, la tendenza a ricadere in questi comportamenti tanto da richiedere nuovi ricoveri ospedalieri. Immaginate la sofferenza di chi arriva a farsi del male, e poi immaginate la disperazione di rivivere quellesperienza più volte. Non è un argomento facile, lo so, ma capire cosa succede può davvero fare la differenza.

Recentemente mi sono imbattuto in uno studio canadese, intitolato “Repeat self-harm hospitalizations in Canada: a survival analysis”, che ha messo sotto la lente d’ingrandimento proprio questo fenomeno. E credetemi, i dati che emergono sono di quelli che ti fanno fermare un attimo a pensare. Hanno analizzato la bellezza di 74.055 pazienti dimessi dagli ospedali canadesi (escluso il Quebec, per questioni di accesso ai dati) tra aprile 2016 e marzo 2022, dopo un ricovero per autolesionismo. L’obiettivo? Capire quanto fosse alto il rischio di tornarci, in ospedale, per lo stesso motivo, e chi fossero i soggetti più a rischio.

I Numeri della Ricaduta: Un Quadro Preoccupante

Allora, tenetevi forte: lo studio ha rivelato che, dopo un primo ricovero per autolesionismo, il rischio di essere nuovamente ricoverati è del 9,3% entro un anno e sale al 13,0% entro tre anni. Pensateci: più di una persona su dieci, nel giro di un anno, si ritrova di nuovo in ospedale per lo stesso, dolorosissimo motivo. E c’è un altro dato che colpisce: ben tre quarti di queste riammissioni avvengono durante il primo anno dopo il ricovero iniziale, e il 90% entro due anni. Questo ci dice una cosa chiarissima: il periodo immediatamente successivo alla dimissione è assolutamente critico.

È come se, una volta usciti dall’ospedale, queste persone si trovassero su un terreno incredibilmente fragile, dove il rischio di una nuova caduta è altissimo, soprattutto all’inizio. Questo sottolinea quanto sia cruciale un follow-up attento e tempestivo, un supporto continuo che non si interrompa con le dimissioni.

Chi Rischia di Più? Identikit delle Persone Più Vulnerabili

Lo studio non si è fermato ai numeri generali, ma è andato a scavare per capire se ci fossero dei gruppi di persone più esposti a questo rischio di ricaduta. E, purtroppo, le differenze ci sono e sono significative.

  • Le donne e le ragazze giovanissime: Le donne, in generale, hanno mostrato un rischio di riammissione superiore del 32% rispetto agli uomini. Ma il dato che fa più riflettere riguarda le ragazze più giovani: la fascia d’età 10-14 anni ha mostrato il rischio più alto in assoluto, con un impressionante 19,2% di probabilità di un nuovo ricovero entro tre anni. Quasi una su cinque! È un campanello d’allarme enorme che ci dice quanto sia necessario concentrare sforzi e attenzioni su questa popolazione così giovane e vulnerabile.
  • L’età che “protegge” (in parte): Al contrario, le persone con 65 anni o più, sia uomini che donne, hanno mostrato il rischio più basso di ricadute. Questo non significa che il problema non esista per loro, ma che l’incidenza è minore rispetto ai più giovani.
  • Il metodo di autolesionismo: Anche il “come” una persona si fa del male sembra influenzare il rischio di ricaduta. Le donne che si sono autolesionate attraverso tagli o perforazioni hanno mostrato un rischio significativamente più alto. Per entrambi i sessi, invece, l’utilizzo di avvelenamento da sostanze (come farmaci o droghe) è risultato associato a un maggior rischio di nuovi ricoveri.
  • La presenza di un disturbo mentale: Non è una sorpresa, ma è una conferma importante: avere una diagnosi di disturbo mentale (che poteva essere la diagnosi primaria, secondaria, una comorbidità o una diagnosi identificata prima o dopo l’ammissione) aumenta il rischio di ricoveri ripetuti. Questo ci ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia intrecciata la salute mentale con questi comportamenti e quanto sia fondamentale un approccio integrato.

Persona seduta da sola in una sala d'attesa ospedaliera poco illuminata, che trasmette un senso di preoccupazione e isolamento. Fotografia con obiettivo fisso da 35mm, bicromia blu e grigio, con profondità di campo.

Curiosamente, lo studio ha anche analizzato la provenienza geografica dei pazienti, ma i risultati sull’impatto del vivere in aree rurali o remote non sono stati così netti come per altri fattori, mostrando alcune differenze tra uomini e donne che meriterebbero ulteriori approfondimenti.

Non Solo Una Volta: Le Ricadute Multiple

Un altro aspetto toccato dallo studio è quello delle ricadute multiple. Tra tutti i pazienti inizialmente ricoverati, l’8,7% ha avuto una sola riammissione durante il periodo di studio, l’1,9% ne ha avute due, e l’1,4% tre o più. Se guardiamo solo a coloro che hanno avuto almeno una riammissione, scopriamo che quasi tre quarti (72,6%) si sono fermati a una, ma c’è una quota non trascurabile che ha vissuto questa esperienza più volte. Anche qui, le donne sembrano essere più colpite, con una percentuale maggiore di ricadute multiple rispetto agli uomini, specialmente nella fascia d’età 20-44 anni.

Cosa Ci Dice Tutto Questo?

Beh, per prima cosa, questo studio canadese, che a quanto pare è il primo così ampio a livello nazionale su questo specifico tema in Canada, ci dà dei numeri concreti su cui riflettere. Ci dice che il rischio di ricadute dopo un ricovero per autolesionismo è reale e concentrato soprattutto nel primo periodo post-dimissione. Ci evidenzia che ci sono dei gruppi, come le ragazze giovanissime, le donne in generale, chi utilizza certi metodi di autolesionismo e chi ha una diagnosi di disturbo mentale, che necessitano di un’attenzione ancora maggiore.

Questi risultati, come sottolineano gli stessi ricercatori, sono fondamentali per guidare interventi mirati. Se sappiamo chi è più a rischio e quando questo rischio è più alto, possiamo pensare a strategie di prevenzione più efficaci, a un migliore stanziamento delle risorse sanitarie e, soprattutto, a rafforzare la necessità di un supporto completo per la salute mentale. Non si tratta solo di curare la ferita fisica, ma di affrontare il dolore profondo che sta dietro a questi gesti.

Certo, come ogni ricerca, anche questa ha i suoi limiti. Ad esempio, non sono stati incrociati i dati dei ricoveri con quelli sulla mortalità (quindi chi è deceduto dopo la dimissione, magari per suicidio, non è stato “censito” come non a rischio di riammissione, il che potrebbe sottostimare leggermente il rischio, soprattutto per gli uomini che hanno tassi di suicidio più alti). Inoltre, i dati del Quebec non erano inclusi, e mancavano alcune variabili demografiche come l’etnia o lo stato socio-economico che potrebbero offrire ulteriori spunti. Infine, i codici diagnostici usati (ICD-10) per identificare l’autolesionismo non permettono di distinguere se ci fosse o meno un intento suicidario.

Ritratto ravvicinato di un'adolescente pensierosa che guarda fuori da una finestra, con la luce del sole che le illumina parzialmente il viso, suggerendo vulnerabilità e speranza. Fotografia con obiettivo fisso da 50mm, profondità di campo, grana della pellicola leggera.

Nonostante queste limitazioni, il messaggio arriva forte e chiaro: l’autolesionismo che porta a ricoveri ripetuti è un problema serio che richiede una risposta altrettanto seria. La ricerca ci indica la strada, mostrandoci dove concentrare gli sforzi per offrire aiuto concreto e, si spera, interrompere questo ciclo di dolore.

Spero che questa “chiacchierata” su un tema così delicato sia stata utile. A volte, guardare in faccia i problemi, anche quelli più difficili, è il primo passo per iniziare a risolverli.

Fonte: Springer

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *