Immagine fotorealistica di un gruppo eterogeneo di adulti con diverse disabilità che partecipano con gioia a varie attività fisiche in un parco pubblico ben curato in Cina. Alcuni sono in sedia a rotelle e fanno esercizi di gruppo, altri camminano con ausili, un altro fa tai chi. Un professionista sanitario sorridente osserva discretamente in secondo piano. Obiettivo grandangolare, 15mm, per catturare l'ampiezza della scena e l'inclusività, luce naturale brillante, effetto di leggero motion blur per suggerire movimento e dinamismo.

Attività Fisica e Disabilità in Cina: I Professionisti Sanitari Sono Davvero d’Aiuto? Parola ai Diretti Interessati!

Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio un po’ particolare, fino in Cina, per esplorare un tema che mi sta molto a cuore: come le persone adulte con disabilità percepiscono il ruolo dei professionisti sanitari (medici, fisioterapisti, infermieri, insomma, tutto il team!) nel promuovere l’attività fisica. Sappiamo tutti quanto muoversi faccia bene, no? Previene un sacco di malattie, migliora l’umore e la qualità della vita. Ma per chi vive con una disabilità, fare attività fisica può presentare sfide uniche e, diciamocelo, spesso si è meno attivi di quanto si vorrebbe. Questo non solo impatta il benessere individuale, ma ha anche costi sociali ed economici.

Allora, mi sono immerso in uno studio affascinante che ha dato voce proprio a loro, agli adulti con disabilità in Cina, per capire cosa pensano e cosa si aspettano da chi dovrebbe aiutarli a mantenersi attivi. Perché, vedete, i professionisti sanitari sono visti come figure chiave, messaggeri fidati quando si parla di salute e movimento. Ma siamo sicuri che il modo in cui comunicano e intervengono sia sempre efficace? E cosa ne pensano i diretti interessati, soprattutto in un contesto culturale e sanitario così diverso dal nostro come quello cinese?

Oltre la Medicina: Padronanza Sì, Ma Serve di Più!

Una delle prime cose emerse parlando con 41 adulti cinesi con diverse disabilità è stata questa: i professionisti sanitari sono dei maghi nel contesto medico e riabilitativo. Medici e terapisti, con la loro conoscenza specialistica, infondono sicurezza. “Sono tutti esperti,” mi ha raccontato uno di loro, “questo mi tranquillizza quando faccio qualsiasi movimento. Mi insegnano esercizi semplici per aumentare la forza muscolare e migliorare la mobilità articolare. Mi controllano da vicino mentre mi alleno e correggono subito ogni errore.” Questo è fantastico, no?

E non solo, aiutano anche in quella fase delicata di transizione dall’ambiente riabilitativo alla vita di tutti i giorni, insegnando attività adattate come la mobilità in sedia a rotelle o esercizi per migliorare l’equilibrio. Immaginate l’impatto sulla fiducia e l’indipendenza! Una partecipante mi ha detto: “Mi hanno insegnato come usare la sedia a rotelle in varie situazioni, come superare ostacoli, salire e scendere pendenze. Questo mi ha permesso di muovermi e ricominciare a ballare.” Che meraviglia!

Però, c’è un “però”. Spesso, l’attenzione di medici e fisioterapisti sembra focalizzarsi quasi esclusivamente sull’aspetto terapeutico, sulla condizione medica e il suo trattamento clinico. E cosa succede? Si tende a trascurare l’importanza di integrare l’attività fisica nella vita quotidiana, quel passaggio cruciale per rendere il movimento un’abitudine duratura. Alcuni hanno lamentato che gli esercizi proposti sono spesso standardizzati, ripetitivi, quasi monotoni. E quando un esercizio diventa troppo familiare, quasi padroneggiato dalla persona stessa, non risponde più al desiderio di varietà e di sentirsi autonomi nelle proprie scelte motorie. Anzi, questa ripetitività può persino minare la credibilità dei professionisti come fonte di informazione sull’attività fisica, perché sembrano limitarsi a prescrivere sempre la stessa “solfa”. E, non da ultimo, c’è la questione economica: “Non voglio andare spesso in ospedale ora,” mi ha confidato un altro, “andare in ospedale costa, e per me ora spendere soldi è inutile.” Questo ci fa capire che serve un approccio più ampio, che vada oltre la semplice riabilitazione.

Fotografia di un fisioterapista cinese in un centro di riabilitazione che dimostra un esercizio di mobilità a una persona adulta con disabilità fisica. L'ambiente è luminoso e moderno, con attrezzi specifici sullo sfondo. Obiettivo prime, 35mm, profondità di campo per mettere a fuoco l'interazione, toni caldi e accoglienti.

Un ruolo interessante è quello degli infermieri. Molti partecipanti hanno espresso timore di farsi male facendo attività fisica – cadute, infortuni, sono paure reali. Gli infermieri, monitorando e intervenendo tempestivamente, aiutano ad alleviare queste ansie, creando un ambiente più sicuro e supportivo. Lavorano fianco a fianco con medici e terapisti, ma con un focus leggermente diverso: più sulla sicurezza e il riposo del paziente, mentre i terapisti spingono di più sull’attività per il recupero funzionale. Una dinamica complementare, ma che a volte può creare sfide di coordinamento.

Chi Fa Cosa? La Giungla dei Titoli e le Gerarchie Nascoste

Un altro punto dolente emerso è la confusione sui titoli dei professionisti sanitari. Fisioterapisti, terapisti occupazionali, medici, infermieri… un bel team, ma non sempre i ruoli sono chiari. Soprattutto tra gli anziani e nelle aree rurali, la parola “dottore” viene spesso usata un po’ per tutti, inclusi fisioterapisti e terapisti occupazionali. “La cosa migliore dell’ospedale è che dottori e infermieri sono lì quando fai esercizi. Non sono sicuro di chi siano i terapisti; li chiamo semplicemente ‘dottore’ o ‘maestro Tal dei Tali’,” mi ha detto un partecipante. È un modo per mostrare rispetto, certo, ma questa mancanza di chiarezza può influenzare la fiducia e la percezione della loro credibilità nel promuovere l’attività fisica. Se non so bene chi sei e cosa fai specificamente, come posso fidarmi appieno dei tuoi consigli sul movimento?

Questa incertezza può generare malintesi, pregiudizi e tensioni nella relazione terapeutica. Immaginate di non capire bene chi avete di fronte: questo può davvero rendere meno efficace la promozione dell’attività fisica. Identificare chiaramente “chi fa cosa” è cruciale per permettere alle persone con disabilità di fare scelte informate sulla propria salute.

Curiosamente, questa confusione non riguarda gli infermieri. Sarà per le divise distintive o perché, come hanno notato alcuni, sono prevalentemente donne, ma gli infermieri sono facilmente riconoscibili. Tuttavia, e qui entra in gioco un altro aspetto, c’è una sorta di gerarchia percepita: “Se un’infermiera è esperta, ascolterò i suoi consigli sull’attività fisica. Ma se dovessi fare un confronto, darei la precedenza al consiglio del dottore.” Questa percezione degli infermieri come figure subordinate rispetto a medici e terapisti, già notata in altri studi, potrebbe limitare l’efficacia del loro contributo nella promozione dell’attività fisica. C’è bisogno di valorizzare il ruolo di tutti, sfidando queste gerarchie mediche un po’ datate.

Parliamoci Chiaro: Linguaggio, Accessibilità e Identità

E veniamo al linguaggio. Le parole sono importanti, eccome! Ho scoperto che le persone con disabilità hanno preferenze diverse sui termini da usare quando si parla della loro condizione, e questo influenza la loro partecipazione all’attività fisica. Ad esempio, nel contesto riabilitativo, soprattutto nelle fasi iniziali, molti preferiscono termini come “malattia” o “incidente” piuttosto che “disabilità”. È un modo per non accettare ancora pienamente la propria condizione, mantenendo viva la speranza di un recupero completo. “Sono un paziente. Da quando ho avuto questa malattia, mi sono sempre allenato. Continuando a fare esercizio, potrei recuperare completamente un giorno. Potrebbe esserci un miracolo,” mi ha detto uno di loro. Questo riflette l’influenza del modello medico della disabilità.

Al contrario, alcuni partecipanti, specialmente quelli che non avevano vissuto un percorso riabilitativo strutturato, rifiutavano l’etichetta di “paziente”. “Vai in ospedale quando sei malato o gravemente malato. Io sono disabile, non malato. Non sono un paziente per fare esercizio. Quindi non preferisco frequentemente i professionisti sanitari per la partecipazione all’attività fisica.” Qui emerge una preferenza per un modello sociale della disabilità, che non medicalizza la persona. Queste diverse preferenze indicano atteggiamenti variabili verso la disabilità, che cambiano anche a seconda della fase che si sta vivendo. È fondamentale che i professionisti sanitari usino termini appropriati, personalizzati.

Un professionista sanitario in Cina che comunica con una persona con disabilità uditiva utilizzando un tablet con testo ingrandito e immagini chiare, supportato da un interprete di lingua dei segni qualificato. Scena in un ambulatorio accogliente e ben illuminato. Obiettivo 50mm, illuminazione controllata, focus sui volti e sull'efficacia della comunicazione non verbale e assistita.

Poi c’è la necessità di un linguaggio semplice, “profano”. Una comunicazione efficace, senza troppi tecnicismi, crea relazioni positive, un ambiente inclusivo dove ci si sente capiti e a proprio agio. E questo, credetemi, fa la differenza nella decisione di partecipare all’attività fisica e persino di prolungare la permanenza in riabilitazione. “I medici e i terapisti lavorano molto seriamente e hanno un buon atteggiamento. Posso chiedere loro qualsiasi cosa non capisca quando faccio esercizio nel reparto di riabilitazione. Hanno la pazienza di rispondere alle mie domande e di ascoltarmi,” ha condiviso un partecipante. Al contrario, “I dottori sono impegnati e non hanno abbastanza tempo per rispondere alle domande. A volte non capiamo i termini professionali che usano, a volte sono in inglese. Non abbiamo studiato, non capiamo.” Questa asimmetria informativa, unita a consultazioni brevi e spiegazioni poco chiare, può minare l’efficacia della promozione dell’attività fisica.

Infine, l’accessibilità. Per le persone con disabilità uditiva, ad esempio, comunicare con i professionisti sanitari può essere un incubo senza un interprete di lingua dei segni. E poi ci sono le barriere logistiche: registrazioni online complicate, costi elevati delle cure. “Andare in ospedale è piuttosto scomodo; devi registrarti, e ora molte registrazioni devono essere fatte online o su una macchina da solo… Per noi con problemi di udito, andare in ospedale è effettivamente più problematico, i medici non capiscono la nostra lingua dei segni e non possiamo parlare.” E i costi: “La registrazione costa. Se possibile, speriamo ancora di avere delle consulenze gratuite con i medici della comunità per aiutarci.”

Cosa Portiamo a Casa da Questo Viaggio?

Questo studio, il primo nel suo genere in Cina, ci dice chiaramente che c’è bisogno di un cambio di passo. I professionisti sanitari devono ampliare le loro competenze oltre il ruolo prettamente medico, chiarire i loro titoli per costruire fiducia, usare un linguaggio appropriato e accessibile. Serve formazione mirata per loro, ma anche iniziative politiche che integrino questi aspetti nei sistemi sanitari. E, importantissimo, i professionisti sanitari non possono essere gli unici messaggeri! Devono collaborare con altri esperti e con le comunità. La vera svolta, secondo me, sta nel co-progettare risorse e strategie insieme alle persone con disabilità. Solo così l’attività fisica diventerà davvero accessibile, sostenibile ed efficace per tutti.

È un cammino, ma ascoltare queste voci è il primo, fondamentale passo.

Fonte: Springer

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