Skyline di una città del sud-est asiatico parzialmente oscurato da una foschia da inquinamento atmosferico, con il sole che filtra debolmente attraverso le particelle sospese. Fotografia grandangolare con obiettivo da 24mm, lunga esposizione per accentuare l'effetto della foschia e rendere l'acqua liscia se presente, focus nitido sugli edifici in primo piano per contrasto.

Allarme Asma: Anche Brevi Picchi di Smog Possono Essere Pericolosi! Lo Studio Thailandese che Ci Apre gli Occhi

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di qualcosa che mi ha davvero colpito: uno studio recentissimo che arriva dalla Thailandia del Sud e che getta una nuova luce su un problema che, purtroppo, conosciamo bene: l’asma e come l’aria che respiriamo possa peggiorarla. Magari pensate: “Thailandia? Ma lì l’aria non è pulita?”. Beh, in parte sì, ma c’è un “ma” grosso come una casa, o meglio, come una nuvola di smog transfrontaliero!

L’Asma e quel Nemico Invisibile: il PM2.5

Partiamo dalle basi. L’asma, quella brutta bestia che fa mancare il respiro, tossire e sentire il petto stretto, colpisce circa 262 milioni di persone nel mondo. È una malattia cronica che infiamma le nostre vie aeree, e tra i suoi peggiori nemici c’è il PM2.5. Di cosa parlo? Di quelle particelle finissime, più piccole di 2.5 micrometri (pensate, un capello è circa 50-70 micrometri!), che fluttuano nell’aria che respiriamo. Queste birbantelle sono così piccole che riescono a penetrare profondamente nei polmoni, scatenando il finimondo, soprattutto in chi soffre d’asma.

Il problema è che quasi il 99% della popolazione mondiale vive in zone dove le concentrazioni di PM2.5 sono dannose, specialmente nei paesi a basso e medio reddito. E la cosa preoccupante, come suggeriscono studi recenti, è che anche basse concentrazioni di PM2.5 possono far male.

Lo Studio Thailandese: Cosa Hanno Scoperto?

Ed eccoci al dunque. Un gruppo di ricercatori si è concentrato sulla provincia di Songkhla, nel sud della Thailandia. Quest’area ha generalmente livelli di PM2.5 bassi, spesso vicini alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Per darvi un’idea, circa il 41% dei giorni durante il periodo di studio aveva concentrazioni di PM2.5 inferiori al livello guida del 2021 di 15 µg/m³. Tuttavia, la provincia è periodicamente colpita da foschia transfrontaliera stagionale, causata principalmente da incendi boschivi nei paesi vicini, soprattutto tra giugno e settembre. Immaginatevi questa cappa di smog che arriva e peggiora la qualità dell’aria.

I ricercatori hanno condotto uno studio chiamato “case-crossover”. È un metodo intelligente in cui ogni paziente che ha avuto una riacutizzazione dell’asma (un “caso”) viene confrontato con se stesso in periodi in cui stava bene (i “controlli”). Questo aiuta a eliminare un sacco di fattori confondenti come la genetica o lo stato socio-economico, perché quelli, bene o male, restano costanti per la stessa persona.

Hanno analizzato i dati giornalieri di PM2.5 e meteorologici dal gennaio 2010 al dicembre 2023, incrociandoli con le cartelle cliniche dei pazienti asmatici dell’ospedale Songklanagarind. Parliamo di ben 11.848 giorni “caso” e 39.810 giorni “controllo”, con una concentrazione media giornaliera di PM2.5 di 18.2 µg/m³.

I Risultati che Fanno Riflettere

E qui viene il bello, o meglio, il preoccupante. Quando le concentrazioni di PM2.5 superavano i 50 µg/m³, c’era un’associazione significativa con le riacutizzazioni dell’asma. E questo effetto si vedeva subito (lag0, cioè lo stesso giorno dell’esposizione), dopo due giorni (lag2) e anche considerando le medie dei giorni precedenti (da lag01 a lag03). Le probabilità di avere una crisi d’asma aumentavano da 1.41 a 1.64 volte rispetto a quando i livelli di PM2.5 erano bassissimi (0-15 µg/m³).

Pensateci: anche in un posto con aria generalmente buona, quei picchi di inquinamento fanno la differenza, e la fanno in fretta! La temperatura, curiosamente, non sembrava avere un grande impatto, mentre l’umidità relativa mostrava un’associazione positiva con le crisi d’asma dopo 3, 6 o 7 giorni dall’esposizione.

Visualizzazione artistica di particelle di PM2.5 che fluttuano nell'aria sopra un paesaggio thailandese lussureggiante, con un cielo parzialmente offuscato dalla foschia. Obiettivo macro da 60mm per dettagli sulle particelle, illuminazione diffusa per un'atmosfera realistica.

Un altro dato che mi ha fatto drizzare le antenne riguarda i sottogruppi. Sia i maschi che le femmine hanno mostrato associazioni tra esposizione a PM2.5 e crisi d’asma nei primi giorni. Ma la vera sorpresa, per me, riguarda i bambini. Quelli tra i 6 e gli 11 anni e tra i 12 e i 17 anni sembravano essere più suscettibili, mostrando problemi anche con concentrazioni di PM2.5 considerate “basse” (tra 15 e 25 µg/m³).

Cosa ci dice tutto questo?

Questo studio, amici miei, è un campanello d’allarme. Ci dice che gli effetti a breve termine del PM2.5 sulle riacutizzazioni dell’asma sono reali, anche in regioni che, sulla carta, non sembrano così inquinate. Quegli episodi di foschia transfrontaliera, anche se stagionali, possono avere un impatto significativo sulla salute respiratoria.

I ricercatori sottolineano come questi risultati evidenzino l’importanza di raggiungere gli obiettivi di qualità dell’aria dell’OMS per mitigare gli impatti sulla salute del PM2.5. E quando dicono “raggiungere gli obiettivi”, non si riferiscono solo alle medie annuali, ma anche a evitare questi picchi pericolosi.

Interessante notare come, analizzando i dati in modo continuo (cioè senza dividere il PM2.5 in categorie di rischio), non si siano trovate associazioni significative. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che i livelli di PM2.5 erano generalmente bassi. Tuttavia, un grafico sulla probabilità prevista di riacutizzazione ha mostrato un picco intorno ai 60 µg/m³, suggerendo che questa potrebbe essere una sorta di soglia critica.

Bambini più vulnerabili e l’effetto “raccolta”

Torniamo un attimo ai bambini. Il fatto che mostrino sensibilità a livelli di PM2.5 più bassi rispetto agli adulti è un dato che non possiamo ignorare. Potrebbe essere perché i bambini hanno tassi di ventilazione più alti e una superficie polmonare maggiore per unità di peso corporeo, il che significa che “inalano” più inquinanti. Questo ci ricorda quanto sia cruciale proteggere i più piccoli.

Un altro aspetto intrigante è che, in alcuni casi, si è osservata una diminuzione delle probabilità di crisi d’asma a “lag” più lunghi (cioè dopo 6 o 7 giorni) quando i livelli di PM2.5 erano sopra i 25 µg/m³. Questo fenomeno potrebbe essere spiegato dall’effetto “raccolta” (harvesting effect): le persone più suscettibili hanno una crisi subito dopo l’esposizione, quindi nei giorni successivi ci sono meno individui vulnerabili “disponibili” per ammalarsi. Oppure, potrebbe essere che, durante gli episodi di foschia (spesso annunciati dai media), le persone con asma prendano più precauzioni, come stare in casa o usare purificatori d’aria, riducendo così l’impatto nel tempo.

Un bambino che gioca all'aperto in un parco giochi, con un leggero effetto di foschia sullo sfondo a simboleggiare la qualità dell'aria. Scatto con teleobiettivo zoom 100-400mm per isolare il soggetto, velocità dell'otturatore elevata per congelare il movimento, luce naturale.

Implicazioni per la Salute Pubblica

Anche se alcuni degli “odds ratio” (le misure di rischio) trovati potrebbero sembrare vicini a 1 (che significa nessun aumento del rischio), a livello di popolazione possono avere implicazioni enormi. Ad esempio, un aumento del 41% della probabilità di riacutizzazioni dell’asma con PM2.5 > 50 µg/m³ dopo due giorni (OR = 1.41) si tradurrebbe in circa 10.304 riacutizzazioni aggiuntive tra i pazienti asmatici in sette province del sud della Thailandia nel 2019. Con un costo medio per visita ambulatoriale, capite bene che l’impatto economico e sul sistema sanitario non è da poco.

Cosa fare, quindi? Le autorità sanitarie dovrebbero implementare interventi tempestivi per mitigare gli impatti di questi picchi di PM2.5. Stabilire soglie specifiche per far scattare allerte e misure protettive è fondamentale. Per proteggere le popolazioni vulnerabili, specialmente i bambini, la soglia di attivazione per misure come la chiusura a breve termine di scuole e campi sportivi dovrebbe essere allineata o addirittura inferiore alle linee guida dell’OMS (15 µg/m³), e potenzialmente inferiore all’attuale soglia thailandese di 37.5 µg/m³.

E poi c’è la questione della cooperazione regionale. È cruciale lavorare con i paesi vicini (Indonesia, Malesia) per affrontare le cause alla radice della foschia transfrontaliera, come la riduzione dei roghi agricoli. E, naturalmente, sensibilizzare il pubblico sui rischi e promuovere l’uso di mascherine e purificatori d’aria.

Limiti e Punti di Forza dello Studio

Come ogni ricerca scientifica, anche questa ha i suoi limiti. Il campione era limitato ai residenti di una provincia che si rivolgevano a un ospedale universitario, il che potrebbe non rendere i risultati generalizzabili a tutti. I dati sul PM2.5 provenivano da sole sette stazioni di monitoraggio, il che potrebbe introdurre qualche imprecisione. Inoltre, c’era uno sbilanciamento nel campione con più femmine che maschi, e non si è potuto analizzare a fondo il ruolo delle infezioni virali (note per scatenare l’asma) per via dei pochi test effettuati.

Tuttavia, lo studio ha anche molti punti di forza. L’identificazione delle crisi d’asma era accurata, basata su codici diagnostici standard e dati sulle prescrizioni di farmaci. Il disegno case-crossover è robusto per controllare i fattori confondenti individuali. E l’analisi della sensibilità sui dati mancanti ha confermato la solidità dei risultati.

Insomma, questo studio ci ricorda che la battaglia contro l’inquinamento atmosferico e per la tutela della nostra salute respiratoria si gioca ogni giorno, e che non dobbiamo mai abbassare la guardia, nemmeno quando pensiamo di essere in un’oasi felice. L’aria che respiriamo è preziosa, e proteggerla significa proteggere noi stessi, soprattutto i più fragili.

Fonte: Springer

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