Immagine concettuale che mostra una giovane mano che tende verso un'altra mano in un gesto di aiuto e supporto, sfondo leggermente sfocato, obiettivo 50mm, luce calda e speranzosa, profondità di campo media.

Autolesionismo Giovanile: L’Ombra Lunga del COVID e i Segnali da Non Ignorare

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di un argomento delicato ma incredibilmente importante: l’autolesionismo tra i giovani. È un fenomeno che, purtroppo, sembra essere in crescita e su cui ho trovato uno studio recente che getta una luce preoccupante, soprattutto in relazione agli ultimi anni segnati dalla pandemia di COVID-19. Si tratta di una ricerca longitudinale durata cinque anni, che ha analizzato cosa è successo nei pronto soccorso di Siviglia, in Spagna, tra il 2018 e il 2022.

Un Fenomeno Già in Crescita, Amplificato dalla Pandemia

Partiamo da un dato di fatto: l’autolesionismo, definito come qualsiasi atto di autoinfliggersi lesioni, indipendentemente dall’intenzione (che può essere suicidaria o meno), è un campanello d’allarme serissimo. È strettamente legato al rischio futuro di suicidio, che rappresenta una delle principali cause di morte tra i giovani tra i 15 e i 29 anni a livello globale. Pensate che per ogni suicidio, si stimano circa 20 episodi di autolesionismo. L’adolescenza e la prima età adulta sono fasi di enormi cambiamenti fisici, emotivi e sociali. Pressioni scolastiche, relazioni con i coetanei, costruzione dell’identità… è un periodo tosto, che può rendere i ragazzi particolarmente vulnerabili.

Già prima della pandemia, si osservava un aumento dei tassi di autolesionismo tra i 16 e i 24 anni. Poi è arrivato il COVID-19, e la situazione sembra essersi complicata ulteriormente. Lo studio spagnolo che ho analizzato ha coinvolto 726 giovani sotto i 25 anni che si sono presentati al pronto soccorso per episodi di autolesionismo. Di questi, una parte significativa (quasi il 62%) ha avuto il suo primo episodio registrato *dopo* l’inizio della pandemia (convenzionalmente fissato al 13 marzo 2020 in Spagna).

Il Picco Post-Pandemico: Cosa è Successo?

Qui arriva uno dei dati più impressionanti dello studio: c’è stato un aumento significativo dei primi episodi di autolesionismo tra dicembre 2020 e marzo 2021. Parliamo di un incremento mensile che ha raggiunto il 23%! Questo picco è arrivato circa un anno dopo l’inizio della pandemia. Perché? Le ipotesi sono diverse e complesse. Le misure di contenimento come il distanziamento fisico, l’isolamento sociale, le mascherine, le restrizioni ai viaggi hanno sicuramente esacerbato sentimenti di solitudine (“thwarted belongingness”, come la chiamano gli psicologi), la percezione di essere un peso (“perceived burdensomeness”) e, forse, anche una sorta di desensibilizzazione emotiva che abbassa la paura della morte (“acquired capability for suicide”). Aggiungiamoci la paura del contagio, l’ansia, la perdita di routine, l’accesso limitato ai supporti psicologici, l’insicurezza economica… un mix esplosivo per la salute mentale.

È interessante notare che, dopo questo picco, i tassi hanno iniziato gradualmente a diminuire, avvicinandosi ai livelli pre-pandemici verso la fine del 2022. Forse la normalizzazione delle interazioni sociali ha aiutato? O forse, come suggeriscono alcuni, c’è stata una maggiore consapevolezza del problema da parte dei medici, portando a una migliore identificazione dei casi? Difficile dirlo con certezza, e serviranno studi più lunghi per capire gli effetti a lungo termine.

Fotografia di ritratto di un adolescente (14 anni) che guarda fuori da una finestra in una giornata nuvolosa, espressione pensierosa e isolata. Obiettivo 35mm, luce naturale soffusa, toni duotone blu e grigio per accentuare la malinconia, profondità di campo ridotta.

Chi Sono i Giovani che Hanno Sofferto di Più?

Lo studio ha evidenziato delle differenze importanti tra chi ha manifestato autolesionismo prima e dopo la pandemia. Nel periodo post-COVID:

  • C’è stata una rappresentazione maggiore della fascia d’età 10-14 anni. Questo è un dato che fa riflettere molto. La chiusura delle scuole, la mancanza di interazioni sociali normali, lo stress del ritorno a scuola dopo i lockdown, persino l’influenza dei social network potrebbero aver pesato enormemente sui più giovani.
  • Si è registrato un aumento dell’uso di sostanze (considerando la storia di vita del paziente). Spesso, chi fatica a gestire le proprie emozioni cerca rifugio in alcol o droghe, e la pandemia potrebbe aver acuito questa tendenza.
  • Era più frequente che l’episodio fosse classificato come tentativo di suicidio piuttosto che come autolesionismo non suicidario (NSSI – Non-Suicidal Self-Injury). Questo suggerisce forse un livello di disperazione o stress più elevato.

Un altro dato preoccupante emerso è che, nel periodo post-pandemico, chi ripeteva l’atto di autolesionismo tendeva a farlo più rapidamente, spesso entro 30 giorni dal primo episodio registrato.

Il Rischio di Ripetizione: Fattori Chiave

Circa il 35% dei giovani nello studio ha avuto episodi ripetuti di autolesionismo durante i cinque anni di follow-up. Capire chi è più a rischio di ricaduta è fondamentale per poter intervenire efficacemente. Cosa ci dice la ricerca a riguardo? I fattori che aumentano significativamente il rischio di ripetizione sono:

  • Disturbi psichiatrici diagnosticati: In particolare, i disturbi affettivi (come la depressione) e i disturbi di personalità aumentano il rischio rispettivamente di 1.5 e 2 volte.
  • Storia psichiatrica pregressa: Aver avuto problemi di salute mentale in passato aumenta il rischio di quasi 1.8 volte.
  • Storia di autolesionismo non suicidario (NSSI): Chi ha già praticato NSSI in passato ha un rischio quasi 1.8 volte maggiore di ripetere atti di autolesionismo (che possono poi essere anche tentativi di suicidio).
  • Metodo utilizzato nel primo episodio: C’è una tendenza (anche se non statisticamente fortissima nello studio) che indica come l’uso di metodi come il taglio o le punture (cutting or piercing) sia associato a un rischio maggiore di ripetizione (quasi 2.6 volte di più). Forse perché questi atti possono creare una sorta di dipendenza?

Curiosamente, l’età non è emersa come fattore di rischio significativo per la *ripetizione* in questo specifico campione (ricordiamo, 10-25 anni), ma la ricerca su questo punto è ancora dibattuta.

Immagine macro astratta che mostra delle crepe sottili su una superficie scura e liscia, illuminate lateralmente per creare contrasto. Obiettivo macro 100mm, illuminazione controllata, alto dettaglio sulle fratture, a simboleggiare la fragilità psicologica e il rischio di rottura.

Cosa Possiamo Fare? Implicazioni e Prospettive

Questi risultati non sono solo numeri su un grafico, ci parlano di vite, di sofferenza e della necessità urgente di agire. Cosa possiamo portarci a casa da questo studio?
Innanzitutto, c’è un bisogno enorme di interventi mirati e di potenziare il supporto psicologico per i giovani, con un occhio di riguardo particolare per la fascia 10-14 anni nel periodo post-pandemico.
I medici, gli insegnanti, i genitori, tutti noi dovremmo essere più attenti ai segnali di rischio, specialmente in chi ha già una storia di disturbi psichiatrici o di uso di sostanze. È fondamentale implementare strategie di diagnosi precoce e intervento rapido.

Dal punto di vista della ricerca, servono studi longitudinali ancora più lunghi per capire davvero l’impatto a lungo termine della pandemia sulla salute mentale dei ragazzi. E i governi? Devono dare priorità a strategie di salute mentale complete, che puntino sulla prevenzione, sull’accesso facilitato alle cure (anche economicamente), sulla riduzione dello stigma. Investire in servizi digitali, promuovere la collaborazione tra sanità e comunità locali… sono passi cruciali per costruire una società più resiliente.

Certo, questo studio ha i suoi limiti: si basa su dati di un solo ospedale, non cattura chi non cerca aiuto formale, non analizza tutti i possibili fattori (come cyberbullismo, contesto socio-economico, cultura specifica ispanica del campione). Però, ci offre uno spaccato importante e preoccupante.

L’aumento dell’autolesionismo giovanile, esacerbato dalla pandemia, è un segnale che non possiamo ignorare. Identificare i fattori di rischio per la ripetizione, come la storia psichiatrica e gli episodi precedenti di NSSI, ci dà strumenti preziosi per aiutare chi è più vulnerabile. È ora di agire, con politiche sanitarie mirate e un impegno collettivo per promuovere il benessere mentale dei nostri ragazzi.

Fonte: Springer

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