Fotografia macro di un'ape selvatica (Bombus) in volo mentre si avvicina a un fiore viola in una radura soleggiata all'interno di una foresta in rigenerazione dopo un disturbo (incendio o taglio). Sullo sfondo, vegetazione giovane e alcuni alberi morti (snag) sfocati. Obiettivo macro 105mm, alta definizione, luce naturale morbida, effetto bokeh sullo sfondo.

Api, Incendi e Tagli Rasi: Chi Vince la Sfida della Rinascita nei Boschi?

Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio affascinante nel cuore delle foreste, là dove la vita rinasce dopo eventi che sembrano catastrofici, come un incendio devastante o un taglio netto degli alberi. Mi sono sempre chiesto: cosa succede agli impollinatori più importanti, le nostre amiche api selvatiche, in questi scenari? Il modo in cui una foresta ricomincia a crescere dopo un incendio è davvero uguale a quello dopo un taglio raso operato dall’uomo, almeno per loro?

Le api selvatiche, sapete, sono fondamentali. Non parliamo solo delle api da miele, ma di centinaia di specie diverse, ognuna con le sue esigenze. Sono loro che, volando di fiore in fiore, garantiscono la diversità delle piante e sostengono intere reti alimentari. Purtroppo, molte di queste api sono in difficoltà a causa della perdita del loro habitat. Nelle foreste, specialmente quelle fitte di conifere, la luce solare fatica a raggiungere il suolo, limitando i fiori e quindi il cibo per le api. Paradossalmente, eventi come incendi o tagli possono aprire la foresta, creando radure soleggiate ricche di fiori, un vero paradiso per le api! Ma c’è disturbo e disturbo…

La Grande Domanda: Incendio Naturale vs. Taglio Forestale

La gestione forestale moderna, soprattutto nelle foreste di conifere del Pacifico nord-occidentale degli Stati Uniti da cui proviene questo studio, si basa spesso su tagli rasi seguiti da impianto di nuove piantine e uso di erbicidi. Questo crea sì aree aperte, ma è davvero un buon sostituto dell’habitat che si forma dopo un incendio naturale? Gli incendi, infatti, non solo aprono la chioma degli alberi, ma lasciano anche terreno nudo ideale per le api che nidificano sottoterra e un sacco di legno morto (alberi bruciati in piedi o caduti), fondamentale per quelle specie che scavano il loro nido nel legno.

Mi sono immerso in uno studio condotto nelle foreste miste sempreverdi dell’Oregon sud-occidentale, un luogo dove gli incendi sono parte della storia naturale, ma dove anche la gestione forestale intensiva è molto presente. L’obiettivo era proprio capire come se la cavano le comunità di api in aree che si stanno rigenerando dopo incendi (alcune lasciate indisturbate, altre soggette a “salvage logging”, cioè il taglio degli alberi bruciati) rispetto ad aree rigenerate dopo un taglio raso, seguendole fino a 20 anni dopo l’evento. Volevamo vedere:

  • Come cambiano abbondanza e ricchezza di specie di api tra i diversi tipi di disturbo e con il passare del tempo?
  • Quali caratteristiche dell’habitat (fiori, suolo nudo, legno morto) spiegano queste differenze?
  • Le api con diverse abitudini (solitarie vs sociali, nidificazione a terra vs fuori terra) reagiscono diversamente?

Ci aspettavamo che tutte le aree aperte fossero ricche di api, ma ipotizzavamo che le differenze si sarebbero viste nel tempo e tra i diversi gruppi di api.

I Primi Anni: Una Sorpresa nei Tagli Rasi

E qui arriva la prima sorpresa! Nei primi anni (2-5 anni dopo il disturbo), le aree derivanti da taglio raso ospitavano più api e una maggiore ricchezza di specie rispetto alle aree rinate dopo un incendio. Anche nelle aree di età intermedia (6-9 anni), i tagli rasi sembravano ancora leggermente avvantaggiati in termini di abbondanza relativa media tra le specie. Sembrava quasi che l’intervento umano, almeno inizialmente, creasse condizioni più favorevoli per la maggior parte delle api. Anche le aree soggette a taglio di recupero dopo incendio (salvage logging), campionate solo nell’età intermedia, mostravano un’abbondanza di api notevolmente alta, addirittura tripla rispetto alle aree bruciate e non tagliate della stessa età.

Macro fotografia di un'ape solitaria del genere Melissodes che raccoglie polline da un fiore giallo brillante di Asteraceae (come Hypochaeris radicata) in una giovane area di taglio raso. Luce solare diretta, sfondo sfocato che mostra vegetazione bassa e terreno aperto. Obiettivo macro 100mm, alta definizione, messa a fuoco precisa sull'ape e sul fiore.

Questo potrebbe essere legato alle risorse floreali. Nei tagli rasi più giovani, specialmente in estate, abbiamo notato una grande abbondanza di fiori appartenenti alla famiglia delle Asteraceae (spesso specie esotiche come Hypochaeris radicata). Alcuni gruppi di api, come le solitarie del genere Melissodes che nidificano a terra e sono comuni in queste aree gestite, sembrano trarre grande vantaggio da questa specifica risorsa floreale, che magari negli incendi compariva più tardi o meno abbondantemente all’inizio. L’uso di erbicidi nei tagli rasi potrebbe, paradossalmente, favorire inizialmente queste piante erbacee a scapito degli arbusti, prolungando la fase iniziale ricca di fiori.

Il Tempo Rivela le Differenze: La Lunga Durata del Fuoco

Ma la storia cambia con il passare degli anni. Mentre nelle aree originate da incendio l’abbondanza di api rimaneva relativamente stabile o diminuiva poco nel tempo, nei tagli rasi abbiamo osservato un declino netto. Nelle aree più “vecchie” che abbiamo studiato (16-20 anni dopo il disturbo), la situazione si era ribaltata: le aree nate da incendio ospitavano più api e una ricchezza di specie significativamente maggiore rispetto ai tagli rasi della stessa età. Questi ultimi, infatti, vedevano una crescita più rapida delle conifere piantate, che probabilmente chiudevano la chioma prima, riducendo la luce, i fiori e quindi l’habitat per le api. La vegetazione nei tagli rasi avanzati era quasi il doppio più alta rispetto alle aree bruciate coetanee. Insomma, l’habitat creato dal taglio raso sembra essere più effimero, una fiammata iniziale che si spegne prima rispetto alla lenta e duratura rinascita post-incendio.

Non Tutte le Api Amano le Stesse Cose: L’Importanza del Legno Morto

Ed eccoci a un punto cruciale: non tutte le api sono uguali. C’è un gruppo particolare che ha mostrato una preferenza netta per le aree nate da incendio fin dall’inizio: le api solitarie che nidificano fuori terra, principalmente nel legno morto. Questo gruppo, che include molte specie del genere Osmia, era decisamente meno abbondante nei tagli rasi, soprattutto nelle fasce d’età più avanzate. La ragione è semplice: i tagli rasi, per definizione, rimuovono la maggior parte degli alberi, inclusi quelli che, morendo, diventerebbero legno morto in piedi (snag) o a terra (CWD – Coarse Woody Debris). Gli incendi, invece, ne creano in abbondanza. Il nostro studio ha confermato questa associazione: l’abbondanza di queste api era positivamente correlata alla quantità di legno morto, sia in piedi che a terra.

Fotografia macro di un'ape solitaria del genere Osmia, dal caratteristico colore blu metallico, mentre ispeziona un foro preesistente in un pezzo di legno morto a terra (CWD) in un'area forestale rigenerata dopo un incendio. Luce filtrata dal sole, dettagli elevati sulla texture del legno e sull'ape. Obiettivo macro 90mm, messa a fuoco selettiva sull'ape.

Sorprendentemente, però, le aree soggette a taglio di recupero dopo incendio (salvage logging), pur avendo pochi alberi morti in piedi, avevano spesso volumi molto alti di legno morto a terra (i resti del taglio) e si sono rivelate ottime anche per questo gruppo di api. Forse il legno a terra è sufficiente, o forse queste api sfruttano la vicinanza delle aree bruciate non tagliate ricche di snag, spostandosi tra i due habitat. Questo suggerisce che mantenere o addirittura aumentare il legno morto a terra durante le operazioni di taglio potrebbe essere una strategia utile per aiutare queste specie.

Per quanto riguarda le api che nidificano a terra (la maggioranza nel nostro campione), non abbiamo trovato una forte correlazione con la quantità di suolo nudo. Le loro esigenze sono probabilmente più complesse e legate a fattori come la temperatura del suolo, la pendenza o la struttura del terreno, che non abbiamo misurato in dettaglio.

Cosa Ci Insegna Tutto Questo per il Futuro delle Foreste?

Questa ricerca ci dice qualcosa di importante: il taglio raso, anche se intensivo, può creare habitat per molte api selvatiche che normalmente prosperano dopo gli incendi. Non è quindi un disastro totale per questi impollinatori, anzi, su vaste aree gestite può fornire risorse significative, specialmente nei primi anni. Tuttavia, non è un’emulazione perfetta dell’incendio naturale. Due punti deboli emergono chiaramente:

  1. Durata limitata: L’habitat favorevole alle api nei tagli rasi sembra durare meno a lungo rispetto a quello post-incendio.
  2. Mancanza di legno morto: I tagli rasi limitano fortemente le risorse per le api che nidificano nel legno, un gruppo importante per la biodiversità.

Il “salvage logging” post-incendio sembra avere impatti meno negativi del previsto, forse grazie all’abbondanza di legno morto a terra e alla prossimità con aree non tagliate.

Paesaggio grandangolare di una foresta del Pacifico Nord-Occidentale (Oregon) che mostra un mosaico di condizioni: un'area di taglio raso in rigenerazione (vegetazione bassa, aperta), un'area bruciata da incendio con snag ancora in piedi e vegetazione diversificata, e una foresta matura sullo sfondo. Luce del tardo pomeriggio che crea lunghe ombre. Obiettivo grandangolare 18mm, messa a fuoco nitida su tutto il paesaggio, cielo parzialmente nuvoloso.

Quindi, come possiamo gestire le nostre foreste in modo più amico delle api? I risultati suggeriscono che, dove si pratica il taglio raso, lasciare più legno morto a terra potrebbe essere una misura relativamente semplice ed efficace per aiutare almeno una parte della comunità di api che altrimenti verrebbe penalizzata. Inoltre, pensare alla gestione forestale non solo a livello di singolo sito, ma su scala paesaggistica, cercando di creare una varietà di habitat e di età diverse, imitando la naturale variabilità degli incendi (la cosiddetta “pirodiversità”), potrebbe essere la chiave per conservare la ricchezza di questi preziosi impollinatori nel lungo periodo. È un puzzle complesso, ma capire questi dettagli è fondamentale se vogliamo conciliare l’uso delle risorse forestali con la protezione della biodiversità.

Fonte: Springer

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