Anziani e Soggiorni Temporanei: Cosa ci Svela la Danimarca sull’Assistenza del Futuro?
Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio un po’ particolare, alla scoperta di come un paese all’avanguardia come la Danimarca gestisce una fase delicata della vita di molti anziani: i soggiorni temporanei. Sapete, quelle strutture che accolgono persone che necessitano di cure a breve termine fuori casa, spesso dopo una dimissione ospedaliera. Con l’aumento dell’aspettativa di vita e l’invecchiamento della popolazione, sempre più persone convivono con malattie croniche e disabilità, mettendo a dura prova i nostri sistemi sanitari. Questo ha portato, in molti contesti, a dimissioni ospedaliere più precoci, con pazienti che hanno bisogni assistenziali complessi e fluttuanti.
Per gestire queste dimissioni accelerate e ridurre le riammissioni ospedaliere, molti paesi hanno riorganizzato i loro sistemi sanitari per rafforzare le transizioni dei pazienti tra i diversi livelli di assistenza. Questi servizi di transizione prendono nomi diversi a seconda del luogo: “cure intermedie” in Europa, “cure subacute” o “postacute” negli Stati Uniti, “transition care” in Australia e Canada. In Danimarca, si parla di “strutture per soggiorni temporanei”.
Mi sono imbattuto in uno studio danese, pubblicato su Springer, che ha analizzato proprio le caratteristiche e i percorsi di cura dei pazienti anziani in questi soggiorni temporanei. E, ve lo dico subito, i risultati sono illuminanti e ci fanno riflettere molto sulla direzione che sta prendendo l’assistenza.
Un’occhiata da vicino: chi sono i pazienti nei soggiorni temporanei?
Lo studio ha esaminato un gruppo enorme di pazienti, ben 11.424, tra il 2016 e il 2023, sparsi in 14 comuni danesi. Immaginatevi un po’ la mole di dati! E cosa è emerso? Beh, il paziente tipo è una persona anziana, con un’età media di 81 anni (e le donne sono leggermente più anziane degli uomini, 83 contro 79 anni). Non solo, ma questi pazienti presentano un alto livello di comorbilità, cioè la presenza di più malattie croniche contemporaneamente. Pensate che avevano una media di 3 ricoveri ospedalieri nell’anno precedente al loro ingresso nel soggiorno temporaneo. Insomma, parliamo di persone con una salute già piuttosto fragile.
La maggior parte di loro, il 70%, arrivava al soggiorno temporaneo direttamente dopo una dimissione ospedaliera. Il restante 30% proveniva invece dalla propria abitazione. Questo dato è interessante, perché ci dice che queste strutture non servono solo come “ponte” dopo l’ospedale, ma anche come supporto per chi è a casa e ha bisogno di un’assistenza temporanea più intensiva.
Da dove arrivano e per quanto tempo si fermano?
Come dicevo, la stragrande maggioranza (70%) entrava in queste strutture dopo un ricovero. Le diagnosi più comuni che portavano a questo passaggio erano:
- Riabilitazione (10%)
- Frattura d’anca (7,9%)
- Polmonite (3,9%)
Chi invece arrivava da casa presentava una maggiore prevalenza di demenza (19% contro 9,4%) e malattia di Parkinson (6,1% contro 3,4%), ma, comprensibilmente, un numero inferiore di ricoveri ospedalieri nell’anno precedente.
E la durata di questi soggiorni? In media, i pazienti si fermavano per 24 giorni. Però, attenzione, c’è un 9,1% che rimaneva per 90 giorni o più! Curiosamente, i pazienti con soggiorni più lunghi erano leggermente più giovani e avevano una minore prevalenza di cancro, BPCO e insufficienza cardiaca, ma una maggiore prevalenza di demenza e ictus. Questo suggerisce che la durata del soggiorno è influenzata da un mix complesso di fattori, non solo dall’acutezza della malattia.

E dopo? Il delicato percorso post-soggiorno temporaneo
Questa è una parte cruciale. Cosa succede a questi pazienti una volta terminato il soggiorno temporaneo? I dati sono piuttosto eloquenti sulla vulnerabilità di questa popolazione:
- Il 7,0% veniva ricoverato in ospedale direttamente dalla struttura di soggiorno temporaneo, con un tempo medio al ricovero di 13 giorni. Le ragioni più comuni? Polmonite, necessità di cure palliative specialistiche ed esami radiologici.
- Il 9,0% dei pazienti decedeva durante il soggiorno o subito dopo.
- L’11% veniva trasferito in case di cura permanenti.
- Il 73% tornava a casa.
Ma la storia non finisce qui. Guardando cosa accadeva entro 30 giorni dalla dimissione dal soggiorno temporaneo, il 16% dei pazienti era deceduto, il 20% era stato nuovamente ricoverato in ospedale e il 14% era stato trasferito in una casa di cura. A 90 giorni, queste percentuali salivano rispettivamente al 22%, 30% e 18%. Numeri che fanno riflettere, non trovate? Sembra quasi che per una fetta significativa di persone, il soggiorno temporaneo sia una tappa intermedia verso un’assistenza più continuativa o, purtroppo, verso la fine della vita.
Sopravvivenza e fattori di rischio: cosa ci dicono i numeri?
La sopravvivenza media complessiva dopo l’ingresso in un soggiorno temporaneo era di 23 mesi. Gli uomini avevano una sopravvivenza media più breve rispetto alle donne (20 contro 26 mesi). Come c’era da aspettarsi, la sopravvivenza diminuiva con l’aumentare dell’età.
I tassi di sopravvivenza erano:
- 86% a 30 giorni
- 77% a 90 giorni
- 62% a 1 anno
Quali fattori aumentavano il rischio di mortalità a 30 giorni? Essere di sesso maschile, l’età avanzata, un indice di comorbilità di Charlson più alto, un maggior numero di ricoveri ospedalieri nell’anno precedente e una storia di cancro o insufficienza cardiaca.
Qui, però, c’è un dato che mi ha sorpreso e che merita una riflessione. Una storia di malattia di Parkinson, demenza e lesioni da caduta era associata a una minore mortalità a 30 giorni. Gli autori dello studio ipotizzano che queste condizioni potrebbero spingere all’ingresso in soggiorni temporanei per bisogni meno acuti rispetto a patologie come l’insufficienza cardiaca o il cancro. È come se, in questi casi, il soggiorno temporaneo avesse più una funzione di supporto e riabilitazione “preventiva” o di sollievo per i caregiver, piuttosto che di gestione di una crisi acuta.

Uno sguardo oltre i confini e le sfide del sistema
Lo studio danese è il primo a descrivere in modo così sistematico una coorte così ampia di pazienti in soggiorni temporanei in Danimarca. Confrontando con altri paesi, emergono somiglianze e differenze. Ad esempio, studi inglesi su unità di cure intermedie riportano una distribuzione simile per sesso ed età e un carico simile di comorbilità, ma una proporzione inferiore di pazienti provenienti dagli ospedali e soggiorni mediamente più brevi. In Norvegia, invece, le unità acute municipali accolgono principalmente pazienti da casa per prevenire ricoveri ospedalieri, con soggiorni molto brevi.
L’alta mortalità, i tassi di riammissione ospedaliera e di trasferimento in case di cura dopo i soggiorni temporanei sottolineano la vulnerabilità di questa popolazione di pazienti e suggeriscono potenziali sfide nella transizione dall’ospedale alla comunità. Il fatto che la maggior parte dei pazienti entrasse nei soggiorni temporanei dopo una dimissione ospedaliera, e che quelli provenienti da ricoveri avessero tassi di riammissione leggermente più alti, potrebbe supportare le preoccupazioni che i pazienti vengano dimessi dagli ospedali più rapidamente e in condizioni meno stabili.
Questi tassi di esito potrebbero anche riflettere le performance delle strutture di soggiorno temporaneo stesse, che potrebbero non avere le risorse e le competenze necessarie per affrontare i bisogni assistenziali sempre più complessi e urgenti di questi pazienti. Questo evidenzia la necessità di rivalutare le attuali pratiche di dimissione ospedaliera e di garantire che le strutture di soggiorno temporaneo siano adeguatamente attrezzate per fornire le cure necessarie, migliorando così la continuità assistenziale e gli esiti per i pazienti.
Cosa ci portiamo a casa da questo studio?
Per me, questo studio è un campanello d’allarme, ma anche una miniera di informazioni preziose. Ci dice chiaramente che i pazienti nei soggiorni temporanei sono individui generalmente anziani, con multimorbilità e un’aspettativa di vita spesso limitata. La maggior parte arriva dopo un ricovero ospedaliero e i soggiorni possono essere prolungati.
Comprendere a fondo le caratteristiche e i percorsi di questi pazienti è fondamentale per ottimizzare le transizioni di cura e garantire esiti migliori. La sfida è grande, soprattutto considerando che i sistemi sanitari devono far fronte a una domanda crescente con risorse limitate. È cruciale, quindi, tenere conto dello stato di salute dei pazienti quando si organizzano i soggiorni temporanei, per assicurare un’assistenza che sia davvero ottimale e personalizzata. E voi, cosa ne pensate? Avete esperienze dirette o riflessioni su questo tema così importante?
Fonte: Springer
