Una persona ascolta attentamente un'altra che parla, rappresentando lo scambio di testimonianze e la questione della fiducia. Sfondo leggermente sfocato per concentrarsi sull'interazione. Obiettivo da ritratto 35mm, profondità di campo, toni caldi per suggerire comunicazione e comprensione.

Fidarsi è Bene? L’Anti-Riduzionismo Sociale Forte Sotto la Lente d’Ingrandimento

Ciao a tutti! Oggi voglio portarvi con me in un viaggio affascinante nel mondo della filosofia, in particolare nell’epistemologia della testimonianza. Sembra complicato? Niente paura, cercherò di renderlo il più intrigante possibile. In fondo, parliamo di qualcosa che facciamo tutti i giorni: credere a quello che ci dicono gli altri.

Pensateci: quante delle cose che sappiamo le abbiamo imparate non per esperienza diretta, ma perché qualcuno ce le ha raccontate? Dalle notizie del telegiornale, ai libri di storia, fino a quello che ci dice un amico. La nostra conoscenza del mondo si basa in larghissima parte sulla testimonianza altrui. Ma la domanda che mi (e ci) tormenta è: quando siamo giustificati a fidarci? Dobbiamo sempre cercare prove indipendenti prima di credere a qualcuno, o possiamo fidarci “a pelle”, almeno fino a prova contraria?

Il Cuore del Problema: Presumptivismo e la Fonte della Fiducia

Qui entra in gioco una corrente di pensiero chiamata presumptivismo, o anche anti-riduzionismo. L’idea di base, espressa nel cosiddetto “Principio di Accettazione”, è piuttosto semplice: se capiamo che qualcuno sta affermando una certa cosa (diciamo “P”), allora abbiamo una giustificazione prima facie (cioè, valida a meno che non ci siano ragioni contrarie) per credere che P sia vero. In pratica, la fiducia è l’impostazione predefinita.

Bello, no? Ma subito sorge un problema, che Mona Simion chiama “il Problema della Fonte” (The Source Problem): da dove salta fuori questa giustificazione di base? Perché dovremmo avere questo “diritto” epistemico a fidarci? Non è un po’ ingenuo? Già Tyler Burge, un pezzo grosso della filosofia, aveva provato a dare una risposta basata su ragionamenti a priori (cioè, indipendenti dall’esperienza).

Recentemente, però, due autori, Mona Simion e J. P. Grodniewicz, hanno proposto un approccio che chiamano “anti-riduzionismo sociale forte“. L’idea è che la fonte della nostra giustificazione a credere agli altri risieda nella natura sociale della comunicazione e nelle norme che la governano. Affascinante, vero? Ma come vedremo, la faccenda è più complessa di quanto sembri. Il mio obiettivo qui è proprio sviscerare queste teorie, vedere dove funzionano e dove, secondo me, scricchiolano un po’.

L’Approccio “Forte” di Mona Simion: Norme Sociali e Fiducia a Priori

Partiamo da Simion. Lei sostiene una versione molto “forte” dell’anti-riduzionismo. Cosa intende per “forte”? Principalmente due cose:

  • La giustificazione testimoniale deriva da principi a priori, non dall’esperienza.
  • La semplice comprensione dell’affermazione di qualcuno è sufficiente per darci una giustificazione prima facie, senza che noi (gli ascoltatori) dobbiamo fare alcuno sforzo aggiuntivo, come “filtrare” attivamente le informazioni o valutare l’affidabilità del parlante (questa è la “Comprehension Alone Thesis”).

Inoltre, Simion ritiene che questa giustificazione sia “esigente” (demanding), cioè una giustificazione piena, “on-balance”, non solo un piccolo “pro” a favore della credenza.

E qual è la fonte di tutto ciò? Secondo Simion, è la norma sociale dell’asserzione. Lei, come altri, pensa che l’atto di asserire sia governato da una norma, probabilmente la “norma della conoscenza”: dovresti asserire P solo se sai che P. Essendo una norma sociale, le persone hanno un incentivo a seguirla (per reputazione, evitare sanzioni, ecc.). Quindi, per i parlanti, è razionale (per default) seguire la norma e dire cose che sanno (o almeno che credono vere). E se per i parlanti è razionale essere veritieri, allora per noi ascoltatori è razionale (e quindi siamo giustificati) credere a quello che ci dicono. Semplice, no?

Un primo piano macro di due persone che si stringono la mano, simboleggiando un contratto sociale o un accordo basato sulla fiducia. Obiettivo macro 100mm, illuminazione controllata, alta definizione per mostrare la texture della pelle e il dettaglio della stretta.

Qualcosa Non Torna: Le Crepe nell’Argomento di Simion

L’argomento di Simion è elegante, ma a mio avviso ha dei punti deboli. Primo: l’argomento dovrebbe essere a priori, ma le sue premesse non lo sono affatto!

  • L’esistenza di una specifica norma sociale (come quella della conoscenza o della verità) è una questione empirica, sociologica. Non possiamo saperlo a priori.
  • Anche l’idea che le norme sociali creino un incentivo sufficiente a seguirle è basata su osservazioni psicologiche e sociologiche (Simion stessa cita studi empirici come gli Ultimatum games). Non è una verità a priori.

Quindi, addio pretesa di derivare tutto a priori. L’approccio “sociale” sembra intrinsecamente legato a fatti contingenti del nostro mondo.

Ma il problema più grosso, secondo me, è il passaggio cruciale: dal fatto che per i parlanti sia razionale (praticamente) essere veritieri, al fatto che noi ascoltatori abbiamo una giustificazione epistemica (un diritto a credere) di default. Simion usa l’analogia del semaforo: come i pedoni hanno il “diritto” di attraversare col verde aspettandosi che le auto si fermino, così noi avremmo il diritto di credere a chi parla.

Ma l’analogia non regge. Il diritto del pedone è un diritto sociale o legale, derivante dalle regole del codice stradale. Non è automaticamente un diritto epistemico a credere che *quella specifica auto* si fermerà (magari il guidatore è distratto o ubriaco!). La nostra giustificazione a credere che le auto si fermino di solito deriva dall’esperienza passata, non da un diritto innato. Allo stesso modo, il fatto che esista una norma sociale sulla veridicità ci dà forse un diritto “sociale” ad aspettarci che gli altri la seguano, ma da dove viene la giustificazione epistemica a credere che lo facciano davvero, e che quindi quello che dicono sia vero? Simion non lo spiega in modo convincente. Sembra quasi che questa giustificazione appaia dal nulla, il che ci riporta al “Problema della Fonte” o, come lo chiama Sanford Goldberg, al “problema delle giustificazioni facili” (problem of easy entitlements).

Entra in Scena Grodniewicz: Il Filtraggio a Lungo Termine

Qui si inserisce J. P. Grodniewicz. Anche lui si definisce un sostenitore dell'”anti-riduzionismo sociale forte”, seguendo Simion. Ma la sua strategia è diversa. Il suo asso nella manica è il concetto di “filtraggio efficace a lungo termine” (long-term effective filtering).

Cosa significa? Grodniewicz parte dall’idea (presa da Dan Sperber e altri) che, evolutivamente e socialmente, abbiamo sviluppato meccanismi per smascherare bugiardi e incompetenti. Magari non siamo bravissimi a farlo in tempo reale (“filtraggio real-time”), ma collettivamente e nel tempo, riusciamo a individuare chi non è affidabile. Essere scoperti a mentire ha costi sociali (perdita di reputazione, ecc.). Questo meccanismo di “filtraggio collettivo”, anche se imperfetto a livello individuale, rende la menzogna rischiosa e costosa, stabilizzando così la tendenza generale all’onestà nella comunicazione umana (idea supportata anche da studi come quelli di Levine sulla nostra naturale inclinazione alla verità).

Quindi, secondo Grodniewicz, siamo giustificati prima facie a credere agli altri perché viviamo in un ambiente comunicativo reso generalmente affidabile da questo filtraggio a lungo termine. Non serve che *io* sia un mago nel riconoscere le bugie; basta che il sistema sociale nel suo complesso eserciti una pressione verso l’affidabilità.

Fotografia grandangolare 24mm di una folla diversificata di persone che interagiscono in uno spazio pubblico, alcune conversano, altre osservano. L'immagine suggerisce il monitoraggio sociale collettivo e la comunicazione all'interno di una comunità. Profondità di campo per mantenere a fuoco sia i primi piani che lo sfondo.

Simile Ma Diverso: Grodniewicz vs. Simion

Notate la differenza cruciale con Simion? L’argomento di Grodniewicz è chiaramente empirico e reliabilista. La giustificazione non deriva da principi a priori, ma dal fatto (contingente, seppur plausibile) che la nostra comunicazione è resa *di fatto* affidabile da meccanismi evolutivi e sociali.

Allora perché Grodniewicz chiama la sua posizione “forte”? Probabilmente si aggancia alla seconda caratterizzazione di Simion: quella secondo cui l’anti-riduzionismo “forte” non impone “fardelli epistemici” all’ascoltatore. In effetti, se l’ambiente comunicativo è già “bonificato” dal filtraggio collettivo, allora la semplice comprensione può bastare per la giustificazione iniziale (la “Comprehension Alone Thesis”), senza bisogno di un filtraggio attivo individuale.

Quindi, Grodniewicz sembra sostenere la “Comprehension Alone Thesis” e probabilmente anche la versione “esigente” della giustificazione (on-balance), ma *non* l’idea che sia a priori, né che derivi direttamente dalla norma sociale in sé (piuttosto, deriva dagli effetti di lungo periodo del monitoraggio sociale sul rispetto della norma). È una posizione decisamente più moderata di quella di Simion, nonostante l’etichetta simile.

Ancora Dubbi: Il Problema della Fonte Resiste

L’approccio di Grodniewicz mi sembra più promettente, ma non è esente da problemi.

  • Non è chiarissimo quale versione della “Comprehension Alone Thesis” stia difendendo. Vale *sempre* e *comunque*, appena capisco un’asserzione? Anche in contesti notoriamente inaffidabili (tipo chiedere il numero vero in discoteca, o leggere commenti anonimi online)?
  • Soprattutto, il “Problema della Fonte” (o delle “giustificazioni facili”) non è ancora del tutto risolto. Se credo a una bugia detta da qualcuno che ha ottime ragioni per mentire e nessuna paura di essere scoperto (il caso della “Rational lie”), sono davvero giustificato? Grodniewicz direbbe di sì (perché il sistema *in generale* è affidabile), ma questo risultato lascia perplessi alcuni filosofi come Goldberg, che temono che si crei giustificazione “dal nulla”. Serve una teoria più robusta su cosa *fonda* la giustificazione.

Una Possibile Soluzione: Il Funzionalismo Epistemico

Come uscire da questo impasse? Una strada interessante, suggerita nel testo originale e che mi pare molto sensata, è integrare l’approccio di Grodniewicz con il funzionalismo della giustificazione (warrant functionalism), proposto ad esempio da Peter Graham.

L’idea di base del funzionalismo è che la giustificazione epistemica derivi dal corretto funzionamento dei nostri processi cognitivi secondo la loro funzione etiologica (cioè, lo scopo per cui si sono evoluti o mantenuti). Ad esempio, il cuore ha la funzione di pompare sangue; quando funziona “normalmente” secondo questa funzione, realizza il suo scopo. Analogamente, se il nostro sistema cognitivo di comprensione e formazione di credenze basate sulla testimonianza ha la funzione etiologica di produrre credenze vere in modo affidabile, allora una credenza formata tramite il funzionamento normale di questo sistema è giustificata prima facie.

Questa mossa ha due vantaggi:
1. Risolve il Problema della Fonte: La giustificazione non viene “dal nulla”, ma dal funzionamento normale di un sistema biologico/cognitivo che ha una funzione specifica legata alla verità. Non è una magia sociale, ma un prodotto della nostra architettura cognitiva evoluta.
2. Chiarisce le condizioni: La giustificazione c’è se e solo se il sistema funziona normalmente nelle condizioni appropriate. Se il mio sistema di comprensione è “difettoso” (magari per un bias o un’illusione), la credenza risultante non sarà giustificata. Questo risponde alla preoccupazione delle “giustificazioni facili”.

Immagine macro 85mm ad alto dettaglio del cervello umano o di una rete neurale stilizzata, con percorsi luminosi che rappresentano processi cognitivi e formazione di credenze. Illuminazione controllata per enfatizzare la complessità e la funzione.

Conclusioni e Prospettive Future

Allora, dove ci porta tutto questo ragionamento? Mi sembra che l’etichetta “anti-riduzionismo sociale forte” sia un po’ fuorviante e copra posizioni diverse.

  • L’obiettivo di Simion di una giustificazione a priori basata sulle norme sociali sembra fallire, perché le sue premesse sono empiriche e il legame tra norma sociale e giustificazione epistemica è debole.
  • L’approccio di Grodniewicz, basato sul filtraggio a lungo termine, è più plausibile ma resta incompleto e vulnerabile al problema della fonte.
  • Integrare Grodniewicz con il funzionalismo sembra una via promettente: la giustificazione deriva dal funzionamento normale del nostro sistema di comprensione, la cui affidabilità generale è sostenuta (come suggerisce Grodniewicz) da meccanismi sociali e evolutivi.

Ma attenzione: questo sposta il dibattito su un terreno decisamente empirico. La domanda chiave diventa: il nostro sistema di comprensione della testimonianza ha *davvero* la funzione etiologica di produrre credenze vere in modo affidabile? E funziona “da solo” (Comprehension Alone) o richiede anche capacità di “filtraggio” individuale per funzionare correttamente (come sostiene Graham)?

La risposta finale, quindi, non verrà solo dalla filosofia astratta, ma dovrà confrontarsi con i risultati delle scienze cognitive, della psicologia evoluzionista e della sociologia. Contrariamente a quanto sperava Simion, la disputa tra riduzionisti e anti-riduzionisti sulla testimonianza sembra essere, in ultima analisi, una questione profondamente legata a come siamo fatti e a come funziona il nostro mondo sociale. E voi, cosa ne pensate? Vi fidate di default?

Fonte: Springer

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