Immagine simbolica astratta, obiettivo macro 100mm, che rappresenta il conflitto interiore: una crepa illuminata su una superficie scura e ruvida, alta definizione, illuminazione drammatica laterale per simboleggiare la lotta psicologica, la colpa, la vergogna e l'autolesionismo in un contesto psichiatrico forense.

Autolesionismo in Psichiatria Forense: Quando la Vittima Accende la Sofferenza Interiore

Ragazzi, oggi parliamo di un argomento tosto, di quelli che fanno riflettere parecchio: l’autolesionismo. E lo facciamo in un contesto particolarissimo, quello della psichiatria forense, parlando di persone che hanno commesso reati violenti. Vi siete mai chiesti cosa scatta nella mente di queste persone? Certo, ci sono tanti fattori noti, ma uno studio recente ha provato a scavare più a fondo, guardando a dettagli che forse avevamo sottovalutato: le circostanze del reato e, soprattutto, chi era la vittima. E i risultati, ve lo dico, sono piuttosto sorprendenti e aprono scenari complessi.

Immergiamoci un attimo in questo mondo. L’autolesionismo, che significa infliggersi deliberatamente danni fisici senza necessariamente l’intento di suicidarsi, è purtroppo molto più comune tra chi finisce nel sistema giudiziario penale, specialmente nei contesti psichiatrici forensi, rispetto alla popolazione generale. Parliamo di tassi di suicidio da 3 a 8 volte più alti! Questo perché spesso in questi ambienti si concentrano persone con problemi di salute mentale più gravi, che sono anche più a rischio di comportamenti autolesivi.

Ma cosa c’entra il reato commesso?

Ecco il punto interessante. Sappiamo che molti pazienti in psichiatria forense lottano con la regolazione delle emozioni, e questo può sfociare sia in atti violenti verso gli altri sia verso sé stessi (il cosiddetto “dual harm”). C’è un legame forte, quasi un quinto dei pazienti forensi manifesta entrambi i comportamenti. L’autolesionismo diventa quasi un campanello d’allarme per il rischio di violenza futura verso la comunità.

Ma lo studio di cui vi parlo ha voluto andare oltre. Si è chiesto: le circostanze specifiche del reato violento (ad esempio, l’uso di un’arma, essere sotto l’effetto di sostanze) o le caratteristiche della vittima (età, genere, relazione con l’aggressore) possono influenzare la tendenza all’autolesionismo di questi pazienti, una volta inseriti nel sistema forense?

L’ipotesi di fondo, affascinante secondo me, è legata a emozioni come la colpa e la vergogna. Commettere un reato, specialmente se violento, può scatenare questi sentimenti potentissimi. L’autolesionismo potrebbe diventare, in alcuni casi, un modo disfunzionale per gestire queste emozioni negative, quasi una forma di autopunizione o un tentativo disperato di regolarle. E magari, la natura del reato o chi è stata la vittima può modulare l’intensità di questa colpa e vergogna.

Lo studio nel dettaglio: cosa hanno scoperto?

I ricercatori hanno analizzato i dati di 845 pazienti psichiatrici forensi sotto l’Ontario Review Board (ORB) in Canada, tutti con reati violenti alle spalle (omicidio, aggressione, rapina, ecc.). Hanno guardato quanti episodi di autolesionismo si erano verificati in un anno specifico (2014/15) e hanno cercato correlazioni con le caratteristiche del reato indice e della vittima, tenendo conto anche di fattori demografici e clinici (come la diagnosi, la storia pregressa di autolesionismo, da quanto tempo erano nel sistema).

La prevalenza di autolesionismo nell’anno considerato era del 4.14%. Non sembra altissima, ma attenzione: più della metà di questi pazienti (il 61.29%) ha avuto episodi multipli! C’è stato persino un caso estremo con 44 incidenti in un solo anno. Questo dato sulla ripetizione è molto più alto di quanto osservato in altri studi, forse anche per la presenza di questo caso limite.

Ritratto fotografico in bianco e nero di un corridoio vuoto e leggermente cupo di un istituto psichiatrici forense, luce soffusa proveniente da una finestra in fondo, obiettivo 35mm, profondità di campo ridotta per focalizzare sulla sensazione di isolamento e riflessione interiore.

E qui arriva il bello. Analizzando i dati con modelli statistici complessi (regressione binomiale negativa gerarchica multipla, per i più tecnici), cosa è emerso?

  • Fattori “classici” confermati: Una storia pregressa di autolesionismo è, come prevedibile, un forte predittore di nuovi episodi. Anche avere altre diagnosi psichiatriche oltre a quella principale aumentava il rischio. L’età, invece, giocava a favore: più i pazienti erano anziani, minore era il rischio. Forse con l’età si sviluppano meccanismi di coping più sani, o forse l’equipe curante impara a gestire meglio il rischio nel tempo.
  • La sorpresa: le caratteristiche della vittima contano! Questo è il dato che mi ha colpito di più. Le caratteristiche della vittima spiegavano circa il 5% della variabilità negli episodi di autolesionismo. In particolare, il rischio aumentava significativamente se la vittima del reato violento era un operatore sanitario/personale di supporto o un altro paziente/convivente.
  • Cosa *non* sembrava contare: Contrariamente alle ipotesi iniziali, le circostanze specifiche del reato (uso di armi, intossicazione al momento del fatto, numero di reati commessi) non mostravano una correlazione statisticamente significativa con gli episodi di autolesionismo successivi.

Perché proprio quelle vittime? La pista della colpa e della vergogna

Pensateci un attimo. Aver aggredito violentemente un operatore sanitario, qualcuno che per definizione è lì per aiutare, può generare un carico di colpa e vergogna enorme. Soprattutto perché il paziente, all’interno del sistema forense, continua ad avere a che fare con figure simili ogni giorno. È un costante promemoria dell’atto commesso. Questo stress continuo potrebbe portare alcuni a sfogare la sofferenza su sé stessi. Lo studio suggerisce che per questi pazienti potrebbero essere utili approcci terapeutici focalizzati sulla compassione, per aiutarli a gestire questi trigger emotivi costanti. Addirittura, si ipotizza che in certi casi un trasferimento in un’altra struttura, lontano dal personale offeso, potrebbe essere benefico sia per il paziente che per gli operatori.

Fotografia macro, 90mm, di una mano che stringe forte il bracciolo di una sedia in una stanza spoglia, illuminazione controllata che crea ombre profonde, alta definizione sui dettagli delle nocche bianche per esprimere tensione emotiva, colpa e conflitto interiore.

Analogamente, aggredire un altro paziente, una persona percepita come vulnerabile e con cui si condivide una condizione, può scatenare sentimenti intensi di colpa, rabbia, frustrazione o vergogna. Man mano che il paziente acquisisce consapevolezza della propria malattia e dell’atto commesso, questi sentimenti possono intensificarsi, portando all’autolesionismo come meccanismo di coping disadattivo. Potrebbe anche subentrare la paranoia di ritorsioni da parte di altri pazienti, alimentando ulteriormente l’angoscia.

Il fatto che le circostanze “oggettive” del reato (arma sì/no, ubriaco sì/no) non siano emerse come significative potrebbe dipendere da vari fattori. Magari l’impatto emotivo di questi aspetti si attenua con il tempo (molti pazienti nello studio erano nel sistema da parecchio), o forse servirebbero studi qualitativi per capire meglio la percezione soggettiva del paziente.

Cosa ci portiamo a casa?

Questo studio, pur con i suoi limiti (è retrospettivo, si basa su dati registrati, non misura direttamente colpa e vergogna), ci dice qualcosa di importante. L’autolesionismo in questo contesto è complesso e multifattoriale. Non basta guardare alla diagnosi o alla storia clinica. Bisogna considerare anche l’impatto psicologico del reato commesso, e in particolare chi è stata la vittima.

Ritratto fotografico, 50mm prime lens, di un operatore sanitario con espressione preoccupata ma professionale in un ambiente ospedaliero stilizzato, luce naturale laterale, leggero effetto duotone blu e grigio per trasmettere serietà, cura e la complessità del rapporto con pazienti forensi.

Indirettamente, questi risultati supportano l’ipotesi che la colpa e la vergogna giochino un ruolo cruciale. L’autolesionismo potrebbe essere davvero un modo (terribile) per affrontare queste emozioni devastanti legate all’aver fatto del male ad altri, specialmente se questi altri sono figure percepite come “intoccabili” (chi cura) o “simili” (chi condivide la sofferenza).

Questo implica che gli interventi per prevenire l’autolesionismo devono essere fortemente individualizzati. Bisogna lavorare sulla regolazione emotiva, sulla gestione della colpa e della vergogna, tenendo conto della storia specifica del paziente e del suo reato. Serve formazione per gli operatori, per aiutarli a gestire queste dinamiche complesse e potenzialmente triggeranti. Serve consapevolezza, da parte di tutti gli attori del sistema forense, che dietro un atto autolesivo può celarsi una sofferenza profonda legata non solo alla malattia mentale, ma anche al peso delle proprie azioni passate e all’identità della vittima.

Insomma, un campo di ricerca e intervento delicato, ma fondamentale per provare a ridurre la sofferenza e i rischi in una popolazione estremamente vulnerabile.

Fonte: Springer

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