ATP7B: L’Insospettabile Guardiano Contro il Cancro al Seno che Migliora la Prognosi
Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di una scoperta davvero affascinante che potrebbe cambiare il modo in cui guardiamo al cancro al seno (BC – Breast Cancer). Sapete, il cancro al seno è il tumore più diffuso tra le donne a livello globale e, nonostante i passi da gigante nella terapia, le forme metastatiche rimangono una sfida enorme. Ecco perché siamo sempre alla ricerca di nuovi biomarcatori e bersagli terapeutici. E qui entra in gioco una proteina dal nome un po’ tecnico: ATP7B (ATPase copper transporting beta).
Cos’è l’ATP7B e perché ci interessa?
Allora, l’ATP7B è un tipo di enzima (un’ATPasi, per la precisione) che ha il compito di trasportare il rame fuori dalle nostre cellule. Pensate a lei come a un “buttafuori” per il rame. È famosa perché mutazioni nel suo gene causano la malattia di Wilson, dove il rame si accumula pericolosamente nel corpo. Nel mondo dei tumori, si sapeva già che alti livelli di ATP7B potevano rendere le cellule resistenti a farmaci come il cisplatino. Ma nel cancro al seno? Il suo ruolo era un mistero… fino ad ora!
Il nostro studio si è posto proprio questo obiettivo: capire cosa fa l’ATP7B nelle cellule del cancro al seno e che impatto ha sulle pazienti.
Le prime scoperte: ATP7B nelle linee cellulari
Abbiamo iniziato analizzando i livelli di espressione di ATP7B (sia mRNA che proteina) in diverse linee cellulari di cancro al seno e in cellule mammarie non tumorali. E subito una cosa interessante: l’ATP7B era particolarmente “attiva” (cioè espressa a livelli più alti) nelle linee cellulari positive per i recettori degli estrogeni (ER+) e per il recettore HER2 (HER2+). Questa tendenza è stata confermata anche controllando un vasto database pubblico (il CCLE), il che ci ha dato più sicurezza.
Per capire meglio con chi “dialoga” l’ATP7B, abbiamo usato una tecnica chiamata PCR array, che ci permette di vedere l’espressione di tanti geni legati al cancro contemporaneamente. Abbiamo scoperto che l’espressione di ATP7B è correlata positivamente con geni importanti come CDH1 (che produce l’E-caderina, una molecola che tiene unite le cellule) e ESR1 (il gene per il recettore degli estrogeni), mentre è correlata negativamente con MET, un proto-oncogene spesso associato a una maggiore aggressività tumorale.
L’esperimento chiave: cosa succede se “spegniamo” l’ATP7B?
Qui arriva la parte più sorprendente. Abbiamo preso due linee cellulari di cancro al seno che esprimevano buoni livelli di ATP7B (MDA-MB-361 e MDA-MB-415) e abbiamo usato una tecnica chiamata “knockdown” con siRNA per ridurre drasticamente la sua produzione. Ci aspettavamo forse che le cellule diventassero più sensibili a qualcosa? Invece no! È successo il contrario:
- Proliferazione: Le cellule con meno ATP7B hanno iniziato a moltiplicarsi molto più velocemente.
- Invasività: Sono diventate significativamente più capaci di invadere attraverso una barriera artificiale (Matrigel), mimando la capacità di infiltrarsi nei tessuti.
- Migrazione: Anche la loro capacità di muoversi e “guarire una ferita” in una piastra di coltura è aumentata.
In pratica, ridurre l’ATP7B rendeva le cellule tumorali più aggressive, più “maligne”. Questo suggeriva fortemente che l’ATP7B, contrariamente a quanto si poteva pensare inizialmente basandosi solo sulla resistenza al cisplatino, potesse avere un ruolo protettivo, quasi da soppressore tumorale, nel contesto del cancro al seno.

Dalle cellule alle pazienti: la conferma clinica
Ma si sa, quello che succede in laboratorio non sempre si traduce nella realtà clinica. Quindi, siamo andati a vedere cosa accadeva in 156 pazienti a cui era stato diagnosticato un cancro al seno e che erano state operate. Abbiamo misurato i livelli di mRNA di ATP7B sia nel tessuto tumorale che nel tessuto sano circostante, calcolando un rapporto (C/N ratio).
Abbiamo diviso le pazienti in due gruppi: “alto ATP7B” (quelle con un rapporto C/N > 1, cioè più ATP7B nel tumore che nel tessuto sano) e “basso ATP7B” (rapporto C/N < 1). E qui le conferme importanti:
- Anche nelle pazienti, alti livelli di ATP7B erano più frequenti nei tumori ER+ e PgR+ (positivi al recettore del progesterone).
- La prognosi: Le pazienti nel gruppo “alto ATP7B” avevano una sopravvivenza libera da malattia (DFS) e una sopravvivenza globale (OS) significativamente migliori rispetto al gruppo “basso ATP7B”. A 5 anni, la DFS era del 92.7% contro il 76.6%, e l’OS del 92.8% contro l’88.4%.
Per essere ancora più sicuri, abbiamo usato un database pubblico enorme (Kaplan-Meier plotter) che raccoglie dati da migliaia di pazienti. Anche lì, i risultati erano gli stessi: alti livelli di ATP7B correlavano con una migliore sopravvivenza libera da recidiva (RFS) e sopravvivenza globale (OS).
L’analisi statistica multivariata, che tiene conto di altri fattori prognostici noti (come la dimensione del tumore, lo stato dei linfonodi, ecc.), ha confermato che un basso livello di ATP7B era un fattore prognostico indipendente sfavorevole. In altre parole, avere poco ATP7B è un segnale di rischio di per sé.

Conferma a livello proteico: l’immunoistochimica
Non ci siamo fermati all’mRNA. Abbiamo anche analizzato direttamente la presenza della proteina ATP7B nei campioni tumorali di 152 pazienti usando l’immunoistochimica (una tecnica che colora le proteine nei tessuti). Abbiamo classificato l’intensità e la percentuale di colorazione, creando un punteggio (IP score). Anche qui, dividendo le pazienti in “alto ATP7B” e “basso ATP7B” in base a questo punteggio, abbiamo visto che il gruppo con alta espressione proteica aveva una sopravvivenza globale (OS) significativamente migliore. E, ancora una volta, l’analisi multivariata ha identificato bassi livelli di proteina ATP7B come fattore prognostico indipendente sfavorevole per l’OS.
Perché l’ATP7B si comporta così “bene” nel cancro al seno?
Questa è la domanda da un milione di dollari! Non abbiamo ancora la risposta definitiva, ma i nostri dati e studi precedenti ci danno qualche indizio. La forte correlazione positiva con CDH1 (E-caderina) è intrigante. L’E-caderina aiuta le cellule a stare unite e differenziate; perderla favorisce la metastasi. Forse ATP7B aiuta a mantenere alti i livelli di E-caderina? D’altro canto, la correlazione negativa con MET, un gene che spinge l’invasività e l’angiogenesi, suggerisce che ATP7B possa contrastarne l’azione.
Inoltre, la costante associazione con lo stato ER+ suggerisce un legame con le vie di segnalazione degli estrogeni, anche se il meccanismo esatto resta da chiarire. È possibile che l’ATP7B, influenzando l’omeostasi del rame all’interno delle cellule tumorali, moduli queste vie in modo da frenare la progressione del tumore.

Cosa ci portiamo a casa?
Questo studio ci dice una cosa importante: nel cancro al seno, l’ATP7B sembra giocare un ruolo da “buono”, da soppressore tumorale. Contrasta la proliferazione, l’invasività e la migrazione delle cellule tumorali. E, cosa fondamentale per le pazienti, alti livelli di espressione di ATP7B, sia a livello di mRNA che di proteina, sono associati a una prognosi migliore e rappresentano un fattore prognostico favorevole indipendente.
Certo, ci sono ancora cose da capire, come il meccanismo preciso legato al trasporto del rame e come questi risultati possano tradursi in nuove strategie terapeutiche. Serviranno ulteriori studi, magari anche in vivo. Ma intanto, abbiamo identificato un potenziale nuovo alleato e un importante indicatore prognostico nella complessa battaglia contro il cancro al seno. Una bella notizia, no?
Fonte: Springer
