Primo piano di una mano che ne stringe un'altra con delicatezza, sullo sfondo sfocato un globo terrestre illuminato in modo non uniforme con aree più scure e più chiare a simboleggiare la distribuzione diseguale della sofferenza, fotografia macro, 85mm, illuminazione controllata laterale per creare contrasto, alta definizione, toni caldi e umani.

Sofferenza nel Mondo: Chi Soffre di Più? Una Sorprendente Indagine Globale

Avete mai pensato a quanto sia diffusa la sofferenza nel mondo? Non parlo solo di quella legata a eventi tragici o malattie gravi, ma della sofferenza più sottile, quasi “quotidiana”, che può insinuarsi nelle nostre vite. È un’esperienza umana universale, come diceva Viktor Frankl sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, è una parte “inestirpabile della vita”. Eppure, è anche profondamente personale.

Ma Cos’è Esattamente la Sofferenza?

Prima di addentrarci nei dati, cerchiamo di capirci. La sofferenza non è semplicemente dolore fisico o tristezza passeggera. Gli studiosi la definiscono come uno “stato esperienziale indesiderato, di durata o intensità considerevole, che implica la perdita o la privazione di un bene percepito”. È quel sentire negativo accompagnato dal forte desiderio che quella sensazione sparisca. Pensateci: si può provare dolore senza necessariamente “soffrire” nel senso più profondo, ma la sofferenza implica sempre un disagio che vorremmo eliminare. È qualcosa di distinto, ad esempio, dalla depressione o dal dolore fisico acuto, anche se spesso possono sovrapporsi. Riconoscere questa distinzione è fondamentale, perché suggerisce che la sofferenza non è solo un sintomo di qualcos’altro, ma un’esperienza a sé stante che merita attenzione.

Un Problema di Salute Pubblica Nascosto?

Se consideriamo quanto possa essere comune anche tra persone apparentemente sane e quanto impatti sul nostro benessere generale, capiamo subito che la sofferenza diventa una questione rilevante per la salute pubblica. Ma per affrontarla, dobbiamo prima capirla su larga scala. Chi soffre di più? Dove? Ci sono gruppi più vulnerabili? Finora, la ricerca si era concentrata molto su contesti specifici, come pazienti anziani o malati terminali. Mancava una visione d’insieme, una sorta di “epidemiologia della sofferenza” a livello globale.

L’Indagine Globale che Cambia le Carte in Tavola

Ed è qui che entra in gioco uno studio affascinante, pubblicato su *Nature Portfolio*, basato sui dati della prima ondata del Global Flourishing Study (GFS). Immaginate: dati rappresentativi a livello nazionale da ben 22 paesi diversi (dall’Argentina all’Australia, dal Kenya al Giappone, passando per l’Italia – ah no, l’Italia non c’era in questa lista specifica, ma c’erano Germania, Spagna, UK e USA tra gli altri!), per un totale di oltre 200.000 persone intervistate. Un’impresa colossale! L’obiettivo? Mappare la distribuzione della sofferenza e vedere se ci sono differenze significative legate a fattori sociodemografici come età, genere, stato civile, lavoro, istruzione, religione, immigrazione e identità etnica/razziale. In pratica, hanno chiesto alle persone: “In che misura stai soffrendo? Può essere qualsiasi tipo di sofferenza fisica o mentale”, con opzioni di risposta da “Per niente” a “Molto”. Per l’analisi principale, hanno raggruppato chi rispondeva “Un po’” o “Molto”.

Un Mondo di Differenze: La Sofferenza Varia da Paese a Paese

I risultati? Beh, preparatevi, perché sono piuttosto sorprendenti. La prima cosa che salta all’occhio è l’enorme differenza tra i paesi. La percentuale di persone che riporta di soffrire “un po’” o “molto” varia tantissimo: si va da un minimo del 24% in Polonia a un massimo del 60% in Turchia! Più del doppio. Paesi come le Filippine (59%) e il Brasile (56%) mostrano livelli alti, mentre Indonesia (26%) e Israele (27%) si collocano tra quelli con meno sofferenza dichiarata. Questo già ci dice che il contesto nazionale, la cultura, le condizioni socio-economiche, forse persino eventi storici o politici recenti, giocano un ruolo enorme nel plasmare l’esperienza collettiva della sofferenza. Non siamo tutti sulla stessa barca, nemmeno quando si parla di questo sentimento così umano.

Mappa del mondo stilizzata con diverse sfumature di colore che indicano livelli variabili di sofferenza nei paesi, fotografia grandangolare, 15mm, messa a fuoco nitida, colori tenui ma contrastanti per evidenziare le differenze tra nazioni.

Chi Soffre di Più? Identikit dei Gruppi più Vulnerabili (in Media)

Ma lo studio non si ferma qui. Ha cercato di capire se ci sono gruppi di persone che, in media, soffrono di più in tutti questi paesi. E la risposta è sì, analizzando i dati aggregati (con una tecnica chiamata meta-analisi a effetti casuali), emergono alcuni profili più vulnerabili:

  • Stato Civile: Chi è separato dal coniuge riporta livelli di sofferenza significativamente più alti rispetto a chi è sposato, convivente o single mai sposato.
  • Situazione Lavorativa: La sofferenza è più alta tra i disoccupati in cerca di lavoro e tra coloro che rientrano nella categoria “nessuna di queste/altro” (che potrebbe includere situazioni lavorative precarie o non definite), rispetto a chi ha un impiego dipendente.
  • Istruzione: Le persone con 8 anni o meno di istruzione tendono a soffrire di più rispetto a chi ha completato 16 anni o più di studi (livello universitario o superiore).

Curiosamente, analizzando i dati aggregati, non sono emerse differenze significative medie legate a genere, età (anche se qui potrebbero esserci effetti legati alle diverse coorti), frequenza nella partecipazione a servizi religiosi o status di immigrato. Ma attenzione, ho detto in media

Ma Attenzione: Ogni Paese è un Mondo a Sé

Qui le cose si fanno ancora più interessanti (e complesse!). Se è vero che in media certi gruppi soffrono di più, quando si va a vedere paese per paese… le cose cambiano! Lo studio ha rilevato una notevole eterogeneità cross-nazionale. Questo significa che il “profilo” di chi soffre di più non è universale, ma varia da contesto a contesto.

Ad esempio, mentre la meta-analisi non mostrava una differenza media tra uomini e donne, in diversi paesi specifici (come Spagna e Stati Uniti) le donne riportano livelli di sofferenza più alti degli uomini. Oppure, prendiamo la religione: in media, la frequenza alla pratica religiosa non sembrava fare una grande differenza, ma in Israele e negli USA chi partecipava ai servizi più di una volta a settimana soffriva meno di chi non partecipava mai, mentre a Hong Kong e in Svezia accadeva il contrario! Anche per l’età, mentre in media non c’erano grandi scossoni, in Kenya, ad esempio, gli ultraottantenni soffrivano nettamente di più dei giovani tra i 18 e i 24 anni.

Persino i trend medi su stato civile, lavoro e istruzione non erano validi ovunque. In Egitto e India, ad esempio, lo schema sulla sofferenza legata allo stato civile era diverso. A Hong Kong e in Giappone, quello sull’occupazione non seguiva il pattern generale. In Nigeria e Sudafrica, la correlazione tra bassa istruzione e alta sofferenza non era così netta.

Collage di ritratti fotografici di persone diverse per età, etnia e contesto socio-economico, provenienti da varie parti del mondo, obiettivo 35mm, profondità di campo, bianco e nero con leggeri toni seppia per un effetto empatico e universale.

Perché Tutte Queste Differenze? Il Ruolo del Contesto

Cosa ci dice tutta questa variabilità? Che la sofferenza, pur essendo un’esperienza individuale, è profondamente influenzata dal contesto socio-culturale in cui viviamo. Come suggerisce la teoria dei sistemi socio-ecologici, fattori che vanno dalle relazioni interpersonali più strette (famiglia, lavoro) alle strutture sociali più ampie (politiche governative, sistemi sanitari, disuguaglianze economiche) fino alle norme culturali e ai valori dominanti in una società (ad esempio, come viene vista e gestita la sofferenza in base a tradizioni religiose o filosofiche) interagiscono in modi complessi.

Pensiamo al Sudafrica: nonostante sulla carta avesse diversi indicatori potenzialmente legati a vulnerabilità (come mostrato in una tabella dello studio originale), i livelli di sofferenza riportati erano relativamente bassi. Gli autori ipotizzano che in società più collettiviste, dove l’armonia del gruppo è prioritaria, la sofferenza individuale potrebbe essere meno espressa o persino repressa per non turbare l’equilibrio sociale. Ovviamente, bisogna anche considerare possibili differenze nell’interpretazione delle domande del sondaggio o effetti temporali legati al periodo specifico della raccolta dati in ciascun paese.

Cosa Ci Insegna Tutto Questo? Verso un’Agenda per la Salute Pubblica

Quindi, cosa ci portiamo a casa da questa enorme ricerca?

  • Prima di tutto, che la sofferenza è un problema di salute pubblica che merita molta più attenzione e che può essere misurata e monitorata a livello di popolazione.
  • Secondo, che esistono disparità significative: alcuni gruppi (separati, disoccupati, meno istruiti) sono mediamente più a rischio, ma le vulnerabilità specifiche cambiano da paese a paese.
  • Terzo, che non esiste una soluzione “taglia unica”. Le politiche e gli interventi per alleviare la sofferenza devono essere sensibili ai contesti locali e alle dinamiche socioculturali specifiche.

Questo studio pone le basi per un’epidemiologia della sofferenza. Le prossime ondate del GFS ci permetteranno di seguire questi trend nel tempo, capire meglio le cause e le conseguenze della sofferenza e, si spera, informare politiche più efficaci per supportare le popolazioni più vulnerabili. È una sfida complessa, ma riconoscere e misurare la sofferenza su scala globale è il primo, fondamentale passo per affrontarla.

Fonte: Springer

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